specchi, pulsione di morte ed ansia di vita

Adoravo specchiarmi: mi sembrava che finalmente le gambe fossero al posto giusto, della giusta dimensione, della giusta proporzione: che meraviglia, le cosce non hanno un filo di ciccia di troppo, non c’è un frammento di pelle fuori posto, e i polpacci -il mio vecchio incubo!- guarda come sono snelli, lunghi, sottili. Complimenti, Carmen! “Hai gambe perfette”, “sei magrissima, wow!”, “quanto sei bella, potresti fare la modella!”, “caspita, ma mangi? Passami la tua dieta”: quando ti senti dire così dalle amiche e conoscenti, quando anche chi non ti parlava mai finalmente ti nota, ti guarda, ti avvicina, ti scruta con invidia le gambe e la pancia piatta, è difficile rendersi conto del paradosso. Quando l’anoressia ti procura ammirazione, ragazzi che si affannano per il tuo numero, nuove amiche -in poche parole, self confidence- è difficile realizzare quanto tutto questo sia solo l’inganno della malattia: ti irretisce con senso di potere, falsi miti di magrezza, di purezza, di bellezza, ti regala amici e ammiratori, ti fa sentire di desiderare un book fotografico al giorno, vestiti nuovi, ti rende leggera, energica, attiva, iper-attiva, ordinata, ambiziosa, di successo… Dove sta la fregatura allora? La fregatura arriva, arriva sempre pure lei, non aspetta altro che trovarti e prenderti per mano, farti lo sgambetto e lasciarti andare giù. La fregatura è lo specchio -un giorno ti alzi e non ti piaci più, sei troppo grassa, devi dimagrire ancora, oppure sei magra ma non vai comunque bene-, è l’amica/o che non ti invita più fuori -perché tu non sai più divertirti, non mangi, non hai forze, non hai energie, non balli, non brilli, non ridi-, è il ragazzo che amavi tanto -seppure ora tu sembri una fotomodella XXS questo non ha cambiato il fatto che non gli piaci più di quanto gli/non gli piacessi prima, sei tu, sei sempre tu, solo che sei senza quell’autostima e quella personalità che ti rendeva unica-, è l’anoressica più anoressica di te -ebbene sì, qualcuno ti batte… Ti batteranno sempre, neanche in magrezza sei unica-, è l’odore delle brioches dei tuoi vicini -mentre tu piangi la fame, il senso di colpa e il dolore con litri di caffè nero e una mela verde-, sei tu. Sei tu, sei anche tu la tua fregatura: sei magra, sei studiosa e zelante, produttiva e seria, onesta e razionale, ma sei sola. E “sola” è soltanto una delle tante cose che sei: sei anche insoddisfatta, sei stanca, sei triste, sei incompresa, sei affamata. Affamata di cibo, di acqua, d’affetto, d’amore, di vita.

In realtà no: odiavo specchiarmi. Odiavo specchiarmi perché vedevo tutto ciò che credevo di avere ma non avevo più: gli amici, qualcosa per cui emozionarmi, una risata scoppiettante, la vita.
E odiavo i complimenti, odiavo sentirmi dire che avevo un corpo perfetto e che avrei potuto fare la modella: mi infastidiva, mi innervosiva e faceva sì che le mie aspettative su me stessa salissero sempre più, con la paura di prendere peso e deludere così me in primis e tutti coloro che mi riempivano di ammirazione poi.
E di tutti gli ‘amici’ che mi ha procurato (volutamente virgolettati) non m’importa, non m’importava nemmeno allora, era solo un modo per non rimanere sola, a me mancavano quelli di prima. Non dico di non aver voluto del bene alle persone che ho frequentato, ma cerco di esprimere a parole, in questo articolo, che chi non ama sé stesso non sarà mai in grado di amare gli altri, chi non crede in sé stesso non sarà mai né affidabile né fiducioso verso gli altri.
[Sul perché non amassi me stessa preferisco sorvolare in questo momento, giusto per focalizzarmi su altri temi]
Per quanto riguarda i ragazzi che volevano il mio numero e si complimentavano per il mio fisico da runway, mi sono serviti molto a dividere persone con cervello da persone senza, a dividere persone profonde da persone idiote, a dividere persone potenzialmente interessanti da persone superficiali: quale uomo si sente attratto da te nel momento in cui raggiungi il limite dell’anoressia clinica, il punto del ricovero? Che valore intrinseco può avere una persona arrapata dal dolore? Scusate la durezza, ma ho incontrato davvero gente dalla più dubbia profondità di anima, grazie alla malattia.
Ciò non toglie che ci siano stati rapporti costruttivi e positivi con belle persone anche in quel periodo, ma purtroppo o per fortuna tendo inevitabilmente a relegare la mia vita del tempo ad un buco nero e ricordo chi mi è stato vicino un po’ come una lampadina in una stanza buia, qualcosa a cui ti puoi avvicinare per vederci più chiaramente.
Per quel che riguarda le fotografie, e la dose disumana di selfie che mi sparavo quotidianamente, ad ogni selfie corrispondeva un’ora di traballante self confidence, una sensazione di essere bellissima -lo ammetto- condita dal pungiglione dell’insicurezza: se ti senti sola dentro, non importa quanti amici tu abbia, quanto ti stia bene la minigonna, quante foto possa farti risultando flawless in tutte le angolazioni, sei sempre sola, non scappi da te stessa.

Ad oggi, però, quelle sofferenze sono lontane, l’illusione che i problemi personali fossero problemi del corpo è lontana, lo sfogo del dolore sul fisico è lontano.
Solo una cosa è rimasta: i giudizi che possono essere stati dati su di me, le critiche che ho sentito sussurrare nei miei confronti da parte di chi pensava stessi facendo vanitosa di turno, le incomprensioni da parte di chi non ha voluto capire ed ha preferito giudicare mi hanno ferito. E mi feriscono ancora. E mi feriranno sempre.
Perché, oltre alle tante persone che colgono la sofferenza, ce ne sono molte che la confondono per superficialità, che la deridono, che la sottovalutano, che la aborrono; ci sono persone che hanno schifo per il tuo corpo, persone che lo invidiano (si, anche quelle), persone che semplicemente non vogliono capirti. Non ti capiscono e non vogliono capire, né chi sei, né come sei, né perché lo sei.
Ho sofferto il giudizio, l’abbandono, la derisione e la cattiveria da parte di persone a cui ho voluto ed ancora voglio bene, ho sofferto per colpa dell’ignoranza, della chiusura mentale, della pochezza e della scarsa empatia, perché non c’è niente di peggio di non sentirti più amato ed accettato dal tuo stesso ambiente, dall’ambiente che consideri casa (che non è necessariamente la tua famiglia, ma tutto ciò che chiami casa).

Dedico questo post a chi sta vicino ai malati di DCA, piuttosto che ai malati stessi, che non vorranno neanche sentire parlare di amarsi e di worshippare il proprio corpo fino a che non avranno sciolto il nodo dentro di loro.
State vicini a chi soffre, non abbiate paura del loro gridare silenzioso, buttatevi a capofitto in un legame reale, fategli vedere la bellezza dentro loro stessi, siate il loro specchio più dolce, prendeteli per mano anche quando non vogliono -in realtà tutti lo vogliono, anche quando non lo sanno- e non fatevi mai intimorire dalla loro pulsione di morte: è solo ansia di vita.

C.

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