Resta, vile maschio, dove vai? MANFREDI, & TROISI: la bellezza di essere un antieroe

image1-2[ Non sono nulla più che una studentessa di cinema molto appassionata, che sogna di lavorare sia come attrice, sia come critica/storica  nell’ambiente: sto ancora imparando e la strada è molto lunga, ma mi piace. Non mi sento tuttavia in diritto di trattare questa mia iniziativa come una lezione di cinema (non oserei mai!) Carmen ]

Improvvisamente, finita l’epoca della cosiddetta golden age hollywoodiana e conclusisi i lunghi e fallimentari tentativi emulativi del cinema di regime (gli intimenticabili telefoni bianchi), muore il divismo.

La fine della seconda guerra mondiale prima, l’avvento del boom e la crisi dei suoi instabili valori familiari poi, inizia a portare ad un graduale dissolversi dell’emblema del maschio italiano, simbolo di autorità e carattere. Già con l’avvento degli anni cinquanta e dei primi sessanta le cose cambiano: da eroe, l’uomo può diventare pavido manipolatore, basso opportunista, cialtrone seriale. A questo proposito si pensi al cinema di Antonio Pietrangeli (Il sole negli occhi, Lo scapolo, Nata di Marzo, La Parmigiana, Io la conoscevo bene), alla teatrale perdita dell’onore o disperazione degli uomini di Visconti (Senso, Rocco & i suoi fratelli), o alla crisi esistenziale di Mastroianni (non importa se ne La dolce vita o di Fellini o ne Il bell’Antonio di Bolognini): siamo ben lontani dal divismo cieco del decennio precedente.

Ma se gli anni sessanta del cinema italiano sono ricordati bene o male con grande orgoglio, i settanta e ottanta perlopiù deprecati, per via di quella commediaccia sexy all’italiana o dei primi film sul genere cinepanettone, che riportano la figura maschile ad una condizione di egemonia (mentre la donna assume ruoli irrilevanti e puramente “fisici” mai interpretati in precedenza), ma di un’egemonia povera umanamente, di un’egemonia -passatemi il termine- sfigatissima. La verità è che -sì, quei generi si mantengono in vita per lo più per stanchissime battute sessiste e per la presenza di ragazzine succinte, oggetto di desiderio di uomini più anziani e solitamente poco attraenti- ma non sono i soli o le sole voci di rappresentazione maschile, femminile e della vita di coppia del tempo. Gli anni settanta e ottanta sono molto prolifici: ridurli solamente alla commedia sexy sarebbe un’eresia.

A questo proposito ho osservato le somiglianze tra due spezzoni tratti da famosi film italiani rispettivamente del 1981 (Ricomincio da tre, di e con Massimo Troisi) e del 1976 (Quelle strane occasioni, con protagonista Nino Manfredi), con protagonisti due attori che più di chiunque hanno saputo interpretare la voce della crisi maschile post-sessantottina. La stessa crisi che le commediacce celano per non turbare la tranquillità del maschio medio ed appagare il suo occhio, ma che Manfredi e Troisi hanno sempre saputo svelare con maestria e gran classe.

Non c’è esempio migliore, a parer mio, di queste due scene ([1 Ricomincio da tre][2 il cavalluccio svedese]) -per altro molto simili tra loro, come sicuramente si può notare- per mostrare tramite immagini l’effetto dell’emancipazione e del sessantotto sull’istituzione della famiglia, ma soprattutto sul ruolo maschile all’interno di essa o della coppia. Una situazione ed un ruolo ben lontani da quelli a cui le pellicole più facili ci hanno abituati, ben più complessi e controversi. E così, consapevoli di essere nel torto, di essere fuori tempo, di portarsi addosso un retaggio culturale ormai obsoleto, l’unico interlocutore con cui i nostri protagonisti possono prendersela è lo specchio, quindi loro stessi: per la prima volta, guardano il proprio riflesso e si mettono in discussione.

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Un ritratto di Nino Manfredi negli anni ’60

Il novecento, si sa, è il secolo dell’introspezione: Manfredi e Troisi (due artisti che personalmente amo oltre l’immaginabile), come pochi altri prima e dopo di loro, alternando, con una dolcezza naïf quasi innocente, tragico e comico, interpretano l’uomo moderno, o -per meglio dire- la crisi dell’uomo moderno, riecheggiante quello stesso concetto di paralisi descritto da Joyce e da Svevo all’inizio del secolo.

 

Il primo è fortemente impegnato sul fronte, recitando in film simbolo dell’epoca, come ad esempio Il padre di famiglia (1967) di Nanni Loy, Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati e C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, forieri assoluti di nuovi valori e disvalori legati al mito della famiglia: nel film di Loy la sua autorità paterna viene messa in crisi dal passare dei tempi, dal cambiare della società e soprattutto dalla sua innegabile assenza all’interno del nucleo familiare (l’ospite anarchico, interpretato da Totò e poi, dopo la sua morte, da Tognazzi, è più presente di lui nella gestione della casa), nella migliore opera di Brusati è alle prese con la condizione di immigrato povero e solo in Svizzera, lontano dalla famiglia e sfortunatamente impotente nel dar loro il sostentamento necessario, nel terzo incarna l’antitesi del macho di polso, ruolo che gli riuscirà sempre benissimo. Militante socialista e attivo nella campagna a favore del divorzio nel ’74 (che potete vedere qui), non teme mai di spogliare la sua mascolinità di divismo o abbellimenti, preferendo di gran lunga mostrare le insicurezze, le paure e la pochezza spesso celati dietro tutto ciò che fa un maschio alpha dei suoi tempi, completamente perso e impotente dietro l’irrefrenabile e temutissima emancipazione femminile.

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Nino

Nato a Castro Dei Volsci, un piccolo paese della Ciociaria, nel 1921, nonostante gli studi di legge (si laurea con ottimi voti in giurisprudenza nei primi anni ’40) e la minuziosa preparazione accademica (studia recitazione alla scuola Silvio D’Amico, assieme a Paolo Ferrari e Vittorio Gassman), non dimentica mai le sue origini e la sua educazione religiosa e sentimentale, che racconta in tono irriverente e sagace non solo nell’autobiografico Per grazia ricevuta -miglior opera prima al festival di Cannes, nel 1971-, ma anche -e forse soprattutto- in ogni film o episodio tragicomico a cui prenda parte, donando un piccolo ma significativo pezzo di sé a ciascun carattere interpretato.

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Come il suo idolo, Charlie Chaplin: Nino Manfredi emerge dal tunnel per raggiungere Anna Karina in una commovente scena di “Pane e cioccolata”, 1974.

Basta la salute e un par de scarpe nove e poi gira’ tutto er monno: la salute di Nino è tutto un programma: in gioventù trascorre tre anni in sanatorio a causa dell’aggravarsi della tubercolosi, che lo porta a una chiusura in sé stesso, letture e giochi goliardici insieme ai compagni di sventura (non tutti si salveranno). Durante la degenza fa innamorare le infermiere, impara a cantare accompagnandosi col banjo, combina marachelle e le copre con la maestria di chi del raccontare bugie ne farà una professione. Una sorta di Pinocchio, insomma, ma fatalmente nella versione di Comencini si troverà ad interpretare Geppetto, uno dei più memorabili personaggi della sua carriera ed il primo di una lunga serie di anziani interpretati da Manfredi in relativamente giovane età.

Saturnino (così si chiamava) oscilla abilmente tra le parti, sa essere il teppistello dal cuore d’oro, il cialtrone ciociaro, l’impiegato, l’uomo dalla forte etica, l’instancabile innamorato e -non da ultimo- il maschio in crisi, l’uomo vero del novecento: l’antieroe per eccellenza, con quel suo sguardo perso, gli occhi dolci, il sorriso discreto (beffardo, quando il lato sinistro del labbro si solleva al naso), i suoi continui ricorsi alle scuse e la paura di disturbare. Gian Piero Brunetta lo definisce Brechtiano, caratterizzato dallo straniamento recitativo, fin troppo timoroso di essere di troppo sulla scena dello spettacolo del dopoguerra, eppure capace di calcare il palcoscenico con la leggerezza spigliata di chi si sente un friccicone ar core, (come non ricordare l’iconica interpretazione di Tanto pe’ canta’?).

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Ritratto di Massimo Troisi

Dal canto suo, Massimo Troisi invece appartiene ad un’altra generazione: appartiene alla generazione dei ribelli più fortunati, quelli nati alla metà degli anni ’50, che non hanno visto morire gli amici e i parenti in guerra, che portano con sé la magia e la speranza dell’epoca d’oro, del miracolo economico, della libertà. Eppure sembra non farne parte, sembra non crederci, a tutto questo benessere. Sembra vederci lungo assai.

 

Eppure ricorda fatalmente il timido emigrato di Pane e cioccolata, impacciato e sempre timoroso di disturbare (Ricomincio da tre, 1981), l’imperituro innamorato di C’eravamo tanto amati (Le vie del signore sono finite, 1987), l’apparente inebetito ma scaltro ribelle de Nell’anno del signore (Non ci resta che piangere, 1984), ed infine, in senso assoluto, l’uomo in crisi esistenziale (Che ora è, 1989).

Eppure, insomma, ha molto in comune con Nino Manfredi, aldilà di quesi più semplici fattori biografici. Anche il rapporto di Troisi con la salute è alquanto problematico: malato di cuore sin dall’infanzia, indebolito nel fisico e nell’animo dalla sua difficile e precaria condizione di vita, non manca di dedicare un grande spazio all’interiorità, all’incomunicabilità e agli handicap dei personaggi di cui è autore, anche grazie all’apporto notevole della scrittura della sua storica compagna e co-sceneggiatrice, la psicologa Anna Pavignano. Su tutti, come dimenticare il Camillo de Le vie del signore sono finite, costretto su una sedia a rotelle da un trauma amoroso e capace di tornare a camminare solo una volta riappacificato con l’amata? Non esiste, per Troisi, l’uomo pieno di risposte e di risorse: quella, casomai, è la donna.

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Troisi regista

E così, ricorda fatalmente i personaggi ai quali Manfredi piaceva tanto prestare il volto e la voce.

Entrambi portatori del valore di consapevolezza di un’idea maschile che non esiste più, che altro non è che una stanca maschera, caricatura di sé stessa, spesso e volentieri nelle scarpe di tipi alle prese con un ruolo e un’autorità che non sempre sentono di voler o saper esercitare.

Frequentemente costretti in panni che stanno loro troppo larghi, quasi a volerci dire che l’uomo è molto più piccino di quanto la società ci voglia dare a bere, che l’era del merlo maschio è finita, o meglio, non è mai esistita.

Esiste solo la complessità dell’essere, e l’importanza espressiva di tutto ciò che non si riesce a comunicare, perché nessuno è un superuomo.

A questo punto, non mi resta che concludere, ma così: con un personaggio che non ha bisogno di presentazioni né giustificazioni:

 

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