donne che la moda dimentica

Sono dal parrucchiere e mi hanno appena chiesto se, mentre aspetto il mio turno, voglio leggere una rivista.
No, non ne ho voglia davvero, vorrei rispondere, perché il patinato che viene proposto alle donne, spacciato per contenuto da sogni -in realtà frustrante ostentazione di “vorrei ma non posso”- non mi interessa minimamente più.
E invece , dico, datemi pure qualcosa da sfogliare per passare il tempo: e rotocalco sia.
Pagina 1: una modella lunga e stretta come uno spaghetto occupa un letto di rose indossando un bellissimo paio di scarpe marcate *****.
Pagina 5: una modella stretta e lunga come una linguina siede su un muretto facendo penzolare le gambe sino al prato sottostante, sfoggiando un meraviglioso abito floreale marcato **** ***.
Pagina 30: una famosa attrice magra e minuta tiene al braccio un paio di borse ***** *******.
Pagina 34: un celebre modello palestrato e lucidato da photoshop, la cui metamorfosi in scorpione cartaceo sembra ormai ultimata, si specchia sull’onde del greco mar tenendo fra le braccia un’altrettanto levigata nota indossatrice. A quanto pare pubblicizzano un profumo di ***** ****.
Pagina 261: due note socialites sono intervistate e prese a modello per invitare noi tutte a utilizzare le stesse creme anti-age per la pelle che usano loro.
Piccolo particolare: hanno 25 anni… in due. Ed usano l’app ‘beauty plus’ per rendere la loro pelle così monumentale su instagram.
Pagina 304: una famosa conduttrice americana dalle lunghe gambe bianche e il prosperoso seno pubblicizza uno shampoo per capelli di marca **.

È chiaro: per poter indossare un abito alla moda, per comprare un buono shampoo, per mettere le scarpe di marca eccetera eccetera, o siamo smilze ed alte come le modelle scelte dal brand, o niente.
Niente perché non siamo rappresentate.
La diversità non è rappresentata.
La moda è solo per un tipo di corpo, non possiamo raccontarci il contrario.
“Eh ma ci sono anche le modelle plus size!” qualcuno può obiettare. Eh sì, certo, ci sono le modelle plus size, ovvero le ragazze levigate che indossano una taglia (italiana) 40 al posto di una 34 e che vengono relegate a pubblicizzare brand nettamente inferiori a quelli destinati alle altre.
Ma se la gran parte delle donne non portasse una taglia 40? Se portassero una 44, una 46, una 42, una 50? Avrebbero comunque il diritto di essere rappresentate? Avrebbero comunque il diritto di indossare la borsa di ***** ******* o i jeans di *****?

Sfoglio le riviste con gli occhi di una ragazza che ha sofferto di anoressia, ma anche con quelli di una donna che di natura porta una 40-42, io in qualche modo sono “salva”.
Ma se le sfogliassi con gli occhi di chi indossa 10 taglie in più? Di chi ha una forma fisica diversa?
Salve o non salve che siamo, veniamo scoraggiate. Scoraggiate ad amarci.
Veniamo scoraggiate a valorizzare il nostro corpo per com’è, scoraggiate ad accettarci, ed incoraggiate invece a odiarlo e volerlo cambiare.
Andiamo in palestra perché lo odiamo, perché lo vogliamo modificare, non perché gli vogliamo bene e vogliamo tenerlo attivo. BALLE.

E poi non siamo rappresentate. Solo una minima parte di noi gode di cotanto onore, solo una minima percentuale si sente rappresentata nella moda, nel cinema, nella televisione.
E il resto? Il resto a cosa può sentirsi vicino? A chi?
Per le ragazze senza thigh gap è previsto per caso un rotocalco diverso, è stata creata una corsia preferenziale in autostrada?
Per chi non ha le gambe lunghe, il seno prosperoso, i denti perfetti e i capelli risciacquati con acqua di photoshop che cosa c’è?

Continuo a sfogliare la rivista e penso ad alcune mie amiche: nessuna di loro si sentirebbe mai rappresentata da alcuna di queste 309 pagine.
Penso alla me di 20 chili fa, che si sentiva al sicuro perché nessuna di queste indossatrici la faceva sentire inadeguata, e poi alla me di ora… che se ne frega bellamente.

E mi chiedo quanto ancora andrà avanti questa manipolazione, quanto ci vorrà prima che un bel runway riot arrivi anche qui, quanto manchi alla rivoluzione.

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