Riso amaro – un omaggio alla forza e solidarietà femminile

164219597-b05324e5-b353-44cf-9946-fbe7e6404bba
Le mondine di “Riso Amaro” (1949): al centro, Silvana Mangano.

È il 1947. Di ritorno da un viaggio di lavoro a Parigi ed in attesa di una coincidenza per Roma, il regista Giuseppe De Santis passeggia per la stazione di Torino, dove per puro caso si trova travolto e coinvolto da un numeroso gruppo di mondine di ritorno dalla risaia: “amore mio non piangere” cantano, e “La Rondinella”, accalcate sui binari, a scrutare l’orizzonte, in attesa di essere riaccompagnate a casa. In attesa di riposo. Lui, De Santis, ha girato fino ad allora solo un cortometraggio, un film insieme a Visconti ed uno tutto suo, affermandosi però già, all’età di soli trent’anni, come uno dei maggiori esponenti del neorealismo italiano. Tornato a Roma, penserà solo a scrivere e dirigere una pellicola ispirata al gruppo di mondine in stazione e -perché no- alle loro fatiche, ai loro sogni, al loro cameratismo, un’alleanza tutta diversa da quella maschile della passata guerra.

La stesura della sceneggiatura, accompagnata dalla ricerca dell’attrice protagonista, fu molto precisa ed accurata: per una storia d’amore e di lavoro, di povertà e di passione nella breve vita di una mondina fiera ma sola, pensò ad una “Rita Hayworth italiana”, che sapesse quindi parlare, ballare, sorridere ed ammaliare ma anche prestare le sue forme femminili all’abisso della tragedia di una gioventù soffocata troppo presto dalle necessità. Il primo provino di Silvana Mangano, giovanissima ex ballerina classica anglo-siciliana, andò piuttosto male: si presentò troppo truccata, nascondendo la sua bellezza ed il suo talento dietro una maschera di tentativi di auto protezione da un mondo che già non le piaceva. Il secondo non ci fu: De Santis la incrociò per strada, sobria e trafelata, e riconobbe sul suo viso fiero ed i suoi fianchi abbondanti l’immagine della sua mondina Silvana Meliga. In quegli anni le sorelle Mangano erano molto celebri a Roma: a dire il vero, la più giovane -Patrizia- era molto più somigliante alla Hayworth di quanto non lo fosse l’altra, ma troppo bambina per ottenere la parte e probabilmente anche per interessarsene; fu così che Silvana divenne Silvana, e poi tutto il resto è leggenda.

image1-13
Doris Dowling (a sinistra) e Silvana Mangano (a destra) nei panni di Francesca e Silvana: due camerate e rivali in tutto e per tutto. La prima, più snella, sobria e dalla bellezza meno particolare è la ladra pentita della vita criminosa; la seconda, florida e volitiva, è l’emblema della donna italiana del dopoguerra. Le loro differenze (qui in un suggestivo campo-controcampo nella stessa scena atto ad evidenziare il loro contrasto) si scontrano fino ad avvampare nella rivalità amorosa

Riso amaro viene girato ed ambientato durante il corso del 1948 ed annovera tra i membri del cast -oltre alla già citata protagonista assoluta- un giovane, bello e bravo Vittorio Gassman, Raf Vallone e Doris Dowling. Il film racconta la storia della giovanissima mondina Silvana (ai tempi delle riprese la Mangano aveva appena diciassette anni): è una fanciulla tosta e seria nel suo duro lavoro, uniche distrazioni il boogie del sabato sera ed un murale di Clark Gable sopra il letto, nessuna esperienza nel mondo e due occhi neri e grandi come la terra, che sembrano gridare di sete e curiosità. Nella sua vita fanno irruzione due stranieri, che secondo l’usuale topos del barbaro incarneranno per lei i simboli e mezzi di conoscenza ed emancipazione di vita, eros e femminilità: Francesca ed il suo partner Walter (Gassman), due criminali in cerca di riparo. Ma se la prima prende la via della redenzione e si unisce alle mondine entrando nel vivo della fatica e dello stoicismo del lavoro, il secondo non ne ha alcuna intenzione: senza nessuna bussola morale, dal carattere tendenzialmente psicopatico e completamente privo di sensibilità ed empatia, Walter non conosce né l’affetto né il rispetto, e sfrutterà sino all’osso i sentimenti e la passione da Silvana nutriti nei suoi confronti, spingendola in un baratro di violenza e corruzione.

image5-2
Gassman e la Mangano in una scena del film. Questo sarà il primo tra i vari film della coppia insieme: si rispettavano profondamente ed amavano lavorare l’uno con l’altro.

La giovane mondina si innamora infatti di lui con un ballo -anzi, con uno sguardo di sottecchi durante un ballo popolare, e da quel momento in poi non è più la stessa: detesta Francesca perché gode della compagnia di Walter e applica i più svariati ed ingenui tentativi di sabotaggio nei suoi confronti, accompagnati da quella sana e puerile invidia e curiosità delle ragazze semplici nei confronti di chi sembra saperne di più e vivere meglio. Rifiuta le attenzioni del sergente Marco Galli (Vallone) in nome di un sentimento incontrollabile nei confronti del giovane criminale che la porterà alla rovina propria ed altrui, in un turbine crescente di manipolazione, circonvenzione ed infine disperazione di un non-amore mascherato da salvezza.

image4-2
Un intenso Vittorio Gassman nella famosa esasperata scena sotto la pioggia

Se all’inizio del film Silvana è l’emblema della femminilità, la mascotte della risaia, la reginetta delle mondine, con l’evolversi della vicenda la sua ferrea disciplina nel lavoro e dedizione vengono meno, in nome del sogno e della speranza di cui il bell’aspetto di Walter si fan portatori. C’è di mezzo quella collana di diamanti, che lei guarda con occhi di volpe, curiosi e avidi, e non vede l’ora d’indossare e sfoggiare ballando sotto gli occhi dello straniero (del resto, Silvana Mangano e proprio Vittorio Gassman saranno nel ’54 i protagonisti di Mambo, film incentrato sulla vita e gli amori di una ballerina, a richiamare la prima vocazione dell’attrice) , e quel suo modo scomposto e sensuale di danzare, una “Gilda” delle risaie, una giovane Rita Hayworth d’Italia, per aspetto -le forme esplosive della Mangano procurano anche a lei, come alla star hollywoodiana, il soprannome di “Atomica”- e vicenda -Silvana è vittima di un sistema più grande di lei e della sua innocenza camuffata da esperta scaltrezza. “Riso amaro” non è un noir, ma un dramma neorealista che si propone di raccontare la tragica vicenda del primo (si suppone) amore di una ragazza acerba e del terribile inganno da esso perpetrato ai suoi danni. È una storia di etica e perdita dei valori, di speranza ingenua e sfruttamento (amoroso, lavorativo..), una denuncia sociale all’exploitation femminile del primo dopoguerra (e magari si limitasse solo a quella) e -non da ultimo- un inno alla solidarietà femminile.

image6
La famosa scena del boogie: un’ammiccante Silvana Mangano provoca Vittorio Gassman, invitandolo a raggiungerla a ballare

Mentre Silvana arriva a odiare, ripudiare e tradire il proprio lavoro in risaia e le compagne, queste ripongono in lei ogni fiducia, la ammirano e spalleggiano -come i membri di una gang con il loro capo- e vorrebbero essere come lei, la più bella, la più brava, la più forte. E se da un lato la giovane ragazza, splendente in un abito elegante ed alla moda, sogna di abbandonare la risaia con la collana di diamanti donatale da Walter, dall’altra la mondina ferrarese, con i suoi hot pants, calze strappate e maglioncino scollato, non riesce a lasciare le amiche. Cresce tutto d’un tratto, nel corso di qualche giorno dei suoi diciott’anni, volando con pesante leggerezza dal ballo giovanile alla consapevolezza, dal sabato del villaggio alla fuga di ogni speranza, dalla ragazzina alla donna, restando sempre infine mondina. È giusta, dritta, curiosa, acuta, furba, ambiziosa, sognatrice, romantica e maliarda. Diventa avida, labile, ingannata, incattivita ed infine pentita.

image3-2
Le mondine si godono la pioggia in un momento di pausa

Prima tra le opere neorealiste a guadagnare l’amore del pubblico, oltre a quello della critica, più di tutto, Riso amaro parla di donne ed omaggia il mondo femminile, con ogni sua luce ed ombra, e la sua netta superiorità sensibile rispetto a quello maschile (le donne descritte nel film sono oneste lavoratrici, gli uomini per lo più disonesti e truffatori, ad eccezione della figura di Marco).

Silvana-Mangano
La disperata scena sotto la pioggia, tra le più belle e caratteristiche del cinema neorealista.

Silvana Mangano diventò il simbolo di un’Italia diversa, nella quale la donna (che finalmente occupa un ruolo rilevante nel cinema neorealista -si pensi all’Anna Magnani di Roma Città Aperta, all’Ingrid Bergman di Stromboli) aveva finalmente il suo ruolo anche nel mondo del lavoro, prendendo parte a quella catena di montaggio che avrebbe ultimato il funzionamento del boom. Sebbene la sua immagine di giovane, povera e bella maggiorata, simbolo di un’Italia sofferente ma in rinascita sia durata ben poco (la Mangano perse presto molto peso e si trasformò nella sofisticata attrice che noi tutti conosciamo, quella dei film più esistenzialisti di Pasolini e più azzardati di Visconti, tra i tanti), quella della mondina Silvana Meliga non depose mai la corona e rimase nell’immaginario collettivo per lungo lungo lungo tempo. Per sempre.

Annunci

2 pensieri riguardo “Riso amaro – un omaggio alla forza e solidarietà femminile

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...