#MeToo: come cancellare un secolo di lotta femminista

Probabilmente la più infame, gretta e reazionaria cazzata mascherata da rivoluzione marchiata 2018, il movimento #MeToo -che deve il conio del suo nome all’attivista Tarana Burke e all’attrice Alyssa Milano- è il flagello dell’epoca attuale.
Ce ne sono di flagelli, prima di preoccuparsi di un movimento femminista…
Taaaaac, eccovi, lì vi voglio, è proprio lì che sbagliate: il #MeToo non è un movimento femminista.
#MeToo è innanzitutto un hashtag, quindi uno slogan, una banalizzazione e una riduzione della portata di un fenomeno molto più ampio rispetto a ciò di cui questo blocchetto di parole s’è fatto portatore nell’ultimo anno.
E poi, #MeToo è una moda, una tendenza, un messaggio cheap che si propone di veicolare ideologie più grandi, a cui in realtà questa categoria sta stretta e per i quali è anche decisamente obsoleta e fuori unità di tempo e luogo.
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1956: Brigitte Bardot gioca con la sua ombra nuda e con la consapevolezza delle sue forme in Et Dieu Crea la Femme diretto dal marito del tempo, Roger Vadim: il film è un manifesto promozionale della straordinaria bellezza dell’attrice, simbolo e icona femminile dell’epoca, capace di persuadere le donne a spingersi al di là dei limiti consentiti dalla pruderie del tempo.

Mi è sembrato una cagata colossale sin da subito, sin da quando ho visto la disperata crew di personaggi famosi che vi si sono fatti portavoce per primi, per non parlare del seguito che si è venuto a creare, tra una confessione e l’altra, tra una denuncia social e l’altra, tra un tweet e l’altro, tra un film e l’altro.

Allora, partiamo dal fatto e sia subito chiaro che NON si può pensare di denunciare e lapidare la gente online, solo perché vi gira di farlo, solo perché confondete i social per aule di tribunale.
E dopo questi processi online NON si può pensare di condannare persone all’ostracismo o all’ergastolo morale per il resto dei loro giorni solo perché voi avete messo la vostra parola contro la loro.
Indipendentemente da torti e ragioni, le denunzie e le pene non funzionano così.
Magari non funzionano affatto -è vero, lo ammetto- ma che riusciate a mettere qualcuno alla gogna online non fa di voi dei vincitori, e che voi vogliate vincere qualcosa (cosa, poi?) non fa di voi degli ambiziosi o dei giusti, ma dei dimenticati da dio in cerca di un ultimo palcoscenico prima della grande uscita.
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1967: Silvana Mangano è la borghese madre di famiglia senza scopo fuorché quello di esser “per bene”, che scioglie le sue catene e cede al desiderio sessuale per il giovane ospite a casa sua in Teorema di Pier Paolo Pasolini.

E poi, sopra ogni cosa, #MeToo è stata l’arma più subdola, ignorante e purtroppo efficace per annientare questi cent’anni di lotta femminista, sostituendola con un comodo e leggero movimento di cialtrone privilegiate amanti dei proselitismi dall’alto dei loro troni d’avorio.

E gli anni sessanta, gli anni della minigonna, dei figli dei fiori, del glam rock, del libero amore, della fluidità e della libertà sessuale, dell’esplosione della femminilità e del lato femminile in ciascuno di noi, quegli anni, che fine hanno fatto? E che fine hanno fatto le lotte di quei tempi, le conquiste che le ragazze di allora sono riuscite a strappare al patriarcato? Per chi suonano adesso le canzoni di Joan Baez, chi ispirano adesso le groupie dolci e libertine, e chi racconta ancora le loro gesta erotiche come faceva mio padre con me quando ero ragazzina? Oppure torniamo indietro… Dove sono andati i messaggi di Frida Kahlo, Josephine Baker, Zelda Fitzgerald, chi nutrono ora le storie delle loro vite e -nello specifico- del loro potere femminile? Oppure, facciamo ancora un salto avanti, dove le mettiamo le ragazze della nouvelle vague? Brigitte Bardot, Anna Karina, Catherine Deneuve… E le dive Claudia Cardinale, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Anna Magnani, Liz Taylor, Marilyn Monroe, Jane Fonda?
Con queste, ho citato solo alcune tra le tante icone femminili del Novecento che anche grazie alla loro influenza erotica hanno saputo agganciare il mondo, e non vedo perché questa dovrebbe essere una cosa negativa.
Prendiamo Mina, per esempio: chi si ricorda quanto ha dovuto lottare per poter ritornare a cantare in Rai, verso la metà degli anni sessanta, quando era considerata sporca e peccatrice, colpevole di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio?
Quanti anni Sophia Loren ha dovuto aspettare prima di essere libera di sposare Carlo Ponti, con il quale l’unione d’amore non bastava al pubblico perché la coppia fosse considerata a tutti gli effetti?
Per quanto tempo Claudia Cardinale è stata costretta ad inventare che suo figlio Patrick era in realtà il suo fratellino, per non essere giudicata?
Quanti hanno dato contro a Catherine Deneuve per la sua relazione extraconiugale con Marcello Mastroianni?
Potrei continuare per righe su righe, pagine su pagine… E non arriverei mai ad una fine.
Le icone femminili del Novecento sono tali -oltre che per il loro talento e la loro indubbia bellezza-  per l’ideale di libertà che ciascuna di loro ha portato con sé: libertà di essere bella, libertà di essere sensuale, libertà di essere sessualizzata e di sessualizzare, libertà di essere donna, libertà di essere libera.
Nessuna di loro probabilmente ha usato effettivamente il sesso come mezzo per arrivare dove è arrivata (o forse sì, che ci sarebbe di male), ma perché negare l’importanza dell’erotismo e del suo potere nel costruirsi di un personaggio? Non c’è nulla di sporco, di vergognoso o da nascondere nella consapevolezza della propria bellezza e del suo potere sul mondo?
Per la bellezza di una donna -miti e leggende narrano- sono state combattute e vinte guerre, quindi perché negare il valore e l’influenza del fascino nella riuscita di un’impresa, grande o piccola che sia?
Non è che questo articolo voglia in qualche modo promuovere la prostituzione o la mercificazione del corpo e della propria carica erotica, ma ciascuno ci potrà leggere ciò che vorrà e di conseguenza darà la sua interpretazione alle mie opinioni, che comunque resteranno mie e che io continuerò a conoscere e spiegare a me stessa come posso.
Il fatto è che penso il movimento #MeToo, partendo da presupposti e propositi giusti e sacrosanti, abbia oltrepassato -prima leggermente, ora esageratamente- il limite del surreale, arrivando a parlare di stupri in luogo di ricatti sessuali (entrambi indubbiamente gravi, ma fondamentalmente diversi nell’intento e nel numero di agenti coinvolti attivamente nella scelta) e di molestie con una facilità ed un pressapochismo offensivi per le molestie stesse.
Vorrei anche fosse chiaro che non c’è giudizio negativo verso coloro che hanno ceduto a ricatti sessuali, se non nella scelta di chiamarli molestie: quarant’anni fa c’era molta più onestà nei confronti della consapevolezza della propria influenza sessuale e molta più apertura sulla cosa, un’apertura di cui le donne (e gli uomini) avevano e avrebbero ancora bisogno. Con la scusa del #MeToo, che trasforma lo squallore del favore sessuale (squallore per il porco ricattatore, ovviamente) in una macchia scura su un lenzuolo bianco, in un attentato alla purezza virginale delle giovani attrici, si è persa la responsabilità femminile, per la quale le nostre mamme, zie e nonne tanto hanno lottato.
Noi non vogliamo essere pure, non vogliamo essere vittime. Non siamo agnelli.
Siamo in grado di intendere e di volere, siamo fiere di prenderci le nostre responsabilità.
Ancora, questo non giustifica lo schifo che fa il mondo dei produttori, l’esercizio di potere sessista all’interno dell’industria dello spettacolo eccetera eccetera, ma si sa, allora andrebbe esteso anche a tutti gli altri ambiti lavorativi.
È stato divertente leggere tweet di attrici e modelle preoccupate che anche le casalinghe e le commesse dell’Ohio si ribellassero allo strapotere maschile, ma alla fine dei giochi non sono state queste donne ad essere scelte come copertina di Forbes o del Times, ma rispettivamente Kylie Jenner e Taylor Swift.
Quest’ultima, per altro, strumentalizzata e trasformata in paladina della giustizia al femminile dopo aver trascinato in tribunale un uomo che le aveva toccato il sedere.
Wow, anche a me urta che mi tocchino il sedere nel 90% dei casi, ma non ci vedo sinceramente un significato così sessista, né una grave ingiustizia verso il mio essere donna. Ci vedo solo un cafone che allunga le mani perché non sa dove mettersele, non un motivo di denuncia o di tanto scalpore. E aggiungo, se avessi denunciato tutti gli uomini che nella mia vita mi hanno messo le mani addosso a quest’ora avrei visto più tribunali che supermercati, ma non sono famosa e le mie richieste non sarebbero mai state esaudite.
Che ci sia da riformare il concetto di rispetto e da contenere il machismo sì, sono d’accordissimo, ci mancherebbe, ma non sarà questo #MeToo a farlo davvero.
#MeToo spezza le gambe alle donne, le desessualizza, le pretende sempre vittime e mansuete, le vittimizza e le strumentalizza.
Le veste di bianco e le trasforma in agnellini, gettandole in pasto ai media perché ne facciano delle vergini eroine, delle pure Giovanna d’Arco, delle monache laiche, e non è per questo che si è lottato fino ad ora.
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1967: Catherine Deneuve è la protagonista di Belle de jour di Louis Bunuel, film-scandalo-manifesto sulla libertà sessuale femminile.

Catherine Deneuve, spalleggiata da altre artiste francesi (si sa, le più avanti di tutte, sin dal ’68) ha osato dire la sua: strega, fascista, le auguro di venire molestata e poi parlare, vecchia retrograda, conservatrice, eccetera eccetera.

[SONORA RISATA] Catherine Deneuve una conservatrice? [SONORA RISATA]
Potrei aprire una parentesi sull’ignoranza sociale e culturale alle basi della follia collettiva generata da questa magica ruota tutta plateale-americana e anglo-puritana che è il #MeToo, collettivo di donne e uomini robotizzati e dimenticati da dio, ma non ne ho voglia, torniamo a noi.
Insomma, l’immensa Catherine Deneuve, icona femminista degli anni delle lotte, immagine della liberazione sessuale femminile, figura chiave e portavoce della donna indipendente dal ’68 in poi, partecipa ad una lettera aperta al movimento, cercando di contenerne gli spiriti puritani.
La libertà di un uomo di importunare -si legge- è indispensabile alla liberazione sessuale femminile.
D’accordo: quell’importunare non ci stava proprio per nulla, diciamolo. Probabilmente tradotto male, probabilmente usato a sproposito, voleva sicuramente significare flirtare, corteggiare, proporsi.
Non che sia piacevole che ciascuno ci provi con noi, ovviamente lo è solo se a nostra volta ricambiamo, ma non può essere proibito, perché è un gioco animale, nella natura umana, da non confondersi con la molestia, intesa come l’insistente pedanteria verbale e fisica alla quale è giusto opporsi opportunamente.
Non sono in disaccordo con chi rifiuta le avances, ne ho rifiutate tante e ne rifiuterò ancora -ci mancherebbe-, ma trovo poco sensato impedire all’altra persona di provarci come crede (nei limiti del consentito dall’educazione). Io non voglio deresponsabilizzarmi, io non voglio rinunciare al mio potere, che le mie antenate hanno tanto lottato per darmi, e voglio essere protagonista anche della mia scelta di respingere e rifiutare. Io non sono vittima di molestie se un uomo ci prova con me, sono vittima quando questo mi assalta e non mi dà la possibilità di respingerlo; nel primo caso posso decidere, nel secondo no: il primo caso mi lascia il potere che il secondo mi toglie.
E se ci fermiamo al primo caso, il movimento #MeToo sta andando alla deriva del puritanesimo.
Se il movimento continua -dice poi la lettera- andrà alla deriva e rinchiuderà le donne in una gabbia dorata, allontanandole dalle avances sessuali altrui -sì- ma anche dalla propria carica erotica e dal proprio spirito di iniziativa.
Trasformare favori e ricatti sessuali e avances in stupri e molestie è pericoloso per il movimento femminista e per le donne stesse: è vero che talvolta il confine è labile, ma è anche vero che sta a noi stabilirlo e porre le regole del gioco, non alla nostra appartenenza a una collettività isterica e inferocita, che ha in odio l’istinto e sfocia nella misandria.
E non c’è nulla di maschilista in questo articolo, spero risulti più chiaro di quanto io tema: qui si parla di umini, donne e del loro diritto e dovere di agire e rispondere come credono, nei limiti del comportamento socialmente accettabile (sul quale, a sua volta, sarebbe molto interessante riflettere, ma non ho tempo e voglia di troppi mind games oggi). Forse qualcuno leggerà invece tutto il mio amore per l’importanza della responsabilità, dell’arbitrio, del possesso di sé e della libertà femminile, unico intento al quale vorrei spingere con queste riflessioni, che ormai mi han anche stancato.
Il sessantotto è andato a carte quarantotto, insomma, e il femminismo combattivo si è trasformato in un remake sociale di Piccole Donne.
Non era esattamente quello che mi sarei aspettata da questo 2018.
Carmen
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