di canzone in canzone, di nulla in nulla

No, non posso neanche provare a nasconderlo: amo Michael Fassbender, andrei a vedere qualunque cosa con lui, al cinema, anche la peggior stronzata del secolo -ed infatti un paio di volte l’ho fatto- senza pentirmene particolarmente, ma stavolta sono felice di aver speso solo due euro e se tornassi indietro forse li userei per le caramelle rotonde alla cannella.

Song to Song” è l’ultimo prodotto del celeberrimo Terrence Malick, regista statunitense tra i prestigiosi fondatori della New Hollywood, noto più per l’attenzione riservata alla scena, allo stile ermetico, ai temi spirituali ed alla passione per immagini naturalistiche, che non per l’interesse verso l’immediatezza di comprensione dei contenuti -spesso pressoché nulli o comunque molto poveri.

Dopo il successo di “The Tree Of Life” -un successo più che legittimo a mio parere- grazie alla presenza di una sceneggiatura consistente basata sulla filosofia heideggeriana a far da controparte ad una fotografia meravigliosa, sono stata curiosa di seguire i progetti del regista, tra cui il pesantissimo “To The Wonder” e l’impossibile “Knight Of Cups“: nessuno dei due ha retto il confronto con il primo citato e l’interesse che nutrivo nei confronti del regista (che comunque, per informazione pubblica, non ha fatto solo questi film ma viene da un background ben più ricco, seppure vanti una filmografia ristretta) è scemato sino a svanire completamente quando quel film che si trovava a girare nel 2012 ad Austin (Texas), “Lawless” cominciò ad entrare in una fase di gestazione infinita, chiamandosi poi “Weightless” (effettivamente senza peso lo è davvero, ma non è un complimento) ed arrivando al 2015 ancora senza data d’uscita, senza cast ufficialmente confermato, senza vita propria. Nel 2016 comincia a sorgere l’idea che la pellicola non esista più, che non sarebbe mai uscita, che nessun attore fosse più confermato nel prodotto finale, che la trama non esistesse (eh già…): che fine ha fatto “Weightless“?

Forte di un cast stellare, composto da bellissimi, sexissimi e bravissimi, non poteva che uscire, prima o poi: Michael Fassbender, Rooney Mara, Natalie Portman, Ryan Gosling, Cate Blanchett, Christian Bale (successivamente rimosso dalla versione finale), Benicio Del Toro (rimosso pure lui), Iggy Pop, Patty Smith e Florence Welch (eh no, nemmeno lei c’è nel final cut). Nei primi mesi del 2017 eccone la conferma: il film esiste, è pronto, uscirà, ma si chiamerà “Song to Song“, per puntare sul motivo stesso della sua esistenza, ovvero l’ambientazione di un triangolo amoroso (fosse solo un triangolo!) sullo scenario musicale di un festival di Austin, in Texas.

Ed io l’ho visto, purtroppo, la sera del 10 maggio, in una sala semivuota di un cinema di periferia. Fotografia a parte (Lubetzki può forse sbagliare?) -che comunque non è niente di eccelso come mi sarei aspettata- non c’è granché da dire sul film: come già mi aspettavo la trama non esiste, non è che una specie di piccolo scheletro di uno schema banale, ma ciò non sarebbe da condannare se fosse rimpiazzata da un’ottimo script, buoni dialoghi, scene evocative e forti sensazioni… Dopotutto è cinema, no? Non possiamo aspettarci il cinema sia esattamente come la realtà: è pur sempre un’arte, in quanto tale va giudicata sotto diversi aspetti, tenendo conto di diversi punti. Purtroppo nessun punto vale tanto da salvare “Song To Song“, neppure il talento di Fassbender -che quasi quasi era riuscito persino a salvare “Assassin’s Creed“-, neppure le camiciole leopardate di Ryan Gosling, né le fossette di Rooney Mara. Peccato.

In un panorama confusionario: la giovane aspirante musicista Faye (Rooney) si trova ad intraprendere una relazione amorosa con un altro musicista, BV (Ryan), pur mantenendo nel frattempo una storia di sesso con il produttore Cook (Fassy), per altro amico del suo ragazzo, fino a che quest’ultimo -Cook- non sposerà, così -quasi per gioco- la giovane cameriera Rhonda (Portman), la quale si suiciderà presto, stanca dei continui abusi psico-fisici, manipolazioni e tradimenti del compagno. Alla fine, Faye vuole solo tornare da BV (“non mi piace guardare gli uccelli nel cielo perché mi manchi: perché tu li guardavi con me”), e dopo una relazione lesbica random per la prima ed una frequentazione con una donna sola random (Blanchett) per il secondo, i due si ritrovano. Questa la trama per sommi capi, anche l’unica cosa che siamo davvero in grado di estrapolare dal film, che, essendo carente di dialoghi concreti, ma tendendo all’evocare, suggestionare, stupire, punta molto sull’immagine. Un’immagine che, come ho già scritto, non ha lasciato nulla di davvero intenso.

La quantità di contenuti potenzialmente interessanti è incredibile: l’insicurezza ed il masochismo di Faye, l’apatico tentativo di dolcezza di BV (“ho cercato di essere gentile: mi ha reso solo più freddo”),  il narcisismo superficiale, manipolatorio e crudele di Cook (che si compiace nel compiere gli atti più depravati, avvallato dalla sua avvenenza e ricchezza), la fame d’amore, la sottomissione e la dipendenza affettiva di Rhonda, il bisogno d’evasione, la condanna del mondo moderno, la solitudine della compagnia sbagliata, il perdono… Ma la quantità di errori commessi da Malick come regista e sceneggiatore è altrettanto immensa: manca l’emozione, manca il coinvolgimento, manca quella frase o quel gesto che realmente ti permette di agganciarti alla storia di almeno uno di questi personaggi, manca la passione.

Il film va avanti per inerzia: ogni sensazione di piacere è rappresentata come ogni sensazione di dolore (i nostri protagonisti si buttano su grandi letti in grandi e ricche case, si strusciano sulle tende assolate -ciao, “To The Wonder“!- e si toccano in una sorta di eterno balletto incerto tra i prati, le ampie stanze bianche e le immense piscine. Gioia e dolore non sono distinguibili, non c’è un sorriso e non c’è una lacrima che manifesti alcun sentimento. Persino la disperazione di Rhonda -a parer mio uno dei temi potenzialmente più interessanti dell’opera-, il suo amore distruttivo, il suo dolore immenso ed infine il suicidio causato dagli abusi di Cook non ha nessuna carica scenica, nessuna giustificazione, nessun impatto sullo spettatore: Rhonda entra ed esce di scena allo stesso modo, senza lasciare un ricordo, un’emozione, una sensazione. Si perde per un uomo che non l’ama, ma noi non lo possiamo sentire, sino al momento in cui la vediamo emergere suicida dalla piscina… Un peccato, un peccato perdere ciò che un film dovrebbe dare, ovvero la narrazione e/o l’emozione.

Che non sia fondamentale la presenza di una trama solida o di una emotività eccezionale (se presente l’altra delle due) l’ho già ammesso, ma non posso soprassedere alla mancanza di entrambe, specialmente quando pure la fotografia non è davvero nulla di nuovo: buona, sì, ma non spaziale. A riprese a tratti disturbanti (un fish-eye esagerato, zoom invasivi sui volti degli attori, telecamera così libera da far girar la testa anche a un bambino e ripetizione di molte scene), di accosta un lavoro più che discreto del DP, ma non unico: gli uccelli in volo, il sole che filtra tramite le tende, i movimenti delle spighe, i vortici d’acqua… Abbiamo già visto e rivisto tutto ciò.

Dunque non abbiamo una trama consistente, non abbiamo un dialogo, non abbiamo una fotografia particolarmente speciale, abbiamo almeno una buona caratterizzazione psicologica? No. Se avessimo avuto almeno quella, forse il film sarebbe stato infondo salvabile: chi se ne importa della trama chiara e limpida e di dialoghi serratissimi alla Sorkin se i personaggi sono caratterizzati ed analizzati nel profondo delle loro anime. È che purtroppo non è così: purtroppo a noi non è dato di capire cosa i protagonisti pensino e provino, come si sviluppino i loro ragionamenti (sempre che ce ne siano) e come affrontano gioie e dolori. Abbiamo solo immagini, immagini con tentativo evocativo, brevi momenti di affetto o distacco in caratteri le cui coscenze raggiungono più o meno i livelli di quelle di dodicenni disadattati.

Ammirevole che Malick descriva l’abuso sessuale con più delicatezza e poesia possibile, senza cadere mai nel volgare e senza mai oggettificare il personaggio femminile, ammirevole come effettivamente -che piaccia o non piaccia- abbia uno stile personale unico, riconoscibile, ammirevole come se ne freghi del box-office e della critica (anche se -vista la scelta del cast- direi che un pensierino all’ipotetica speranza di successo dei film lo fa sempre), meno ammirevole che non sia in grado di rendere nessuna emozione tramite le solite immagini che potevano andare bene per i primi esperimenti, ma che a lungo andare hanno stancato e si sono impoverite di comunicatività.

Particolare la scelta di non descrivere mai il lato “pratico” della vita delle persone: il loro mestiere, le loro passioni (la musica -passione comune a tutti i personaggi della pellicola- non viene quasi mai ad entrare nella trama, non viene mostrato nessuno slancio musicale particolare da parte dei protagonisti né un amore per essa o per la carriera), i loro dialoghi comuni e le loro azioni più banali, meno particolare però la scelta di ambientare il tutto in un contesto di persone ricche ed annoiate, sole e vuote, ripetendo sorte di leitmotiv che dopo dieci minuti di film avevano già stancato.

Insomma… 140 minuti sono anche troppo, considerando che da metà in poi il film non merita più un secondo di attenzione -tira troppo per le lunghe per inerzia-, ma mi sento di consigliarlo ai designer (adorerete vedere le bellissime case che non ci potremo mai permettere!), a chi è indeciso tra questo film e Fast & Furious e a chi vuole trovare un pretesto per farsi scaricare dal/la partner senza dover fare il primo passo.

C.

Song_to_Song_film_poster

 

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