#FOODPORN: tendenza o droga?

Se solo i vari Trimalchioni della storia (Nerone, Enrico VIII, Luigi XIV, Maria Antonietta..) avessero avuto un profilo instagram… Avrebbero potuto fare dei live stream dei loro banchetti e festini, guadagnandosi di sicuro milioni e milioni di views. Perché?

La cultura occidentale inneggia sin dagli albori all’ostentazione di cibo come mezzo di condivisione, riunione, ma anche sottomissione altrui. Se nel corso della storia abbiamo visto i potenti usare banchetti, cene e altri momenti conviviali come espressione della propria magnanimità, generosità ed abbienza, ora, nel mondo “social” a tutti è concesso e quasi richiesto un po’ di sano spirito esibizionista: quale mezzo migliore del cibo?
Siamo sicuri però di usarlo come mezzo e di non essere noi il mezzo, di non essere noi ad essere controllati da qualcosa a cui attribuiamo un valore più estrinseco che intrinseco?

Confesso di trovarmi talvolta a fotografare la pizza al ristorante, spostando bicchieri e posate così da creare la location migliore possibile, consapevole inconsciamente del fatto che mi farà guadagnare un paio di followers e un centinaio di likes in più su instagram, di cui sono altrettanto consapevole che non me ne frega nulla, ma non so farne a meno. Lo ammetto, faccio così, e mentre lo faccio, soprattutto negli ultimi tempi, mi sento ridicola, patetica, stupida, robotica, come fossi lobotomizzata di fronte alla vita e schiava dei doveri imposti da un meccanismo senza senso. Un tunnel di cazzate.

E le cose sono anche molto migliorate… Tre anni fa, nel pieno della terapia e del percorso recovery dall’anoressia, come se mangiassi per la prima volta nella vita, fotografavo tutto, postavo tutto, compravo libri di ricette che non aprivo mai e salvavo album su album di foto trovate sotto l’hashtag #foodporn su instagram, tumblr, we heart it eccetera. Ieri ho ritrovato quella roba nell’iCloud e ho eliminato tutto: cosa me ne faccio? Che m’importa di tenere l’immagine di qualcosa che mi accontentavo solo di guardare e di cui mi nutrivo così, zoomandola nei momenti di sconforto? Che tristezza. Fosse stata una foto di Jake Gyllenhaal..Invece era #foodporn. Lo stesso #foodporn che mi ha fatto guadagnare tre quarti dei miei 1600 e rotti followers su instagram, lo stesso #foodporn che tutti cercavano, capitando magari poi per caso nel mio profilo.

#foodporn: 130 milioni di risultati su instagram, chissà quanti su tumblr e we heart it. Follia. È davvero importante per noi, è davvero appealing.

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Personalmente, non mi chiedo più perché, è molto semplice: la società europea soprattutto vive così tanto intrisa di cultura della dieta, da vedere ormai il cibo come un sacro graal, come un sogno, un’ utopia, un premio e non più una cosa scontata (non per tutti purtroppo lo è, comunque, nemmeno in Europa) e basilare. Il cibo è diventato davvero un tasto scottante: tutti lo vogliamo, ma chi sente di poterselo permettere? Chi se lo concede? In una società che ci insegna a privarci dei carboidrati per essere felici, a mangiare la pasta solo un paio di volte a settimana e la pizza ogni morte del papa, per forza di cosa questi ultimi alimenti assumono un valore profondo che sostanzialmente, in realtà, non hanno: sono solo grano, farina e possibilità di considerarsi abbastanza fortunati da andare a letto sazi.

Ma a noi non va bene: noi siamo così abituati ad avere tutto e così viziati, che abbiamo inventato il #foodporn e trasformato quello che è un normalissimo piatto di qualcosa in un premio, in un emblema di goduria assoluta, in un’opera d’arte. E a correre in nostro aiuto nell’avvalorare questa teoria, i numerosissimi nuovi programmi di cucina (che hanno trasformato l’arte del cuoco in quella di un pittore o di uno scultore: “l’importante è che sia bello, armonioso nei colori e nelle proporzioni, il resto vabbè, vien da sé, si spera..”), i geniali perditempo, che -avendo compreso la portata sociale e social del cibo- si improvvisano eroi di challenges su youtube (chi mangerà più hamburgers? aka chi strapperà più cibo a bocche affamate che è meglio non sappiano neanche dell’esistenza di questi video?), le magrissime top model (che ogni tanto buttano lì una mega pizza accompagnata da #ciaomagre #sorrynotsorry e altre cretinate), i nostri amici -tutti. Perché siamo tutti così abituati al #foodporn, a fotografare ciò che mangiamo, a saturarne i colori e postarlo che non ce ne frega neanche più nulla di mangiarlo. O meglio, di mangiarlo ce ne fregherebbe eccome, ma sentiamo semplicemente che è più facile fotografarlo, guardarlo, assaggiarlo. Ci fa sentire meno in colpa. È pur sempre #foodporn.

Perché continuiamo ad investire semplici piatti di pasta, di riso, di patate ripiene (eccetera…) di un valore che non hanno? Perché ci tratteniamo nel mangiarli ma sentiamo un bisogno irrefrenabile di fotografarli, guardarli, likearli?

Perché sì, perché è la cultura della dieta, la cultura dell’auto-fustigazione e della resistenza; è la cultura dell’ossessione per il fisico magrissimo e al contempo la cultura della frustrazione alimentare, della fame. Proprio la nostra cultura, quella di paesi che hanno l’abbondanza, ma che la sprecano e ci giocano. Di persone che muoiono di fame per raggiungere degli obiettivi che sentiamo come obblighi, ma che dimentichiamo che ci siamo posti noi, quindi che possiamo benissimo sovvertire. Di persone che si saziano poi, dopo una giornatina frenetica, davanti a masterchef o sfogliando foto di #foodporn, come se fosse vita vera. Come se fosse davvero buono.

E così il cibo è diventato proibito, gli diamo un’importanza un po’ folle ed eccessiva -al contempo gli togliamo il valore reale, che è vitale- e lo desideriamo così tanto che andiamo a guardarci e salvarci foto di bombe caloriche di nascosto, come se potesse bastare. Proprio #foodporn.

VIDEO:

 

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