TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

NI.

Nel senso un po’ sì, un po’ no.

Questo è stato il mio primo parere vedendo “To The Bone”, durato fino ai titoli di coda: non so se e quanto mi sia piaciuto, l’ho trovato buono in alcuni punti, ma troppo dispersivo e semplicistico in altri -come onestamente mi aspettavo sarebbe andata.

Il problema è che la sofferenza descritta nel film non è pari nemmeno alla metà della metà della metà di quella reale e non riesce a trasmettere nessun tipo di emozione forte a riguardo, nonostante i continui tentativi, specialmente nell’ultima mezzora -in cui la storia scade miseramente nel semplicismo, buonismo e lieto fine alla bell’e meglio. Il potenziale c’era, all’inizio, ma poi le mie aspettative sono state abbastanza deluse.

Cattiva e acida: così si presenta Ellen nei primi quindici minuti di pellicola, proprio come mi sentivo anch’io ai primi tempi della malattia: piena di rabbia, di blocchi, di nervosismo represso, di folli idee portate avanti con sudato e scriteriato raziocinio vano e spietato.

Autolesionista fino all’osso, vaga come uno spettro, vestita di abiti larghi e scuri, assente ed assorta nei pensieri di cosa mangerà dopo e come bruciarne ogni traccia, e poi passa la sera a fare addominali in camera. Tipico. E reale.

L’esercizio fisico per bruciare quel cucchiaino di zucchero o quella manciata di fagioli in più, per punire la tua ingordigia, per punire i tuoi sentimenti, per non sentirli più.

“Ho tutto sotto controllo” ripete più volte, e l’ho detto anch’io, l’ho persino urlato.

Ad esser giusti, la prima mezzora di film è stata più che promettente, con un picco di massima altezza nella scena della prima visita dal dottor —, interpretato da un affascinante e diffidente felino Keanu Reeves (sempre piaciuto). La prima conversazione intima tra lui ed Ellen, mentre il terapista le passa delicatamente le dita sulla spina dorsale, è quanto di più reale sia descritto nella storia: “gli anoressici sono bugiardi cronici”, “tu non sei magra, tu spaventi la gente”, e “qui non si deve parlare di cibo, il cibo non c’entra nulla con il tuo problema”. BOOM.

Dopo queste tre sentenze assolutamente profonde il film potrebbe anche finire, boom.

Sì, gli anoressici sono bugiardi cronici, perché in primis mentono a loro stessi: sul peso, sul loro stato di salute, sul perché lo fanno (“lo faccio perché voglio essere magra: così si vive meglio”, risponde Ellen) e di lì imparano a mentire su tutto. Su tutto e tutti i campi. Finché non esplodono.

Tu non sei magra, tu spaventi la gente, e non è solo il terapista a dirlo, ma anche la sorella della protagonista, —, “i miei amici hanno paura di te”, ed infatti lei non ha amici, non la vediamo mai con nessuno al di fuori dei suoi familiari ed i compagni di recovery. Aggravata da un comportamento fortemente asociale, duro, tagliente e solitario (dettato da una sofferenza troppo grande per essere condivisa), la situazione di Ellen le rende impossibile la vita sociale, la condivisione, il contatto (come avverrà poi quando si trova impaurita di fronte all’amore di —).

Qui non si deve parlare di cibo:  il cibo non c’entra nulla con l’anoressia, e questa è la sentenza più bella uscita da tutto il film. Ed è anche la più difficile a capirsi. Ho letto milioni di tweet che lamentavano queste parole ‘assurde’ (“l’anoressia è un disturbo a-l-i-m-e-n-t-a-r-e!”) e attaccavano lo script ed il messaggio lanciato, invece io lo trovo geniale, vero e ‘finalmente’ incisivo. Fintanto che si continuerà a prendere l’anoressia come una dieta sfuggita di mano, una malattia legata all’aspetto fisico, dettata dalla società e altre baggianate, non la si curerà mai. Come tanti altri disturbi invece, è una forma di autolesionismo (spesso con tendenze suicidarie) derivata da una crisi e depressione, pertanto si tratta di una risposta fisica (come può esserlo tagliarsi, ferirsi o togliersi la vita in qualsiasi modo diverso) ad un dramma interiore troppo doloroso e difficile da sciogliere, quindi chiuso nel profondo dell’anima e lasciato lì, come se potesse sparire, come se togliersi il cibo aiutasse a tappare il buco o a distrarre il pensiero dal chiodo fisso del male. Come se smettere di mangiare -con la scusa di una dieta-, cambiare forma ed atteggiamenti, cambiare di conseguenza amici e carattere, creasse e consolidasse una persona nuova, che non soffre più per le stesse cose. Come se facesse nascere una nuova versione di noi, con nuovi sentimenti. Come se non sentissimo più tutto ciò che ci ha portati a quel punto.

Le sorprese positive continuano, poi, con la prima scena di terapia collettiva, quando la terapista della clinica “non si tratta di essere magri” dice “quello che desiderate è far sparire quelle sensazioni che non volete”.

A consolidare le teorie del dottor — e della terapista sono le regole della casa: è consentito di mangiare cosa, come e quanto si vuole, così da rendere ben chiaro ai ricoverati che il cibo è solo il contorno della vita, solo uno dei tanti particolari di una giornata, solo una minima parte di ciò che esiste e ci turba. Così da togliere importanza a qualcosa a cui invece un anoressico ne dà troppa.

Funziona molto bene così, parlo per esperienza personale.

Ma poi qualcosa inizia a scadere, e il film diventa banale come temevo ma non speravo. Forse l’insorgere della love story, forse i luoghi comuni sulle famiglie disastrate, forse la sceneggiatura da serie TV anni duemila… Da metà in poi, qualcosa smette di funzionare. E mi dispiace.

Quella che è la rappresentazione di una malattia mentale nascosta sotto una corazza di arroganza e snobismo -inizialmente resa al meglio- diventa una banalissima piccola sofferenza interiore, per nulla analizzata, per nulla sviscerata, per nulla compresa, per nulla relatable, ma molto semplificata.

Ridotta all’osso, appunto.

Nonostante alcuni momenti piacevoli e potenzialmente spunto di riflessioni -senza poi alcun approfondimento-, come la storia affettiva (non mi piace etichettare i rapporti) tra Ellen e Luke ed il terrore della ragazza di fronte al contatto fisico (l’anoressia, come la depressione in generale, si sa, ammortizza la libido), non c’è niente di sviluppato, niente di lanciato a spezzarci il cuore, niente di incisivo, di forte, di scuro. Nessuna macchia d’inchiostro sulla carta bianca, ma una serie di delicate impronte di dita. Niente di che, insomma.

Ho apprezzato, come ho scritto sopra, il fatto che la figura del dottore fosse molto più diretta e giovanile di quanto non lo siano i terapisti nella realtà (ma appunto, non è realistico, purtroppo) e che invitasse i suoi pazienti ad un percorso di recovery che puntasse sul lato umano prima che sull’alimentazione (“è vietato parlare di cibo” / “mangiate come e quanto volete, purché stiate a tavola”), ma allora perché non abbiamo visto nulla del percorso interiore dei personaggi? Perché dei traumi, dei problemi familiari o sentimentali (perché è da quello che può scaturire un disturbo alimentare) di Ellen non abbiamo saputo nulla?

Insomma, un film sull’anoressia dovrà pur puntare su una di queste tre cose: cause, guarigione fisica, guarigione psichica… Ma non c’è stato nulla di tutto ciò.

Peccato, ripeto, le premesse sembravano buone.

Passando alle singole vicende, apprezzabili i tentativi di ‘drammatizzare’ la storia con le storie di Pearl e M—: la prima è forse il personaggio più credibile di tutto il film, terrorizzata dalle calorie, distrutta dentro e fuori, alienata dal mondo, tendente al tornare bambina ed attaccata ad un sondino, la seconda, nonostante i tentativi, non riuscirà a tenere il bambino che porta in grembo: è troppo tardi.

Però non basta. Non serve a nulla il contorno se la storia principale è tutto e niente, è piena di spunti ma vuota di risposte.

L’unico sviluppo nella vicenda di Ellen è reperibile nella sua scelta di cambiare nome (ribellione alla famiglia?) e nella storia con Luke, un altro personaggio su cui ci sarebbe onestamente molto da dire.

Lui è avvolto da un alone di mistero -perché sta lì, cosa gli è successo, come mai ha sofferto di anoressia?- ma sappiamo che prima della malattia era un ballerino e che ora, dopo soli sei mesi di recovery, sembra più sano del dottore stesso, tanto arzillo da essere quasi esageratamente istrionico (guarda caso, classica condizione psichica che spesso precede o segue un periodo di disturbi alimentari).

Tuttavia, per qualche strana ragione, l’ostentatissimo amore per il cibo di Luke -che somigliava tanto al mio di qualche anno fa- passa, nel film, come ‘sano’.

Beh, vi do una brutta notizia: non lo è. 

Il ragazzo, per quanto carino, simpatico, dolce e assolutamente delizioso, è affetto da una forma di istrionismo spiccata, accompagnata dalla classica ossessione per il mangiar bene, una delle più classiche conseguenze del recovery: è lui stesso ad ammettere di aver passato così tanto tempo a digiuno che ora si trova ad avere una fame tremenda e una carica di energia nucleare.

Okay, ma non è salute nemmeno la sua.

Sembra che questo film dia speranza ma non la dà -nessuno degli amici di Ellen viene mostrato uscirne veramente, sono tutti impantanati sino al midollo in un diverso disturbo alimentare-, e sembra che approfondisca il dolore ma non lo fa -non sappiamo neanche cosa succeda nella mente di quei ragazzi, né chi siano. Ma soprattutto, quello che vediamo NON è dolore vero.

Mi dispiace, pensavo sarei riuscita a trattenermi e a pensare più ai lati positivi (e, come ho già detto, ce ne sono) che non ai negativi, ma è più forte di me: quello non è dolore.

Il dolore dell’anoressia è ciò che sta dentro un grande cuore in un corpo piccolo piccolo, è ciò che grida per uscire, sono i lividi sulle ossa quando ci si siede, sono i polmoni che sembrano scoppiare in una cassa toracica troppo piccola, è la fame di qualcosa che non abbiamo il coraggio di volere, è la frustrazione, sono le mani che strappano i capelli, i denti che mordono i bordi del cestino della spazzatura, il freddo che lacera lo stomaco, la gola gelida e paralizzata, la mancanza degli amici, il ricordo dell’amore, le memorie più belle del passato, l’infanzia mitizzata, la voglia di morte.

Questa è l’anoressia, che cavolo, non un ‘aspergers per le calorie’, né una cena al lume di candela, inventandosi di essere malati terminali di cancro (quella era di cattivo gusto!) sputando nel fazzoletto.

Non che io non abbia sputato nel fazzoletto -eccome se l’ho fatto- ma non è che un dettaglio infinitesimale e trascurabile di cosa sia un disturbo alimentare davvero.

La vita sociale, i balli, la musica, i rapporti, i sentimenti… Non voglio sembrare cinica o estrema, ma non esistono davvero, quando sei anoressica. E se esistono sono rovinati, silenziati, difficili, affranti.

Non posso vedere una compagnia di persone in recovery più intente a ballare e bere che non a guardarsi dentro, mi dispiace.

Non posso vedere la mia malattia ridotta a queste due ore di barlume.

“Viva l’ironia” avevo detto nel video di commento al trailer, però “fino ad un certo punto” avevo aggiunto. Più che altro ‘viva l’ironia se porta a qualcosa di costruttivo’, se minimizza siamo finiti.

Ci sono state due o tre scelte che mi hanno disturbato e un po’ disgustato: il classico dibattito familiare un po’ troppo intriso di luoghi comuni -con tanto di madre lesbica e compagna hippie che più 2017 di così si muore (ovviamente non perché io sia contraria all’omosessualità! sono solo contraria all’accozzaglia di cose buttate lì a caso) e padre quasi incredibilmente assente-, la voglia di scherzare sul conto delle calorie e infine alcuni momenti veramente patetici tra madre e figlia (la scena del biberon… vogliamo parlarne? Era un tentativo di farlo somigliare ad un film di Malick?).

Ma ci sono stati anche momenti costruttivi, quali il primo colloquio con il dottore, i confronti con le compagne di clinica (seppur in parte copiati dal più valido “Ragazze Interrotte”), e il sogno di Ellen.

Non sono bastati, però: non c’è nulla di relatable né realistico nella guarigione così rapida da un dolore così radicato e lungo, nulla di credibile nel non avere una ragione per cui si soffre e nulla di nuovo o eclatante nelle scelte delle storie di contorno, che sono prive di backstory, superficiali.

Senza backstory, senza basi, come facciamo ad entrare nella vita di un personaggio, a sentire con lui/lei, a soffrire con lui/lei?

“To The Bone” è come un viaggio in aereo rispetto ad un viaggio ‘on the road’. Tutto ha un’inizio e una fine, di tutto vediamo la partenza e la meta, ma non conosciamo nulla del percorso.

Ed è il percorso a raccontare il dolore, la gioia, la fatica, la morte, la speranza.

 

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