Dora, libera e bella – “La Parmigiana”

Dora è libera.

Dal primo all’ultimo di questi 103 minuti, sfila a passo deciso per le strade di una provincialissima Parma, sotto gli sguardi di tutti coloro che le “invidiano la vita”. Spavalda e fiera, se scende a compromessi è solo e soltanto per tornaconto personale, se compie scelte avventate è per distrazione o disinteresse, pas grave. Poche gioie vere, pochi dolori, nessun rimpianto. Si libera dalle situazioni scomode e pesanti così come ci entra, e della verginità come togliesse un sassolino da una scarpa: con una lievissima nonchalance, con il volto disinvolto di chi par dire con lo sguardo irriverente “non è importante”. Nulla la tocca, nulla la distrugge, tutto la attraversa, ed ogni tanto -casomai- qualcosa si ferma, quasi aggrappandosi in lei, tra le sue ossa, tra i suoi pensieri.

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Catherine Spaak e Nino Manfredi in una scena del film

La Parmigiana (1963) è per Antonio Pietrangeli una sorta di banco di prova, di copia più comica e popolare del già da tempo ideato Io la conoscevo bene, che uscirà nel 1965 come versione più swinging e sofisticata del sopracitato. Protagonisti del film del ’63 sono la giovane Dora (Catherine Spaak) e i suoi ricordi, o -per meglio dire- il suo flusso di coscienza, che tramite sapientissimi flashback resi da Pietrangeli grazie a movimenti a panoramica della macchina, ricostruisce per lo spettatore la vicenda della ragazza, tentando di aprire una strada ai pensieri ed al cuore di questa giovane e bella Lolita senza malizia.

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Dora a casa di Nino gioca con i soprammobili ascoltando “Amore Twist” di Rita Pavone

Le uniche corde del cuore di Dora che il vento sembra muovere, sono quelle per Nino (un sempre meraviglioso Nino Manfredi), il pubblicitario romano, ruffiano e cialtrone, conosciuto per caso in spiaggia non molto prima del tempo del racconto principale, che -dopo aver tentato di usarla per i suoi scopi truffaldini- finisce per fare in qualche modo breccia nel suo cuore. Lei ci si affeziona, unico tra tutti gli uomini di passaggio nella sua vita a lasciare un segno tale da farle riconsiderare l’ostinata ed apparentemente irrefrenabile marcia in avanti, l’aspetto più caratteristico del suo carattere, quel procedere inesorabile e sicuro verso “il poi”, l’avanti. È proprio per Nino che Dora devia per la prima volta dal fiume della sua vita apparentemente libera, ma infine infelice, e scappa giù dall’autobus (metaforicamente e non) che la sposta per l’Italia, questa volta per ritornare a Roma, dopo un insoddisfacente periodo nella sua città natale, Parma, provinciale e piccolo borghese culla della sua primissima educazione sentimentale.

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Il primo incontro tra Dora (“Silvana!”) e Nino in spiaggia

Quando, ritrovato l’ex amante sposato ad una donna che non ama solo in cambio di un tetto, un letto caldo e un po’ di pane, si lascia prendere dallo struggimento (quelle della scena finale sono le uniche lacrime che vediamo rigare il bellissimo e fierissimo volto della protagonista), Dora vive una sorta di epifania, si sistema il trucco specchiandosi sulla vetrina di un negozio, sorride e prosegue per la sua strada, ovvero una strada senza meta, consapevole però, come una Scarlett O’Hara del novecento, che domani è un altro giorno, si vedrà.

Il film consente di aprire un interessante dibattito sui perché e sui ma della figura di Dora, una ragazza che vive le relazioni sentimentali e sessuali -sì, forse fin troppo- ma infine sola; forte -sì-, e abituata ad usare la sua bellezza e scaltrezza per scopi personali quando ne sente la necessità e –perché no?– forse anche la voglia, ma infine incapace di raggiungere la sola cosa che faccia sentire vivi, l’amore, ed quindi il solo uomo con cui abbia condiviso momenti di felicità povera, un po’ squallida, ma autentica. Eppure, se anche Dora perde Nino e non sa che fare del suo futuro, è proprio lei -e non l’ex fidanzato- ad uscire vincitrice dalla situazione, continuando la sua imperterrita passeggiata consapevole infondo, di essere libera. Magari scende un po’ troppo a compromessi e vive il sesso con immatura leggerezza, ma non è forse libera di scegliere da sé, per il suo corpo e la sua vita?  Magari rimanda le grandi responsabilità al domani, ma non è forse un suo diritto? Magari vive di affetti superficiali e sporadici, ma di certo sotto questo aspetto è onesta.

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Catherine Spaak in una scena del film

Alla fine della pellicola, ciò che resta è davvero -nonostante tutto- la libertà di Dora. La sua naturalezza, la sua trasparenza, la sua sicurezza. Mentre lei sceglie di vivere la casualità dei rapporti con profonda consapevolezza personale, con la coscienza pulita e l’animo in pace, il rivoltante questurino Michele Pantanò (ovviamente azzeccatissimo Lando Buzzanca, fresco del ruolo del giovane Mulè in Divorzio all’italiana e purtroppo destinato a rivestire i panni del merlo maschio per il resto della sua carriera) è schiavo di una ridicola doppia morale, il giovane seminarista vive l’innamoramento con frustrazione e il piacione Nino si prostituisce in cambio di una pizza.

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L’importanza dell’immagine: Dora e Nino nello studio di lui, fotografo e improvvisato pubblicitario.

Ancora una volta -quindi- Antonio Pietrangeli descrive l’incomunicabilità etica tra uomini e donne nell’epoca dell’abbattimento dei muri, in cui tutto era lecito purché fosse nascosto, e tutto era censurato (come se ora fosse tanto diverso). E ancora una volta, sono la spontaneità e la dignità femminile a emergere -in una parola: è una ragazza ad uscirne -senza necessità alcuna di divulgare inutili e didascalici insegnamenti morali- vittoriosa e tutto sommato sorridente, proprio come nella memorabile sequenza del servizio fotografico in cui Dora, davanti alla macchina di Nino, scioglie i capelli e ride in faccia alla vita. Poco importa che la risata sia finta: è -come dice Calvino- pur sempre un modo di prendere le cose a cuor leggero, che non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto.

Carmen

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