dieci lettere

“Potrebbero tornarti, come no… Potresti avere danneggiato qualcosa dentro per sempre, potresti non poter avere figli in futuro, o fare comunque molta fatica”. Ricordo bene le parole della ginecologa. Non nascondo che lì per lì pensai quasi “okay, vabbè, nulla di grave”, ma una volta uscita, con un po’ di vento che mi passava tra i capelli, salita in auto, mi si spezzò qualcosa dentro, come un pezzo di anima, un pezzo di vita, quel pezzo di gioventù in cui, quasi come tutte le ragazze, mi immaginavo come sarebbe stato avere dei bambini miei, chissà, magari, un giorno.. Credo mi si siano spezzati dei sogni, dei pensieri, delle idee sciocche su cui avevo preso sonno da ragazzina, “se mai avrò dei bambini miei..”, cose così.

A 17-18 anni c’è chi fa l’amore, c’è chi compra preservativi, c’è chi si preoccupa dei ritardi mestruali, e poi ci sono io: io conto le calorie; non ho le mestruazioni, io sono libera da quella zavorra, io sono come una bambina. Come da bambina le mie gambe, le mie braccia, la mia pancia un po’ gonfia, i miei occhi grandi grandi, le mani minuscole, le ovaie. Mi sembrava di essere tornata alla scuola materna, alla scuola elementare. E sì che ricordo bene il primo giorno che mi è venuto il ciclo, al compleanno di un amico, il primo giugno, verso la fine della seconda media. L’odiavo, come tutte le ragazzine lo odiano, ma ci avevo fatto l’abitudine. E poi vabbè, sappiamo come va quando perdi 20 chili, no? Lui se ne va, non c’è più bisogno di lui, non sei più una ragazza, sei una bambina, puoi tornare a letto con la mamma e a comprare da vestire da “Vietato ai maggiori”, perché no?

Però è un po’ strano, poi, quando sei una donna nel corpo di una bimba; ad un tratto diventa troppo strano, troppo sbagliato. Strana la natura: quando ho recuperato il peso perduto, ormai due anni fa, le mestruazioni erano ancora un’utopia.

Non ci pensi mai, quando ogni mese ti vengono… Anzi, forse pensi che siano una scocciatura, che sarebbe bello non averle, al diavolo prendersi incinte, al diavolo la pillola, al diavolo tutto! Sì, al diavolo.

Ma non averle più è diverso. C’è qualcosa di diverso nel passare tra gli scaffali del supermercato senza dover comprare gli assorbenti, c’è qualcosa di strano nel sentire le tue amiche lamentarsi del tampax quando tu non ricordi neanche quando è stata l’ultima volta che l’hai usato, c’è qualcosa di martellante nelle pubblicità dei lines seta ultra se non ti serviranno forse mai più, c’è qualcosa anche di profondamente triste. Una malinconia di fondo.

Le mestruazioni mi sono tornate il 6 aprile del 2016.

Quel giorno ho pianto di gioia. E non perché voglia una famiglia per forza o perché prima mi sentissi meno donna, ma perché un’altra delle tante cose che la malattia mi aveva tolto era tornata a me. Come in una gara, come in una partita di scacchi, le ho dato un colpo bello forte, l’ho buttata parecchio aldilà della mia zona.

Se ve lo state chiedendo, sì, ora maledico di nuovo quella volta al mese in cui mi viene il ciclo.

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Non riesco a ricordare come fosse la mia vita da anoressica.

C’era sempre uno yogurt (“magro però, magro!”) che mi aspettava la mattina, ma penso che tra novembre 2012 e marzo 2013 ne avrò mangiato si e no uno e mezzo: gli altri li ho buttati via, rimessi in frigo, versati nel water o nel lavandino, rifiutati esplicitamente in quanto acidi.
A scuola la merenda non esisteva più: leggevo un bel libro (ammetto di averne letti di magnifici quell’anno, comunque) a ricreazione, al posto di di ingoiare qualsiasi cosa; più avanti ho iniziato a succhiare qualche caramella Ricola, più avanti ancora -solo sotto i 46 chili- tutte le caramelle e gomme in generale.
Il pranzo lo ricordo poco: il più delle volte, se trovavo carboidrati sul mio piatto, finivano direttamente per terra o per aria, il resto lo mangiavo (considerando che sono vegetariana e lo ero anche allora, ricordo che i nonni compravano tonnellate di roba di soia, seitan, legumi, verdure, fibre, tutto) più o meno senza problemi: potendo però, prediligevo riempirmi di verdura, gonfiarmi la pancia e piluccare un po’ di formaggio o fagioli.
Per ogni oliva che mangiavo a pranzo, calcolavo mini parti di cena da togliere.
La cena era semplicemente sempre uguale ma tutto sommato saziante e quasi ‘normale’: un sacco di insalata con un etto e mezzo di ricotta di contorno e tre cracker che facevo durare un’eternità.
Ovviamente in base alle olive che mangiavo a pranzo.
Ogni tanto, quando mi sentivo morire, qualche mela verde, giusto per non sentirmi troppo ligia.

Vita da anoressica.

A qualcuno dà fastidio questa parola, come stessi scrivendo assassina, criminale, malvagia, ma in realtà sto solo scrivendo il termine giusto con cui chiamare quella cosa che ti uccide dentro, e che fa sì che il dentro -affamatissimo- si mangi il fuori di te. E per tutta la durata di questo articolo continuerò ad utilizzare queste 10 lettere, perché le ho percepite scritte, bisbigliate, pronunciate chiaramente riferite a me molte volte: non è offensivo, è il nome della malattia. È solo il nome che mi ha preceduto per oltre mille giorni di vita, non potrei mai dimenticarlo, la mia etichetta per così tanto tempo.

Vita da anoressica | deep blue sea:

Ci sono le posate normali, quelle che usiamo tutti, e poi ci sono quelle che uso io, quelle da anoressica, quelle più piccole, per poter fare i bocconi più piccoli e far durare di più il piatto, quelle che di solito usano i bambini: magicamente riuscivo a saziarmi, riuscivo a metterci 40 minuti per finire un piatto di fagioli e zucchine. Ho usato quelle posate per lungo, lungo tempo, anche una volta raggiunto il normopeso: facevo fatica ad utilizzare la stessa forchetta che usavano gli altri.

Ci sono ragazze pelose, ragazze glabre, ragazze che si depilano da sole, altre che vanno dall’estetista: io sono anoressica e non posso depilarmi, perché le ascelle sono così scavate e concave che la lametta non ci entra dentro, quindi non ci posso fare niente. Vabbè che i peli sotto le ascelle mi piacciono, però sì, ecco, non me li potrei togliere, nel caso volessi.

Andava così.

Ci sono ragazzi che amano le feste, ragazzi che amano le cene, ragazzi che amano entrambe le cose, ragazzi che vanno al cinema e sgranocchiano rumorosamente i popcorn, ragazzi che si alzano la notte per fare uno spuntino casuale, con scioltezza, e poi ci sono io, l’anoressica: niente feste -c’è cibo! e poi si balla, non posso ballare, non ne ho le forze, né la voglia, tanto con chi ballo?- niente cene -ci mancherebbe!-, al cinema sì, okay, ma solo dove non si mangia, sennò mi viene quel senso di nervoso, quello scatto d’ira tipico di chi vorrebbe ma non può.. “Però erano buoni i popcorn, me li ricordo… Ma no no, non pensiamoci, l’importante è essere forte, l’importante è diventare inscalfibile dentro e fuori, così non rischio più di soffrire. Mai più.”

Un po’ stoica, la mia vita da anoressica.

Ci sono le gite scolastiche e le ragazze che non vedono l’ora di partire per dividere la camera con le amiche, e poi ci sono io, l’anoressica che non può andare in gita, non può mangiare cose diverse da ciò che ha pianificato, non può permettersi di volerlo e si sente di troppo in camera con chi ha voglia di divertirsi. Vi giuro, mi piacerebbe andare in gita, lo so dentro di me. Perché dovrei perdermi un momento fondamentale della mia vita da liceale, da studentessa? Perché sono anoressica, non sono una ragazzina, sono per me stessa e per gli altri un problema.

E invece no, non ero un problema, avevo un problema. E se lo avessi capito prima sarebbe stato diverso. E no, non è giusto non potersi divertire a 17 anni. Non è giusto neanche a 50, figurarsi a 17: il tempo non torna più indietro, poi.

È che l’anoressica non ha voglia di divertirsi nemmeno un po’, o meglio, ne ha eccome di voglia, ma non sa più come si fa, ha dimenticato come ci si svaga così come ha dimenticato come si mangia. Ci prova, per carità, ci prova a ridere, a confidarsi, ad ascoltare, a uscire.. Ma non sa sognare, quindi non è in grado neppure di essere piacevole per chi le sta intorno: si è dimenticata come si sogna, al momento. È un po’ fuori allenamento, può capitare.

C’è chi ama ballare, chi ama disegnare, chi ama i film, chi ama la musica e poi ci sono io, la ragazza anoressica: mi piaceva fare tutte queste cose prima che succedesse. Avevo interi album con schizzi -non ero bravissima, ma appassionata-, collezioni di DVD, passione sfrenata per gli attori ed un film preferito -“Brokeback Mountain”– e per i Beatles, per esempio. Mmm beh, è un po’ difficile stare al passo con tutto ciò che ami e tenere a mente la tua personalità quando sei così impegnato a contare le calorie e a studiare come bruciarle al meglio entro le 10 di sera. Non c’è tempo per il superfluo, quindi via l’arte, via gli hobby, via anche gli amici, tanto non riescono a capirmi, non riesco a uscire con loro, non riesco a fare nessuna delle cose normali che facevo prima.

Perché infine, sì… Ci sono gli amici, ci sono gli amanti, ci sono le famiglie, ci sono gli incontri, e poi ci sono io, l’anoressica appartata. Non so se sia più per scelta mia o altrui, direi che è una cosa che si fa insieme: io non posso più dare le cose che davo prima, a partire da me stessa, gli altri non possono più frequentarmi, non sanno più come prendermi. E ci sono quei fessacchioni dei ragazzi a cui piaccio: I couldn’t care less. Non mi importa di nessuno di voi: siete buoni, siete belli, siete bravi, ma non siete per me, per niente per me. Decido io cosa e chi eccita la mia curiosità e credetemi non voglio e non posso amarvi a comando, non amo neanche me stessa.  Arrivederci. 

C’è anche chi ama stare sui siti di cucina, imparare ricette, provarle, assaggiare, spermentare: io invece amo passare ore su google immagini o su we heart it, per salvarmi le foto di tutti i dolci più calorici al mondo, di pizze filanti, di lasagne ai funghi, di gelati enormi, di patate ripiene. Passo così tutta la notte, come tante altre ragazze anoressiche. Siamo anoressiche quindi non possiamo toccare tutto ciò, come non si possono toccare le sculture al museo. E come le opere del Bernini, questi piatti si possono guardare adoranti per venti minuti, ma non si possono sfiorare.

Bastava il pensiero, il profumo, il ricordo. A volte mi saziava.

E poi ho sempre un cazzo di freddo: sento il gelo perforarmi le ossa e farmi a brandelli. Mi bruciano gli occhi: lacrimano lacrime violacee. Ho sonno, sono stanca. Ho fame, ma non mi ricordo più come si mangia

È che io sono anoressica, e non sono più una ragazzina innocente e pura come le altre, perché sono sporca di colpa: colpa verso chi amo, colpa verso chi tratto male, colpa verso mia madre e il suo amore per me, colpa per le menzogne che le ho detto sul peso, colpa per non saper spiegare, colpa per non saper sorridere, colpa per non essere gentile, colpa per non essere bella come dovrei essere, intelligente come dovrei essere, colpa per non avere più una dignità, colpa per essere senza paura, colpa per il coraggio di uccidermi, colpa per i pensieri distruttivi verso me stessa, colpa in tutti i sensi, colpa e basta.

Sentivo la colpa verso tutti: chi avevo amato male, chi avevo amato troppo, chi non avevo amato mai, coloro a cui mentivo, coloro ai quali non potevo più raccontarmi, coloro che non mi raccontavano più, verso il pane che non toccavo mai e che morivo dalla voglia di sbranare, verso il mio corpo a cui riservavo il peggior trattamento: ero divorata dalla colpa. Come se fossi a mollo nella colpa. Nelle sabbie mobili della colpa.

Vita da ortoressica | il mio passaggio obbligato dopo il buco nero:

“Alla fine hai scelto la vita” mi han detto, e “no” rispondevo, “è la morte che non ha voluto me”.

Mangiare è casuale: oggi ho voglia di X, domani avrò voglia di Y, un giorno avrò voglia di W, giusto? No, l’anoressica ha voglia di cose prestabilite nei giorni prestabiliti, senza sgarri. Siccome le uova le mangio solo al venerdì, io non posso pensare che qualcuno a casa le voglia fare anche il sabato. Se mi invitate a cena fuori il venerdì sera, io non posso mangiare la frittata, perché ho mangiato le uova oggi a pranzo. Come posso mangiare tre o quattro uova in una giornata? Come posso mangiare tutte queste proteine dello stesso tipo, come stona! No, non posso. Possiamo rimandare la cena? Possiamo mangiare qualcos’altro? Però non troppe proteine perché ho mangiato le uova a pranzo. Oppure sai che faccio? Per mezzogiorno mi faccio una minestra di asparagi, per cena sono libera di mangiare ciò che voglio! Ottimo. Ah no, accidenti, sarò fuori a cena anche domani, no allora no… Non posso, devo decidere dove andare. Ok, calma, calma: ora mi faccio il calendario alimentare mensile.

Non è uno scherzo, durante o appena dopo la malattia le cose sono così: c’è il calendario -non per tutti, per molti però sì, per me c’era- con i giorni, i pasti, le quantità, la varietà. Se stai guarendo concediti il giorno libero! dice una vocina, ma non dimenticare di restringere il giorno prima! dice un’altra vocina ben più forte. Okay, dunque il venerdì esco a cena, il giovedì ceno con solo carote e zucchine… Sono troppo poco forse? Okay, allora tante carote e tante zucchine e poi tisana. Ecco, okay, così ci sta. Ah, ed ovviamente con le posatine piccoline, non si sa mai.

E poi arriva la vita, ma la vita non si può spiegare con la stessa facilità della morte, quindi non serve raccontarla.

Post scriptum: no, questo post non nasce per sete di views, il fatto è che tengo molto a farvi conoscere una malattia di si parla sempre molto ma in modo spesso troppo generico, perdendo il punto, puntando troppo sul ruolo del corpo. Questi post nascono perché chi ne soffre si senta meno solo, e chi è loro vicino possa forse capire di più.

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dieci lettere

specchi, pulsione di morte ed ansia di vita

Adoravo specchiarmi: mi sembrava che finalmente le gambe fossero al posto giusto, della giusta dimensione, della giusta proporzione: che meraviglia, le cosce non hanno un filo di ciccia di troppo, non c’è un frammento di pelle fuori posto, e i polpacci -il mio vecchio incubo!- guarda come sono snelli, lunghi, sottili. Complimenti, Carmen! “Hai gambe perfette”, “sei magrissima, wow!”, “quanto sei bella, potresti fare la modella!”, “caspita, ma mangi? Passami la tua dieta”: quando ti senti dire così dalle amiche e conoscenti, quando anche chi non ti parlava mai finalmente ti nota, ti guarda, ti avvicina, ti scruta con invidia le gambe e la pancia piatta, è difficile rendersi conto del paradosso. Quando l’anoressia ti procura ammirazione, ragazzi che si affannano per il tuo numero, nuove amiche -in poche parole, self confidence- è difficile realizzare quanto tutto questo sia solo l’inganno della malattia: ti irretisce con senso di potere, falsi miti di magrezza, di purezza, di bellezza, ti regala amici e ammiratori, ti fa sentire di desiderare un book fotografico al giorno, vestiti nuovi, ti rende leggera, energica, attiva, iper-attiva, ordinata, ambiziosa, di successo… Dove sta la fregatura allora? La fregatura arriva, arriva sempre pure lei, non aspetta altro che trovarti e prenderti per mano, farti lo sgambetto e lasciarti andare giù. La fregatura è lo specchio -un giorno ti alzi e non ti piaci più, sei troppo grassa, devi dimagrire ancora, oppure sei magra ma non vai comunque bene-, è l’amica/o che non ti invita più fuori -perché tu non sai più divertirti, non mangi, non hai forze, non hai energie, non balli, non brilli, non ridi-, è il ragazzo che amavi tanto -seppure ora tu sembri una fotomodella XXS questo non ha cambiato il fatto che non gli piaci più di quanto gli/non gli piacessi prima, sei tu, sei sempre tu, solo che sei senza quell’autostima e quella personalità che ti rendeva unica-, è l’anoressica più anoressica di te -ebbene sì, qualcuno ti batte… Ti batteranno sempre, neanche in magrezza sei unica-, è l’odore delle brioches dei tuoi vicini -mentre tu piangi la fame, il senso di colpa e il dolore con litri di caffè nero e una mela verde-, sei tu. Sei tu, sei anche tu la tua fregatura: sei magra, sei studiosa e zelante, produttiva e seria, onesta e razionale, ma sei sola. E “sola” è soltanto una delle tante cose che sei: sei anche insoddisfatta, sei stanca, sei triste, sei incompresa, sei affamata. Affamata di cibo, di acqua, d’affetto, d’amore, di vita.

In realtà no: odiavo specchiarmi. Odiavo specchiarmi perché vedevo tutto ciò che credevo di avere ma non avevo più: gli amici, qualcosa per cui emozionarmi, una risata scoppiettante, la vita.
E odiavo i complimenti, odiavo sentirmi dire che avevo un corpo perfetto e che avrei potuto fare la modella: mi infastidiva, mi innervosiva e faceva sì che le mie aspettative su me stessa salissero sempre più, con la paura di prendere peso e deludere così me in primis e tutti coloro che mi riempivano di ammirazione poi.
E di tutti gli ‘amici’ che mi ha procurato (volutamente virgolettati) non m’importa, non m’importava nemmeno allora, era solo un modo per non rimanere sola, a me mancavano quelli di prima. Non dico di non aver voluto del bene alle persone che ho frequentato, ma cerco di esprimere a parole, in questo articolo, che chi non ama sé stesso non sarà mai in grado di amare gli altri, chi non crede in sé stesso non sarà mai né affidabile né fiducioso verso gli altri.
[Sul perché non amassi me stessa preferisco sorvolare in questo momento, giusto per focalizzarmi su altri temi]
Per quanto riguarda i ragazzi che volevano il mio numero e si complimentavano per il mio fisico da runway, mi sono serviti molto a dividere persone con cervello da persone senza, a dividere persone profonde da persone idiote, a dividere persone potenzialmente interessanti da persone superficiali: quale uomo si sente attratto da te nel momento in cui raggiungi il limite dell’anoressia clinica, il punto del ricovero? Che valore intrinseco può avere una persona arrapata dal dolore? Scusate la durezza, ma ho incontrato davvero gente dalla più dubbia profondità di anima, grazie alla malattia.
Ciò non toglie che ci siano stati rapporti costruttivi e positivi con belle persone anche in quel periodo, ma purtroppo o per fortuna tendo inevitabilmente a relegare la mia vita del tempo ad un buco nero e ricordo chi mi è stato vicino un po’ come una lampadina in una stanza buia, qualcosa a cui ti puoi avvicinare per vederci più chiaramente.
Per quel che riguarda le fotografie, e la dose disumana di selfie che mi sparavo quotidianamente, ad ogni selfie corrispondeva un’ora di traballante self confidence, una sensazione di essere bellissima -lo ammetto- condita dal pungiglione dell’insicurezza: se ti senti sola dentro, non importa quanti amici tu abbia, quanto ti stia bene la minigonna, quante foto possa farti risultando flawless in tutte le angolazioni, sei sempre sola, non scappi da te stessa.

Ad oggi, però, quelle sofferenze sono lontane, l’illusione che i problemi personali fossero problemi del corpo è lontana, lo sfogo del dolore sul fisico è lontano.
Solo una cosa è rimasta: i giudizi che possono essere stati dati su di me, le critiche che ho sentito sussurrare nei miei confronti da parte di chi pensava stessi facendo vanitosa di turno, le incomprensioni da parte di chi non ha voluto capire ed ha preferito giudicare mi hanno ferito. E mi feriscono ancora. E mi feriranno sempre.
Perché, oltre alle tante persone che colgono la sofferenza, ce ne sono molte che la confondono per superficialità, che la deridono, che la sottovalutano, che la aborrono; ci sono persone che hanno schifo per il tuo corpo, persone che lo invidiano (si, anche quelle), persone che semplicemente non vogliono capirti. Non ti capiscono e non vogliono capire, né chi sei, né come sei, né perché lo sei.
Ho sofferto il giudizio, l’abbandono, la derisione e la cattiveria da parte di persone a cui ho voluto ed ancora voglio bene, ho sofferto per colpa dell’ignoranza, della chiusura mentale, della pochezza e della scarsa empatia, perché non c’è niente di peggio di non sentirti più amato ed accettato dal tuo stesso ambiente, dall’ambiente che consideri casa (che non è necessariamente la tua famiglia, ma tutto ciò che chiami casa).

Dedico questo post a chi sta vicino ai malati di DCA, piuttosto che ai malati stessi, che non vorranno neanche sentire parlare di amarsi e di worshippare il proprio corpo fino a che non avranno sciolto il nodo dentro di loro.
State vicini a chi soffre, non abbiate paura del loro gridare silenzioso, buttatevi a capofitto in un legame reale, fategli vedere la bellezza dentro loro stessi, siate il loro specchio più dolce, prendeteli per mano anche quando non vogliono -in realtà tutti lo vogliono, anche quando non lo sanno- e non fatevi mai intimorire dalla loro pulsione di morte: è solo ansia di vita.

C.

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specchi, pulsione di morte ed ansia di vita

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma

Ci ho messo sei mesi a preparare una recensione adeguata per questo film, non perché non fossi sicura se mi fosse piaciuto o meno, non perché non l’avessi capito, ma perché fa maledettamente male. Fa proprio male, male, male: taglia davvero il cuore a metà, con un solco profondo inguaribile, con frammenti di lama che rimangono impigliati tra le costole e i brandelli.
Perché la storia di Edward e Susan non è solo la loro, è la nostra: è la storia delle ferite, dei non detto, degli errori, del dolore, dell’incapacità di salvarsi, del naufragio.
È la storia più assurda e più reale al tempo stesso, tra quelle che ho visto quest’anno: è la storia della gestazione della fine di un amore, della digestione di un addio.
E soprattutto, della libera(lizza)zione della sofferenza e debolezza maschile, tema-tabù da sempre e per sempre.

Perché dietro quello che sembra il dramma della fine di una precaria storia d’amore si cela il vero protagonista di questa e molte altre vicende, che non è Edward, non è Susan, né la trasposizione metaletteraria del primo, il protagonista del suo romanzo- Tony, ma quella fragilità che negli uomini non viene accettata, non viene compresa, non viene accolta.

Con più riflessione ed apertura verso le diverse realtà sessuali esistenti in natura e un conseguente studio dei caratteri umani, riguardo cosa sia il gender, il disagio dell’omofobia, il significato reale e profondo di femminismo -che ancora, vorrei ricordare, dev’essere separato dalla misandria (vedete questo articolo: http://www.indiatimes.com/news/india/losing-sight-of-feminism-have-social-media-driven-feminists-reduced-the-concept-to-just-male-bashing-321227.html), negli ultimi anni se ne sono visti vari di articoli interessanti incentrati sul mondo maschile, primo tra tutti, direi, questo: http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma .
Tuttavia, secondo una cultura millenaria, l’uomo e la donna sono entità diverse per natura e come tali devono continuare ad esistere: il primo celando le fragilità sotto corazze più o meno resistenti, la seconda non temendo di mostrarle; ad un tratto poi, entrambi si sentiranno dire rispettivamente di lasciarsi andare di più e di essere più forte in presenza dell’altro sesso. A questo punto mi chiedo perché ancora ci ostiniamo a credere ci sia un senso nella generalizzazione delle caratteristiche dei sessi e nella fissità dei ruoli nelle coppie, come fossero composti chimici.
Sia chiaro, onestamente a tutte noi fa piacere ricevere attenzioni, affetto, complimenti, supporto, rispetto… Ma agli uomini no?
Nella mia vita, almeno da quanto posso aver considerato dopo una breve riflessione, non ho mai trattato un individuo di sesso maschile come se fosse solo e soltanto lui a doversi prendere cura di me, ma penso di aver sempre dimostrato più affetto e supporto possibile, di essere stata disponibile all’ascolto, al compromesso, all’alterazione delle convenzioni (che non m’interessano neppure) e di aver rispettato la natura di ciascun carattere.
Questo perché non ci si innamora e non ci si fa amici di una persona per quello che potrebbe essere per noi, ma per quello che è, nulla più.

Il personaggio di Edward (e la sua trasposizione letteraria nel racconto allegorico/autobiografico da lui scritto, Tony) è il protagonista inusuale di “Nocturnal Animals”, il secondo e per ora ultimo film dello stilista e regista Tom Ford. Interpretato da un romantico, solitario, straziante ed intenso Jake Gyllenhaal, che non smette mai di sorprendere, mostrato tramite flashback e salti temporali in un lasco di tempo che va dai suoi vent’anni ai suoi quaranta circa, egli passa dall’essere un’aspirante scrittore innamorato, troppo romantico per vendersi al mercato, troppo insicuro per sopportare i fallimenti, troppo sensibile per reggere l’abbandono.
È indubbiamente affetto, per ragioni che non conosciamo ma possiamo soltanto immaginare, di dipendenza affettiva, una patologia che persino molti psicologi si trovano a sottovalutare erroneamente: senza l’amore di Susan (Amy Adams), ma soprattutto senza le sue conferme, il suo supporto, il suo incoraggiamento e la sua fiducia, arranca nella vita e nel lavoro. Da quando lei lo lascia, in una fredda sera, durante gli anni universitari, adducendo come scusa la  propria infelicità (“ma tu mi ami?” le chiede lui disperato), a quando vent’anni dopo lui le spedisce il proprio romanzo autobiografico -nel quale, tramite una serie di metafore del loro amore dall’inizio alla fine- si racconta la loro tragica storia- non ci è dato di sapere che ne sia di Edward.
Per tutta la durata del film, nei flashback che vedono la coppia in età giovanile, i litigi dei due sono incentrati sulla debolezza che Susan rinfaccia al compagno e sulla somiglianza alla madre che egli attribuisce a lei -la quale vive tutto ciò come una grossa offesa.
“Io non sono debole” ed “Io non sono come mia madre” sono le rispettive difese, entrambe maschere di una realtà molto più ineluttabile che si scaglierà presto su di loro: Edward infatti manca di spirito d’iniziativa, solidità ed ambizione per attrarre ancora la ragazza, mentre Susan si fa sempre più borghese, snob e narcisa, come sua madre le aveva previsto sarebbe divenuta (“Siamo uguali, Susan: lui è debole, con lui non durerà. Non fa per te”).

Veniamo ora a Tony, il protagonista di quel romanzo che Edward spedisce a Susan come vendetta, come per ricordarle della loro storia dopo molti anni, come messaggio d’addio, come testamento del loro amore.
Tony è un padre di famiglia: la moglie (Isla Fisher) ha gli stessi capelli rossi di Susan e la figlia dei due è la stessa adolescente che  lo scrittore immagina sarebbe stata quella avuta con Susan se lei non avesse abortito il loro bambino senza parlargliene.
Durante un viaggio in auto per le desolate lande texane di notte, questi perde moglie e figlia per mano di pazzi criminali della strada (McCarthy di grande ispirazione): saranno proprio questi ad aprigli una finestra interiore, ricordandogli con offese e continue derisioni giullaresche (mimi osceni di sodomia, boccacce e canzoncine in falsetto) che il suo valore di uomo è inesistente, che è senza palle, che è un indegno, che è un perdente.
DEBOLE, DEBOLE, DEBOLE: risuona nelle orecchie, nell’anima e nel cuore di Tony, di Edward, degli uomini che non hanno saputo trattenere ciò che amavano e che sono costretti ad incolparsi eternamente per non poter neanche ammettere che nella vita si perde.
E non per debolezza, ma per caso, perché “vincere significa accettare”, direbbe Vecchioni.

L’unica colpa attribuita ad Edward per tutta la durata del film è la debolezza, la fragilità, la natura fallimentare, la mancanza di ambizione, di sicurezza, di fermezza, di coraggio, in poche parole, di convenzionale mascolinità, che l’avrebbe reso esente dal grande dolore, secondo le proprie turbe interiori.
Ma allo stesso tempo, quella sorta di insicurezza trasformatasi in viltà dallo stesso Edward, funge poi da arma che, vent’anni dopo l’abbandono, scaglia sulla stessa Susan, facendo ribaltare con due sole email la loro situazione, mettendo lei nei panni della prostrata, dell’insicura, della pentita.
Come gli eroi delle tragedie euripidee, che ad un tratto mostrano il lato più umano di sé e le proprie passioni, Edward chiude il cerchio abbandonando Susan, così come Tony si vendica di Ray. Ma all’interno di autore e personaggio, infine, rimane solo il senso di morte, di perdita e di ineluttabilità del caso: neanche gli atti di vendetta e di forza possono cancellare i segni impressi nell’anima.
E Tom Ford -che ha curato curato anche la sceneggiatura del film (basato comunque sul romanzo di Austin Wright, 1993)- lascia sul finale un formidabile messaggio, anzi più:
– non importa quanto siamo evoluti, par sempre troppo presto per comprendere ed abbracciare le debolezze maschili: l’uomo, per essere attraente, seducente, affidabile, amabile, ammirevole e, insomma, perfetto, non può mai mostrare un sentimentalismo fallace.
– la dipendenza affettiva non è una caratteristica appartenente alle sole donne: in questo caso non solo è l’uomo ad avere apparentemente più bisogno dell’amata di quanto non ne abbia lei di lui, ma soprattutto è il maschio a rimetterci, a perdere la ragione, ad entrare in crisi, a mostrare la sua fragilità proprio come uno specchio frantumato (perlomeno sino alla seconda metà inoltrata del film)
– la cosiddetta “debolezza” altro non è che coraggio di essere limpidi, reali, sinceri con sé stessi e con l’altro: è più forte mostrare le fragilità che non nasconderle dietro muri impossibili che prima o poi cadranno comunque con un niente.

Più che sulla bellezza del film, a parer mio il più originale del 2016 (assieme ad alcuni altri tra cui spicca “Captain Fantastic”), dotato di fotografia, montaggio, dialoghi, riprese e musiche oltreumani, mi sono voluta soffermare sull’aspetto umano di esso, sull’analisi sul maschio del nostro secolo, tanto libero eppure ancora tanto chiuso, sottomesso al suo ancestrale dovere di essere “uomo” secondo una certa indicazione.
Continuo a sfogliare riviste “per ragazze” (da Cosmopolitan a Donna Moderna) magari in sala d’attesa dal medico o simili, e continuo a stupirmi della follia generale del contenuto: esistono davvero articoli che invitano le donne ad analizzare gli uomini prima di conoscerli e frequentarli, per capire quanto “maschi” saranno, esistono davvero servizi sull’importanza di avere un partner deciso e forte, esistono davvero editoriali sulla virilità, consigli per “godere anche se lui ce l’ha piccolo”, eccetera eccetera eccetera. Esistono davvero. Come se si godesse per la dimensione di un pene, non per la dimensione dell’attrazione che proviamo per una persona a prescindere. E nessun consiglio per evitare la mutilazione continua e la martellante violenza psicologica inflitta al partner e dettata da surreali aspettative cinematografiche.
Accettiamo ogni (giustissima!) varietà nel campo della sessualità, liberalizziamo ogni cosa ma quasi solo quando si tratta di casi esterni a noi, di vite altrui: dalle persone che abbiamo attorno facciamo fatica ad accettare qualsiasi forma di fragilità, qualsiasi punto debole, fallimento, paura, specie se maschio.
E ci facciamo vicendevolmente del male, ci feriamo e ci distruggiamo per liberarci della paura di crescere insieme a qualcuno o semplicemente di amarlo per quello che è, perché non ci bastano mai per quello che sono, vogliamo sempre siano quello che nella nostra mente abbiamo fatto di loro.
Ma siamo umani e siamo fallibili, abbracciare le debolezze del mondo intorno a noi renderà molto più facile cambiare tutto il resto, quello che sta fuori, e che è sempre più facile.

“Nocturnal Animals” non insegna a vivere, né ad accettare, né a crescere, né ad amare, né a perdonare, anche se tutti questi temi sono molto sottilmente e genialmente inseriti nel tessuto della trama: direi che piuttosto fa riflettere sulla conoscenza di sé stessi.
Susan non conosce sé stessa finché, raggiunta circa la metà della sua vita, somigliante più che mai alla caricatura di sé stessa (magistralmente trasmesso dalle scelte di make-up attuate dallo stesso Ford, geniale) ed a sua madre, insoddisfatta, sposata all’uomo per cui ha lasciato Edward molti anni prima, ma sola, si vede per quello che è tramite le parole del romanzo dell’ex compagno: è così che le si apre il mondo interiore sempre taciuto, è così che tornano a sanguinare quelle ferite mai chiuse, è così che torna a specchiarsi, spostarsi la riga dei capelli proprio come faceva da ragazza, ripulirsi del rossetto vinaccia, per non mancare ad un appuntamento più con sé stessa che non con Edward.
Edward, allo stesso modo, conosce, comprende e (forse?) accetta sé stesso tramite il romanzo, e quel riscatto finale che è la vendetta di Tony su Ray e la sua personale su Susan, mancando a quell’appuntamento e lasciandola a cena con sé stessa: con la donna che è diventata ma che temeva di divenire o con la donna che è sotto la corazza, ma che non faceva più uscire?
Infine, ripercorrere la loro storia, aiuta Edward a conoscere sé stesso e ad esplorarsi -realizzando un romanzo, mettendo in scena cioè quel talento che la sua amata, ai tempi in cui stavano insieme, non credeva lui avesse né che gli avrebbe mai fruttato qualcosa- ed aiuta Susan a fare chiarezza su quale sia la sua vita e quale sia quella che l’è stata cucita addosso dall’ego.

Che i due si re-incontrino mai fisicamente è più che dubbio, che siano per sempre legati dalle loro più profonde verità è fatalmente innegabile.

… Che questo film mi sia piaciuto da morire e che ne abbia trovato qualche parallelismo con “Cime Tempestose” è altrettanto interessante e mi farà scriver un nuovo articolo presto, bla bla bla.

Post Scriptum: gli sguardi vitrei di Amy Adams bastano a renderla più comunicativa che mai, pur senza bisogno di troppe parole o espressioni drammatiche, la sensibilità e profondità umana di Jake Gyllenhaal rendono Edward più Edward che mai, senza fallire mai, né cadere nel melodrammatico. Come sempre uno degli attori più camaleontici, trasportati e profondi della sua generazione, porta del realismo e della naturalezza innata al suo doppio personaggio: un artista coraggioso di abbracciare i propri lati femminili (anche qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul concetto di femminilità) e di farne punti di forza, gli occhi blu più profondi del mondo, l’espressione eternamente malinconica, ma sia speranzosa, sia perduta. Nessuno avrebbe potuto render di più.

C.nocturnalanimals

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma

di canzone in canzone, di nulla in nulla

No, non posso neanche provare a nasconderlo: amo Michael Fassbender, andrei a vedere qualunque cosa con lui, al cinema, anche la peggior stronzata del secolo -ed infatti un paio di volte l’ho fatto- senza pentirmene particolarmente, ma stavolta sono felice di aver speso solo due euro e se tornassi indietro forse li userei per le caramelle rotonde alla cannella.

Song to Song” è l’ultimo prodotto del celeberrimo Terrence Malick, regista statunitense tra i prestigiosi fondatori della New Hollywood, noto più per l’attenzione riservata alla scena, allo stile ermetico, ai temi spirituali ed alla passione per immagini naturalistiche, che non per l’interesse verso l’immediatezza di comprensione dei contenuti -spesso pressoché nulli o comunque molto poveri.

Dopo il successo di “The Tree Of Life” -un successo più che legittimo a mio parere- grazie alla presenza di una sceneggiatura consistente basata sulla filosofia heideggeriana a far da controparte ad una fotografia meravigliosa, sono stata curiosa di seguire i progetti del regista, tra cui il pesantissimo “To The Wonder” e l’impossibile “Knight Of Cups“: nessuno dei due ha retto il confronto con il primo citato e l’interesse che nutrivo nei confronti del regista (che comunque, per informazione pubblica, non ha fatto solo questi film ma viene da un background ben più ricco, seppure vanti una filmografia ristretta) è scemato sino a svanire completamente quando quel film che si trovava a girare nel 2012 ad Austin (Texas), “Lawless” cominciò ad entrare in una fase di gestazione infinita, chiamandosi poi “Weightless” (effettivamente senza peso lo è davvero, ma non è un complimento) ed arrivando al 2015 ancora senza data d’uscita, senza cast ufficialmente confermato, senza vita propria. Nel 2016 comincia a sorgere l’idea che la pellicola non esista più, che non sarebbe mai uscita, che nessun attore fosse più confermato nel prodotto finale, che la trama non esistesse (eh già…): che fine ha fatto “Weightless“?

Forte di un cast stellare, composto da bellissimi, sexissimi e bravissimi, non poteva che uscire, prima o poi: Michael Fassbender, Rooney Mara, Natalie Portman, Ryan Gosling, Cate Blanchett, Christian Bale (successivamente rimosso dalla versione finale), Benicio Del Toro (rimosso pure lui), Iggy Pop, Patty Smith e Florence Welch (eh no, nemmeno lei c’è nel final cut). Nei primi mesi del 2017 eccone la conferma: il film esiste, è pronto, uscirà, ma si chiamerà “Song to Song“, per puntare sul motivo stesso della sua esistenza, ovvero l’ambientazione di un triangolo amoroso (fosse solo un triangolo!) sullo scenario musicale di un festival di Austin, in Texas.

Ed io l’ho visto, purtroppo, la sera del 10 maggio, in una sala semivuota di un cinema di periferia. Fotografia a parte (Lubetzki può forse sbagliare?) -che comunque non è niente di eccelso come mi sarei aspettata- non c’è granché da dire sul film: come già mi aspettavo la trama non esiste, non è che una specie di piccolo scheletro di uno schema banale, ma ciò non sarebbe da condannare se fosse rimpiazzata da un’ottimo script, buoni dialoghi, scene evocative e forti sensazioni… Dopotutto è cinema, no? Non possiamo aspettarci il cinema sia esattamente come la realtà: è pur sempre un’arte, in quanto tale va giudicata sotto diversi aspetti, tenendo conto di diversi punti. Purtroppo nessun punto vale tanto da salvare “Song To Song“, neppure il talento di Fassbender -che quasi quasi era riuscito persino a salvare “Assassin’s Creed“-, neppure le camiciole leopardate di Ryan Gosling, né le fossette di Rooney Mara. Peccato.

In un panorama confusionario: la giovane aspirante musicista Faye (Rooney) si trova ad intraprendere una relazione amorosa con un altro musicista, BV (Ryan), pur mantenendo nel frattempo una storia di sesso con il produttore Cook (Fassy), per altro amico del suo ragazzo, fino a che quest’ultimo -Cook- non sposerà, così -quasi per gioco- la giovane cameriera Rhonda (Portman), la quale si suiciderà presto, stanca dei continui abusi psico-fisici, manipolazioni e tradimenti del compagno. Alla fine, Faye vuole solo tornare da BV (“non mi piace guardare gli uccelli nel cielo perché mi manchi: perché tu li guardavi con me”), e dopo una relazione lesbica random per la prima ed una frequentazione con una donna sola random (Blanchett) per il secondo, i due si ritrovano. Questa la trama per sommi capi, anche l’unica cosa che siamo davvero in grado di estrapolare dal film, che, essendo carente di dialoghi concreti, ma tendendo all’evocare, suggestionare, stupire, punta molto sull’immagine. Un’immagine che, come ho già scritto, non ha lasciato nulla di davvero intenso.

La quantità di contenuti potenzialmente interessanti è incredibile: l’insicurezza ed il masochismo di Faye, l’apatico tentativo di dolcezza di BV (“ho cercato di essere gentile: mi ha reso solo più freddo”),  il narcisismo superficiale, manipolatorio e crudele di Cook (che si compiace nel compiere gli atti più depravati, avvallato dalla sua avvenenza e ricchezza), la fame d’amore, la sottomissione e la dipendenza affettiva di Rhonda, il bisogno d’evasione, la condanna del mondo moderno, la solitudine della compagnia sbagliata, il perdono… Ma la quantità di errori commessi da Malick come regista e sceneggiatore è altrettanto immensa: manca l’emozione, manca il coinvolgimento, manca quella frase o quel gesto che realmente ti permette di agganciarti alla storia di almeno uno di questi personaggi, manca la passione.

Il film va avanti per inerzia: ogni sensazione di piacere è rappresentata come ogni sensazione di dolore (i nostri protagonisti si buttano su grandi letti in grandi e ricche case, si strusciano sulle tende assolate -ciao, “To The Wonder“!- e si toccano in una sorta di eterno balletto incerto tra i prati, le ampie stanze bianche e le immense piscine. Gioia e dolore non sono distinguibili, non c’è un sorriso e non c’è una lacrima che manifesti alcun sentimento. Persino la disperazione di Rhonda -a parer mio uno dei temi potenzialmente più interessanti dell’opera-, il suo amore distruttivo, il suo dolore immenso ed infine il suicidio causato dagli abusi di Cook non ha nessuna carica scenica, nessuna giustificazione, nessun impatto sullo spettatore: Rhonda entra ed esce di scena allo stesso modo, senza lasciare un ricordo, un’emozione, una sensazione. Si perde per un uomo che non l’ama, ma noi non lo possiamo sentire, sino al momento in cui la vediamo emergere suicida dalla piscina… Un peccato, un peccato perdere ciò che un film dovrebbe dare, ovvero la narrazione e/o l’emozione.

Che non sia fondamentale la presenza di una trama solida o di una emotività eccezionale (se presente l’altra delle due) l’ho già ammesso, ma non posso soprassedere alla mancanza di entrambe, specialmente quando pure la fotografia non è davvero nulla di nuovo: buona, sì, ma non spaziale. A riprese a tratti disturbanti (un fish-eye esagerato, zoom invasivi sui volti degli attori, telecamera così libera da far girar la testa anche a un bambino e ripetizione di molte scene), di accosta un lavoro più che discreto del DP, ma non unico: gli uccelli in volo, il sole che filtra tramite le tende, i movimenti delle spighe, i vortici d’acqua… Abbiamo già visto e rivisto tutto ciò.

Dunque non abbiamo una trama consistente, non abbiamo un dialogo, non abbiamo una fotografia particolarmente speciale, abbiamo almeno una buona caratterizzazione psicologica? No. Se avessimo avuto almeno quella, forse il film sarebbe stato infondo salvabile: chi se ne importa della trama chiara e limpida e di dialoghi serratissimi alla Sorkin se i personaggi sono caratterizzati ed analizzati nel profondo delle loro anime. È che purtroppo non è così: purtroppo a noi non è dato di capire cosa i protagonisti pensino e provino, come si sviluppino i loro ragionamenti (sempre che ce ne siano) e come affrontano gioie e dolori. Abbiamo solo immagini, immagini con tentativo evocativo, brevi momenti di affetto o distacco in caratteri le cui coscenze raggiungono più o meno i livelli di quelle di dodicenni disadattati.

Ammirevole che Malick descriva l’abuso sessuale con più delicatezza e poesia possibile, senza cadere mai nel volgare e senza mai oggettificare il personaggio femminile, ammirevole come effettivamente -che piaccia o non piaccia- abbia uno stile personale unico, riconoscibile, ammirevole come se ne freghi del box-office e della critica (anche se -vista la scelta del cast- direi che un pensierino all’ipotetica speranza di successo dei film lo fa sempre), meno ammirevole che non sia in grado di rendere nessuna emozione tramite le solite immagini che potevano andare bene per i primi esperimenti, ma che a lungo andare hanno stancato e si sono impoverite di comunicatività.

Particolare la scelta di non descrivere mai il lato “pratico” della vita delle persone: il loro mestiere, le loro passioni (la musica -passione comune a tutti i personaggi della pellicola- non viene quasi mai ad entrare nella trama, non viene mostrato nessuno slancio musicale particolare da parte dei protagonisti né un amore per essa o per la carriera), i loro dialoghi comuni e le loro azioni più banali, meno particolare però la scelta di ambientare il tutto in un contesto di persone ricche ed annoiate, sole e vuote, ripetendo sorte di leitmotiv che dopo dieci minuti di film avevano già stancato.

Insomma… 140 minuti sono anche troppo, considerando che da metà in poi il film non merita più un secondo di attenzione -tira troppo per le lunghe per inerzia-, ma mi sento di consigliarlo ai designer (adorerete vedere le bellissime case che non ci potremo mai permettere!), a chi è indeciso tra questo film e Fast & Furious e a chi vuole trovare un pretesto per farsi scaricare dal/la partner senza dover fare il primo passo.

C.

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di canzone in canzone, di nulla in nulla

qualcosa…

La famiglia di mia nonna possedeva un cinema. In cadore, negli anni ’40 e ’50. Proiettavano tutti quei film meravigliosi che oggi possiamo solo sperare di rivedere due volte ogni quinquennio in seconda serata in un canale sconosciuto della tivù. Suo padre era un partigiano, sua madre una ragioniera -una donna che si faceva rispettare, come poi tutte le sue discendenti della famiglia. Non so dove trovassero il tempo per il cinema, ma so che lo amavano, so che si chiamava Eden, e che tutti gli abitanti della zona adoravano passarci i pomeriggi o i sabato sera. Così dice nonna.

Quasi settant’anni dopo, la sua nipote ventunenne -io- le diceva che voleva fare l’attrice, forse spinta da una passione congenita, forse da un certo amore per le sfide: più semplicemente credo di avere un disperato bisogno di evasione da una vita che mi sta stretta. Una sola vita, onestamente, è troppo poco per me: lo è sempre stato.

Quando ero bambina mi piaceva farmi filmare dalla mamma, che m’inseguiva in lungo e in largo con la fotocamera, e mettermi in posa come le dive della golden age: mi stendevo sul divano à la Marilyn, imitavo con i grissini le sigarette di Audrey Hepburn e perfezionavo la erre à la Edith Piaf. Ok, non solo da bambina… Ho continuato a farlo: ho imparato a truccarmi come Hedy Lamarr, farmi i capelli à la Lauren Bacall, cantare le canzoni di Dalida, sino a comprarmi gli stessi abiti di Emma Watson in Harry Potter, tingere i capelli come Bonnie Wright ed imitare il sorriso di Julia Roberts. Al termine di un particolare film o sceneggiato televisivo mi piaceva cercare i vestiti adatti ad entrare nei panni della protagonista di turno ed imitarla davanti allo specchio o alla macchina fotografica programmata per l’autoscatto. Mi piaceva scrivere lettere inventate e sceneggiature basate su fatti che sognavo o vivevo in prima persona. Mi sarebbe piaciuto entrare in tutte le storie.

Questo non perché non mi piaccia essere ciò che sono: forse mi piace così tanto, e sono così abituata ad essere sempre me stessa, che quando sento il bisogno di evadere voglio trasformarmi e voglio tutte le vite possibili immaginabili di tutte le formidabili donne che mi guidano ed ispirano nelle scelte personali e nelle ambizioni. Non potrei mai immaginare una vita senza tutto questo: senza i film, senza le storie, senza i sogni, senza il bisogno di creare.

Quello di creare un blog, invece, è un bisogno un po’ diverso: la mia terapista dice che è il momento che faccia qualcosa per me, che pensi a me, che mi dia una mossa, che smetta di illudermi che il successo cada dal cielo, che faccia dei miei sogni un certo tipo di realtà, o che almeno ci provi. Provo quindi a crearmi questo spazio (?) che principalmente sarà tutto un film-film-film e poi forse diventerà qualcos’altro. In sostanza, questo è un blog personale di una ragazza con troppa personalità per contenerla tutta… Forse…

C’est tout,

Carmen 🙂

qualcosa…