parole, parole, parole (caramelle non ne voglio più)

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Vivre sa vie (Jean-Luc Godard, 1962)

Oggi pensavo che le parole sono inutili.
Che le parole che abbiamo inventato, dopo i suoni, per associarle alle persone, alle cose o -peggio!- alle sensazioni, sono in realtà la morte di esse (delle sensazioni, s’intende) perché si impongono e poi ci impongono di spiegarle, di analizzarle e talvolta persino di curarle, scandendole a sillabe.
E così quel male di vivere che ti avvolge nel suo grigiore è la de-pres-siò-ne, ed essa va curata; mentre quella sensazione di leggera eternità, che di solito dura pochi istanti, si chiama fe-li-ci-tà, un sentimento che abbiamo imparato a distinguere dalla giò-ia, che invece è una felicità in scala ridotta.
La lingua ci ha insegnato a mettere in proporzione i sentimenti, a tenerli nei cassetti preposti alla loro coltura, a esprimerli con la voce -o peggio, con la penna- per comodità, perché farlo con la vita, con gli occhi e col cuore sarebbe stato troppo rischioso.
La lingua ci ha insegnato, in sostanza, a difenderci dalle emozioni.
A proteggerci.
A temerle.
Con la lingua parliamo di sensazioni inesplicabili e inventiamo per loro parole e modi di dire che soddisfino il nostro desiderio di produrle e spingerle nel mondo, allungarle fuori di noi e liberarle, liberandocene.
Un sentimento espresso non è più nostro, è un dato esterno, è un prodotto del cuore traslato nel concreto, un deboletto spirito che va camminando per la città.
E con la voce -allora- si uccide l’intimità e la si trasforma.
Con la parola si produce un’intimità collettiva, come han fatto Petrarca, Dante, Montale, Saba, e come facciamo tutti noi, poeti quotidiani, perché la stesura dei sentimenti genera nuovi modi di sentire, nuovi modi di chiamare dei sentire già esistenti e così si fa poesia anche sulla spazzatura, sul camino, sul burrocacao, sulla paura, sugli occhiali della mia vicina di tavolo, sul profumo di un passante, sul ricordo di un Natale da bambina.

Bellissima cosa, la parola, ma puramente estetica.
C’è bellezza nella scrittura, armonia nella voce, compostezza nel tono ed eleganza nell’esposizione, ma non c’è etica, non c’è verità.
La parola è interpretazione.
È bugiarda e malfidente, malefica, maliziosa.
Ha i tentacoli più lunghi e arrotolati di una specie di chimera, ed è piccola piccola, sottile e veloce nel presentarsi.
Passa via di corsa nella lettura o nella pronuncia, non si ferma neanche un po’ con te.
La parola è un amante sbrigativo: mi lascia sola dopo la notte, a sbrogliare i fili del cuore.
È la sveltina del sentimento.
Senza etica.

Da bambina chiedevo a mia madre di regalarmi le parole che cercavo, che completassero gli spazi vuoti tra i moti dell’anima a cui non sapevo dare un senso, a cui non sapevo dare un nome, a cui non sapevo dare nulla.
Le chiedevo sempre così: come si chiama quella cosa che..? come si chiama quando..? come si chiamano questo e quello?
E lei malinconia, Carmen, si chiama malinconia, oppure no, quella è la nostalgia, che è una cosa diversa.
E la melancolia, mamma?

Eh, si faceva seria, quella è come la malinconia, ma si usa per esprimere…
E non so cos’altro.
Parole, parole, parole.

Poi è arrivato Leopardi, che di parole ne usava tantissime per liberarsi del suo amore per Silvia, e ha scritto che lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno, perché non c’è davvero nulla, nulla e nulla che possa fermare su carta la corsa del cuore.
E se lui non è bastato, ci si son messi ermetici, crepuscolari, futuristi e simbolisti a giocar con la parola, senza smettere di usarla, senza smettere di crederle, di venderla, di crearla.
E niente, ho aspettato Montale, che implorasse di Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato.
Anno 1923.

Ma noi stiam sempre lì a formulare frasi, a scriver giù pensieri, a raccontare storie e a ingannar la mente con lettere, lettere e suoni: voglio dirti cosa provo, voglio dirti cosa penso, voglio dirti cosa credo, voglio dirti cosa voglio, e poi -il più grande inganno- voglio dirti chi sono.
Giuro che non odio nulla e nessuno, ma odio noi quando ci mettiamo nelle condizioni di crederci così speciali da desiderare di spiegare chi siamo –tu non sai chi sono io.

Anche a me è interessato molto, per un certo periodo, raccontare di me, proprio dire com’ero fatta, esaltare quanto fossi diversa, quanto mi sentissi a disagio e quanto interessanti fossero le stelline nella mia mente, la notte ad occhi chiusi. Ma non mi importa più.
Se spiego di me, se dico di me, automaticamente mi perdo.
Regalare la mia unicità è uno spettacolo, drammaturgia.
È come quando la torta è tanto buona e tu vuoi dare la ricetta.
Come quando metti curcuma un po’ a caso nelle cose perché ti chiedano di più e tu un po’ non vedi l’ora.
Come quando avvisi tutti prima di suicidarti.
Come quando…
Come quando esci da te, togli il tuo io dalla sua muta e lo butti per terra in strada, come un’esposizione, e magari NOME COGNOME ci scrivi sopra: perché far di te un’opera d’arte sì, ma anonima no.

Ho cercato le parole per vent’anni, scrivendo pagine di diari e cominciandone sempre di nuovi: ogni volta, pensavo di dover scrivere bene, e neanche troppe verità, perché i segreti erano concepiti per essere pubblicati, perché immaginavo sempre un esterno che leggesse le mie parole e pensasse wow, che persona. Questo pensavo.
Immaginavo la gloria e la fama e queste non vengono se non dal pubblico elogio, che non esiste senza perdita consapevole ed accettata delle libertà private.
Non ho mai posseduto -neanche da bambina, quando ne compravo due all’anno- un diario segreto vero, uno spazio mio e solo mio, ma sempre una specie di spazio per le bozze di quello che immaginavo sarebbe diventato una specie di romanzo della mia vita.
Solo dopo, davvero molti anni dopo, ho iniziato a scrivere per me. La terapista mi invitava a mettere su carta ciò che più odiavo e amavo di me stessa, ad esternare da me ogni forte paura, a guardarla sulla carta e a vederla piccina piccina in forma di parola, com’era brutta e sciocca.
L’ho fatto a lungo e sono stata più sincera: a volte odio il mio viso, non sopporto di avere forme femminili, vorrei essere essenziale, penso le persone mi sopportino ma non mi amino, penso di essere troppo sensibile, sono innamorata, non sono veramente innamorata di X ma ci sto comunque, elemosino affetto, credo un po’ in dio, e molto altro…

Ora invece mi trovo davanti a questo documento e -sotto forma di testo, di parole, di caratteri- esprimo il mio odio sincero e profondo per la parola, per la stesura di sensazioni, per la libertà vigilata che tenere un diario implica e per questa stessa mia ricerca di parlare concretamente di giochi della mente.

Ma abbiamo bisogno -abbiam bisogno di parole? Abbiamo davvero bisogno di dirci?
E abbiamo proprio veramente bisogno di questo mio articolo -pieno di parole?
Io non so. Non so parlare.
Scrivo per dire che non lo so fare, che emulo viaggi interiori battendo su questi tastino ma che sono molto -molto più di così. E che sto cadendo nella trappolina del voglio dirti chi sono, e finché sono in tempo mi fermo e mi ricordo che non lo so nemmeno io e forse non lo voglio sapere.

Ciao.

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