Il vuoto di Adriana, fino all’ultima canzonetta – “Io la conoscevo bene”

Un calcio al giradischi ed il nastro si riavvolge, pronto per registrare le prossime esperienze, per recepire stimoli nuovi, per cadere inerme in altre trame, per le ennesime diverse esperienze superficiali, che stanno lì, sulla membrana dell’anima.

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Stefania Sandrelli in una toccante scena del film

Adriana non è sola, non ha neppure un momento per stare con sé stessa, sembra quasi tema la propria compagnia, non abbia stima della sua intelligenza, non pensi nemmeno alla sua individualità. Come la Celestina de Il sole negli occhi, anche lei lascia una realtà rurale immersa nel passato, in cerca di fortuna nella capitale: ma, se la prima va in cerca delle gioie semplici ma autentiche, alla seconda occorrono nuovi stimoli, che coprano (non importa li ricuciscano davvero) i buchi di una giovinezza strappata, di affetti familiari mancanti e dialoghi inesistenti.

Adriana non cerca la contentezza, Adriana non sa cosa cerca: cerca tutto ciò che possa distrarla dal male di vivere e quindi non cerca niente. Cela dietro l’ossessivo ricorso alle canzonette di moda un bisogno di tappare le mancanze della sua vita, il vuoto delle sue giornate.

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La “modiglianesca” figura di Adriana Astarelli, la bellissima Stefania Sandrelli

E così “Mani bucate” riempie il nulla del suo sguardo vago sul Tevere dalla finestra, “Addio” accompagna il ballo con i ragazzi per la strada, “Dimmi la verità” fa da sottofondo al suo abbraccio con il piccolo vicino di casa, “E se domani” giustifica il suo sciogliere il trucco con il collirio e la struggente “Toi” di Gilbert Bécaud la riporta a casa in auto, in un’alba tranquilla.

Si sente così sola nel silenzio delle cianfrusaglie di quel piccolo appartamento al punto di arrivare persino a gettarsi dalla finestra al ritmo della marcetta del “Letkiss” delle Kessler.

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La scena d’apertura del film: Adriana stesa in spiaggia tra i rifiuti. Ne esisteva in origine un’altra versione, non censurata, ora scomparsa.

Lì per lì ho avuto quasi la sensazione che si fosse buttata di tutta fretta, ad un tratto, perché consapevole che il brano stesse per finire, timorosa di morire in silenzio.

L’accettazione passiva di ciò che viene, è ciò che differenzia l’apparente superficialità di Adriana da quella di Dora: se la seconda è scaltra ed indipendente, la prima non riesce neppure a farsi rispettare dai giovanotti con cui fa l’amore.

Dora fa sesso, con la sensazione di mantenere libero il proprio spirito, Adriana fa l’amore, perché si affeziona. Si attacca alle persone, si attacca agli animali, si attacca agli oggetti, si attacca alla musica.

Lei non vive, ma esiste: respira e si muove sul palcoscenico della sua vita da attrice non protagonista. Prende le “scuffie” più tenere per ragazzini “tali e quali a Vittorio Gassman”, giovani spiantati, scrittori maturi; si fida ciecamente di personaggi irresponsabili e si affida ad essi come ai parenti stretti che non ha.

Crede alle parole del suo “press-aggent” cialtrone e ruffiano, Cianfanna (interpretato ancora dal meraviglioso Nino Manfredi, in uno dei suoi ruoli più azzeccati, fatalmente simile a quello de “La Parmigiana”, e destinato poi a sviluppare la maschera in alcuni episodi di “Le bambole” (1965) e “Vedo Nudo” di Dino Risi (1968), finché i suoi intenti non diventano palesi, e  poi a quelle degli sciacalli del business incontrati ai party.

Vola di momento in momento, di emozione da poco in emozione da poco, di festa in festa: sarà proprio all’ultima delle tante serate che i suoi vent’anni si scontreranno con la desolata mezza età di Bagini (uno stra-or-di-na-rio Ugo Tognazzi nei panni che più gli si addicono sul grande schermo), attore fallito, ridotto a dar spettacolo del proprio talento dimenticato davanti a una folla disinteressata che lo umilia, tra le risate pungenti del cinico ed attualissimo produttore Roberto (Enrico Maria Salerno) e l’imbarazzo quasi dispiaciuto di Cianfanna-Manfredi (alla festa solo per rubacchiare un po’ di spaghetti).

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Pietrangeli, Tognazzi e la Sandrelli preparano una scena del film

Pietrangeli compone l’esistere di Adriana in una struttura episodica: la sua vita è composta di giustapposizioni di piccoli frammenti che non le lasciano nulla e per la cui realizzazione lei non fa nulla, così, la trasposizione cinematografica è costruita per scene, momenti, istanti che -per analogia- le ricordano un passato che, seppur da parte sua paia inaspettato, non l’ha mai lasciata. E così vediamo i flashback che la riportano al tempo passato con la sorella, agli incontri con uomini, ai primi provini.

Per Adriana, sembra che nulla conti più di lasciarsi esistere, e invece fatalmente, forse inconsapevolmente, vuole vivere. Oppure è troppo stanca delle continue umiliazioni e degli abbandoni, che non le scivolano poi così addosso come lascia credere. Si lascia calpestare la dignità finché non si accorge, forse, di non averne più una.

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Giocando col collirio e coi ricordi al ritmo di “E se domani”

Un ultimo calcio al giradischi: mette in ordine la casa per la prima volta, inserisce il disco del letkiss, apre la finestra, guarda il Tevere un po’ incupita per l’ultima volta, e poi, senza una meta, cercando solo di allontanarsi dai frammenti di un passato e di un presente vacui, salta nel vuoto.

Carmen

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