LA DEPRESSIONE RACCONTATA AI MIEI AMICI

“Questo è il problema della depressione -diventa il tuo più grande segreto e più stretto amico, e allontana tutti gli altri nel processo. La depressione nasconde la persona che gli altri conoscono ed amano. Affidare a qualcuno i tuoi più grandi e pesanti segreti dà loro potere: il potere di aiutarti o di ferirti. Per evitarlo in toto, ho allontanato le persone.”
(traduzione della lettera “I’m sorry for all the times my depression and anxiety made me a bit of a rubbish friend” – “Mi spiace per tutte le volte che la depressione e l’ansia mi hanno resa un’amica un po’ di merda”) di E. Scott per il Metro UK).

 

 

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LA DEPRESSIONE RACCONTATA AI MIEI AMICI

TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

NI.

Nel senso un po’ sì, un po’ no.

Questo è stato il mio primo parere vedendo “To The Bone”, durato fino ai titoli di coda: non so se e quanto mi sia piaciuto, l’ho trovato buono in alcuni punti, ma troppo dispersivo e semplicistico in altri -come onestamente mi aspettavo sarebbe andata.

Il problema è che la sofferenza descritta nel film non è pari nemmeno alla metà della metà della metà di quella reale e non riesce a trasmettere nessun tipo di emozione forte a riguardo, nonostante i continui tentativi, specialmente nell’ultima mezzora -in cui la storia scade miseramente nel semplicismo, buonismo e lieto fine alla bell’e meglio. Il potenziale c’era, all’inizio, ma poi le mie aspettative sono state abbastanza deluse.

Cattiva e acida: così si presenta Ellen nei primi quindici minuti di pellicola, proprio come mi sentivo anch’io ai primi tempi della malattia: piena di rabbia, di blocchi, di nervosismo represso, di folli idee portate avanti con sudato e scriteriato raziocinio vano e spietato.

Autolesionista fino all’osso, vaga come uno spettro, vestita di abiti larghi e scuri, assente ed assorta nei pensieri di cosa mangerà dopo e come bruciarne ogni traccia, e poi passa la sera a fare addominali in camera. Tipico. E reale.

L’esercizio fisico per bruciare quel cucchiaino di zucchero o quella manciata di fagioli in più, per punire la tua ingordigia, per punire i tuoi sentimenti, per non sentirli più.

“Ho tutto sotto controllo” ripete più volte, e l’ho detto anch’io, l’ho persino urlato.

Ad esser giusti, la prima mezzora di film è stata più che promettente, con un picco di massima altezza nella scena della prima visita dal dottor —, interpretato da un affascinante e diffidente felino Keanu Reeves (sempre piaciuto). La prima conversazione intima tra lui ed Ellen, mentre il terapista le passa delicatamente le dita sulla spina dorsale, è quanto di più reale sia descritto nella storia: “gli anoressici sono bugiardi cronici”, “tu non sei magra, tu spaventi la gente”, e “qui non si deve parlare di cibo, il cibo non c’entra nulla con il tuo problema”. BOOM.

Dopo queste tre sentenze assolutamente profonde il film potrebbe anche finire, boom.

Sì, gli anoressici sono bugiardi cronici, perché in primis mentono a loro stessi: sul peso, sul loro stato di salute, sul perché lo fanno (“lo faccio perché voglio essere magra: così si vive meglio”, risponde Ellen) e di lì imparano a mentire su tutto. Su tutto e tutti i campi. Finché non esplodono.

Tu non sei magra, tu spaventi la gente, e non è solo il terapista a dirlo, ma anche la sorella della protagonista, —, “i miei amici hanno paura di te”, ed infatti lei non ha amici, non la vediamo mai con nessuno al di fuori dei suoi familiari ed i compagni di recovery. Aggravata da un comportamento fortemente asociale, duro, tagliente e solitario (dettato da una sofferenza troppo grande per essere condivisa), la situazione di Ellen le rende impossibile la vita sociale, la condivisione, il contatto (come avverrà poi quando si trova impaurita di fronte all’amore di —).

Qui non si deve parlare di cibo:  il cibo non c’entra nulla con l’anoressia, e questa è la sentenza più bella uscita da tutto il film. Ed è anche la più difficile a capirsi. Ho letto milioni di tweet che lamentavano queste parole ‘assurde’ (“l’anoressia è un disturbo a-l-i-m-e-n-t-a-r-e!”) e attaccavano lo script ed il messaggio lanciato, invece io lo trovo geniale, vero e ‘finalmente’ incisivo. Fintanto che si continuerà a prendere l’anoressia come una dieta sfuggita di mano, una malattia legata all’aspetto fisico, dettata dalla società e altre baggianate, non la si curerà mai. Come tanti altri disturbi invece, è una forma di autolesionismo (spesso con tendenze suicidarie) derivata da una crisi e depressione, pertanto si tratta di una risposta fisica (come può esserlo tagliarsi, ferirsi o togliersi la vita in qualsiasi modo diverso) ad un dramma interiore troppo doloroso e difficile da sciogliere, quindi chiuso nel profondo dell’anima e lasciato lì, come se potesse sparire, come se togliersi il cibo aiutasse a tappare il buco o a distrarre il pensiero dal chiodo fisso del male. Come se smettere di mangiare -con la scusa di una dieta-, cambiare forma ed atteggiamenti, cambiare di conseguenza amici e carattere, creasse e consolidasse una persona nuova, che non soffre più per le stesse cose. Come se facesse nascere una nuova versione di noi, con nuovi sentimenti. Come se non sentissimo più tutto ciò che ci ha portati a quel punto.

Le sorprese positive continuano, poi, con la prima scena di terapia collettiva, quando la terapista della clinica “non si tratta di essere magri” dice “quello che desiderate è far sparire quelle sensazioni che non volete”.

A consolidare le teorie del dottor — e della terapista sono le regole della casa: è consentito di mangiare cosa, come e quanto si vuole, così da rendere ben chiaro ai ricoverati che il cibo è solo il contorno della vita, solo uno dei tanti particolari di una giornata, solo una minima parte di ciò che esiste e ci turba. Così da togliere importanza a qualcosa a cui invece un anoressico ne dà troppa.

Funziona molto bene così, parlo per esperienza personale.

Ma poi qualcosa inizia a scadere, e il film diventa banale come temevo ma non speravo. Forse l’insorgere della love story, forse i luoghi comuni sulle famiglie disastrate, forse la sceneggiatura da serie TV anni duemila… Da metà in poi, qualcosa smette di funzionare. E mi dispiace.

Quella che è la rappresentazione di una malattia mentale nascosta sotto una corazza di arroganza e snobismo -inizialmente resa al meglio- diventa una banalissima piccola sofferenza interiore, per nulla analizzata, per nulla sviscerata, per nulla compresa, per nulla relatable, ma molto semplificata.

Ridotta all’osso, appunto.

Nonostante alcuni momenti piacevoli e potenzialmente spunto di riflessioni -senza poi alcun approfondimento-, come la storia affettiva (non mi piace etichettare i rapporti) tra Ellen e Luke ed il terrore della ragazza di fronte al contatto fisico (l’anoressia, come la depressione in generale, si sa, ammortizza la libido), non c’è niente di sviluppato, niente di lanciato a spezzarci il cuore, niente di incisivo, di forte, di scuro. Nessuna macchia d’inchiostro sulla carta bianca, ma una serie di delicate impronte di dita. Niente di che, insomma.

Ho apprezzato, come ho scritto sopra, il fatto che la figura del dottore fosse molto più diretta e giovanile di quanto non lo siano i terapisti nella realtà (ma appunto, non è realistico, purtroppo) e che invitasse i suoi pazienti ad un percorso di recovery che puntasse sul lato umano prima che sull’alimentazione (“è vietato parlare di cibo” / “mangiate come e quanto volete, purché stiate a tavola”), ma allora perché non abbiamo visto nulla del percorso interiore dei personaggi? Perché dei traumi, dei problemi familiari o sentimentali (perché è da quello che può scaturire un disturbo alimentare) di Ellen non abbiamo saputo nulla?

Insomma, un film sull’anoressia dovrà pur puntare su una di queste tre cose: cause, guarigione fisica, guarigione psichica… Ma non c’è stato nulla di tutto ciò.

Peccato, ripeto, le premesse sembravano buone.

Passando alle singole vicende, apprezzabili i tentativi di ‘drammatizzare’ la storia con le storie di Pearl e M—: la prima è forse il personaggio più credibile di tutto il film, terrorizzata dalle calorie, distrutta dentro e fuori, alienata dal mondo, tendente al tornare bambina ed attaccata ad un sondino, la seconda, nonostante i tentativi, non riuscirà a tenere il bambino che porta in grembo: è troppo tardi.

Però non basta. Non serve a nulla il contorno se la storia principale è tutto e niente, è piena di spunti ma vuota di risposte.

L’unico sviluppo nella vicenda di Ellen è reperibile nella sua scelta di cambiare nome (ribellione alla famiglia?) e nella storia con Luke, un altro personaggio su cui ci sarebbe onestamente molto da dire.

Lui è avvolto da un alone di mistero -perché sta lì, cosa gli è successo, come mai ha sofferto di anoressia?- ma sappiamo che prima della malattia era un ballerino e che ora, dopo soli sei mesi di recovery, sembra più sano del dottore stesso, tanto arzillo da essere quasi esageratamente istrionico (guarda caso, classica condizione psichica che spesso precede o segue un periodo di disturbi alimentari).

Tuttavia, per qualche strana ragione, l’ostentatissimo amore per il cibo di Luke -che somigliava tanto al mio di qualche anno fa- passa, nel film, come ‘sano’.

Beh, vi do una brutta notizia: non lo è. 

Il ragazzo, per quanto carino, simpatico, dolce e assolutamente delizioso, è affetto da una forma di istrionismo spiccata, accompagnata dalla classica ossessione per il mangiar bene, una delle più classiche conseguenze del recovery: è lui stesso ad ammettere di aver passato così tanto tempo a digiuno che ora si trova ad avere una fame tremenda e una carica di energia nucleare.

Okay, ma non è salute nemmeno la sua.

Sembra che questo film dia speranza ma non la dà -nessuno degli amici di Ellen viene mostrato uscirne veramente, sono tutti impantanati sino al midollo in un diverso disturbo alimentare-, e sembra che approfondisca il dolore ma non lo fa -non sappiamo neanche cosa succeda nella mente di quei ragazzi, né chi siano. Ma soprattutto, quello che vediamo NON è dolore vero.

Mi dispiace, pensavo sarei riuscita a trattenermi e a pensare più ai lati positivi (e, come ho già detto, ce ne sono) che non ai negativi, ma è più forte di me: quello non è dolore.

Il dolore dell’anoressia è ciò che sta dentro un grande cuore in un corpo piccolo piccolo, è ciò che grida per uscire, sono i lividi sulle ossa quando ci si siede, sono i polmoni che sembrano scoppiare in una cassa toracica troppo piccola, è la fame di qualcosa che non abbiamo il coraggio di volere, è la frustrazione, sono le mani che strappano i capelli, i denti che mordono i bordi del cestino della spazzatura, il freddo che lacera lo stomaco, la gola gelida e paralizzata, la mancanza degli amici, il ricordo dell’amore, le memorie più belle del passato, l’infanzia mitizzata, la voglia di morte.

Questa è l’anoressia, che cavolo, non un ‘aspergers per le calorie’, né una cena al lume di candela, inventandosi di essere malati terminali di cancro (quella era di cattivo gusto!) sputando nel fazzoletto.

Non che io non abbia sputato nel fazzoletto -eccome se l’ho fatto- ma non è che un dettaglio infinitesimale e trascurabile di cosa sia un disturbo alimentare davvero.

La vita sociale, i balli, la musica, i rapporti, i sentimenti… Non voglio sembrare cinica o estrema, ma non esistono davvero, quando sei anoressica. E se esistono sono rovinati, silenziati, difficili, affranti.

Non posso vedere una compagnia di persone in recovery più intente a ballare e bere che non a guardarsi dentro, mi dispiace.

Non posso vedere la mia malattia ridotta a queste due ore di barlume.

“Viva l’ironia” avevo detto nel video di commento al trailer, però “fino ad un certo punto” avevo aggiunto. Più che altro ‘viva l’ironia se porta a qualcosa di costruttivo’, se minimizza siamo finiti.

Ci sono state due o tre scelte che mi hanno disturbato e un po’ disgustato: il classico dibattito familiare un po’ troppo intriso di luoghi comuni -con tanto di madre lesbica e compagna hippie che più 2017 di così si muore (ovviamente non perché io sia contraria all’omosessualità! sono solo contraria all’accozzaglia di cose buttate lì a caso) e padre quasi incredibilmente assente-, la voglia di scherzare sul conto delle calorie e infine alcuni momenti veramente patetici tra madre e figlia (la scena del biberon… vogliamo parlarne? Era un tentativo di farlo somigliare ad un film di Malick?).

Ma ci sono stati anche momenti costruttivi, quali il primo colloquio con il dottore, i confronti con le compagne di clinica (seppur in parte copiati dal più valido “Ragazze Interrotte”), e il sogno di Ellen.

Non sono bastati, però: non c’è nulla di relatable né realistico nella guarigione così rapida da un dolore così radicato e lungo, nulla di credibile nel non avere una ragione per cui si soffre e nulla di nuovo o eclatante nelle scelte delle storie di contorno, che sono prive di backstory, superficiali.

Senza backstory, senza basi, come facciamo ad entrare nella vita di un personaggio, a sentire con lui/lei, a soffrire con lui/lei?

“To The Bone” è come un viaggio in aereo rispetto ad un viaggio ‘on the road’. Tutto ha un’inizio e una fine, di tutto vediamo la partenza e la meta, ma non conosciamo nulla del percorso.

Ed è il percorso a raccontare il dolore, la gioia, la fatica, la morte, la speranza.

 

TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

#FOODPORN: tendenza o droga?

Se solo i vari Trimalchioni della storia (Nerone, Enrico VIII, Luigi XIV, Maria Antonietta..) avessero avuto un profilo instagram… Avrebbero potuto fare dei live stream dei loro banchetti e festini, guadagnandosi di sicuro milioni e milioni di views. Perché?

La cultura occidentale inneggia sin dagli albori all’ostentazione di cibo come mezzo di condivisione, riunione, ma anche sottomissione altrui. Se nel corso della storia abbiamo visto i potenti usare banchetti, cene e altri momenti conviviali come espressione della propria magnanimità, generosità ed abbienza, ora, nel mondo “social” a tutti è concesso e quasi richiesto un po’ di sano spirito esibizionista: quale mezzo migliore del cibo?
Siamo sicuri però di usarlo come mezzo e di non essere noi il mezzo, di non essere noi ad essere controllati da qualcosa a cui attribuiamo un valore più estrinseco che intrinseco?

Confesso di trovarmi talvolta a fotografare la pizza al ristorante, spostando bicchieri e posate così da creare la location migliore possibile, consapevole inconsciamente del fatto che mi farà guadagnare un paio di followers e un centinaio di likes in più su instagram, di cui sono altrettanto consapevole che non me ne frega nulla, ma non so farne a meno. Lo ammetto, faccio così, e mentre lo faccio, soprattutto negli ultimi tempi, mi sento ridicola, patetica, stupida, robotica, come fossi lobotomizzata di fronte alla vita e schiava dei doveri imposti da un meccanismo senza senso. Un tunnel di cazzate.

E le cose sono anche molto migliorate… Tre anni fa, nel pieno della terapia e del percorso recovery dall’anoressia, come se mangiassi per la prima volta nella vita, fotografavo tutto, postavo tutto, compravo libri di ricette che non aprivo mai e salvavo album su album di foto trovate sotto l’hashtag #foodporn su instagram, tumblr, we heart it eccetera. Ieri ho ritrovato quella roba nell’iCloud e ho eliminato tutto: cosa me ne faccio? Che m’importa di tenere l’immagine di qualcosa che mi accontentavo solo di guardare e di cui mi nutrivo così, zoomandola nei momenti di sconforto? Che tristezza. Fosse stata una foto di Jake Gyllenhaal..Invece era #foodporn. Lo stesso #foodporn che mi ha fatto guadagnare tre quarti dei miei 1600 e rotti followers su instagram, lo stesso #foodporn che tutti cercavano, capitando magari poi per caso nel mio profilo.

#foodporn: 130 milioni di risultati su instagram, chissà quanti su tumblr e we heart it. Follia. È davvero importante per noi, è davvero appealing.

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Personalmente, non mi chiedo più perché, è molto semplice: la società europea soprattutto vive così tanto intrisa di cultura della dieta, da vedere ormai il cibo come un sacro graal, come un sogno, un’ utopia, un premio e non più una cosa scontata (non per tutti purtroppo lo è, comunque, nemmeno in Europa) e basilare. Il cibo è diventato davvero un tasto scottante: tutti lo vogliamo, ma chi sente di poterselo permettere? Chi se lo concede? In una società che ci insegna a privarci dei carboidrati per essere felici, a mangiare la pasta solo un paio di volte a settimana e la pizza ogni morte del papa, per forza di cosa questi ultimi alimenti assumono un valore profondo che sostanzialmente, in realtà, non hanno: sono solo grano, farina e possibilità di considerarsi abbastanza fortunati da andare a letto sazi.

Ma a noi non va bene: noi siamo così abituati ad avere tutto e così viziati, che abbiamo inventato il #foodporn e trasformato quello che è un normalissimo piatto di qualcosa in un premio, in un emblema di goduria assoluta, in un’opera d’arte. E a correre in nostro aiuto nell’avvalorare questa teoria, i numerosissimi nuovi programmi di cucina (che hanno trasformato l’arte del cuoco in quella di un pittore o di uno scultore: “l’importante è che sia bello, armonioso nei colori e nelle proporzioni, il resto vabbè, vien da sé, si spera..”), i geniali perditempo, che -avendo compreso la portata sociale e social del cibo- si improvvisano eroi di challenges su youtube (chi mangerà più hamburgers? aka chi strapperà più cibo a bocche affamate che è meglio non sappiano neanche dell’esistenza di questi video?), le magrissime top model (che ogni tanto buttano lì una mega pizza accompagnata da #ciaomagre #sorrynotsorry e altre cretinate), i nostri amici -tutti. Perché siamo tutti così abituati al #foodporn, a fotografare ciò che mangiamo, a saturarne i colori e postarlo che non ce ne frega neanche più nulla di mangiarlo. O meglio, di mangiarlo ce ne fregherebbe eccome, ma sentiamo semplicemente che è più facile fotografarlo, guardarlo, assaggiarlo. Ci fa sentire meno in colpa. È pur sempre #foodporn.

Perché continuiamo ad investire semplici piatti di pasta, di riso, di patate ripiene (eccetera…) di un valore che non hanno? Perché ci tratteniamo nel mangiarli ma sentiamo un bisogno irrefrenabile di fotografarli, guardarli, likearli?

Perché sì, perché è la cultura della dieta, la cultura dell’auto-fustigazione e della resistenza; è la cultura dell’ossessione per il fisico magrissimo e al contempo la cultura della frustrazione alimentare, della fame. Proprio la nostra cultura, quella di paesi che hanno l’abbondanza, ma che la sprecano e ci giocano. Di persone che muoiono di fame per raggiungere degli obiettivi che sentiamo come obblighi, ma che dimentichiamo che ci siamo posti noi, quindi che possiamo benissimo sovvertire. Di persone che si saziano poi, dopo una giornatina frenetica, davanti a masterchef o sfogliando foto di #foodporn, come se fosse vita vera. Come se fosse davvero buono.

E così il cibo è diventato proibito, gli diamo un’importanza un po’ folle ed eccessiva -al contempo gli togliamo il valore reale, che è vitale- e lo desideriamo così tanto che andiamo a guardarci e salvarci foto di bombe caloriche di nascosto, come se potesse bastare. Proprio #foodporn.

VIDEO:

 

#FOODPORN: tendenza o droga?

Lasciamo che i media ci imbottiscano la testa di influenze su come il nostro corpo dovrebbe essere secondo qualcuno al di sopra (chi?, poi…), ci facciamo dire cosa mangiare, come mangiare, quanto mangiare per poterci permettere un costume da bagno, ci facciamo raccontare la storia dell’orso per poter credere di perdere peso con quattro tisane, permettiamo che la dieta tisanoreica sia sdoganata sui social e sui giornali ma ci lamentiamo del fatto che il trailer di “To The Bone” romanticizzi troppo l’anoressia, come fosse qualcosa di interessante ed affascinante.

Partiamo da principio: il sopra citato è il prossimo -ma già famoso- film netflix sull’anoressia, diretto dalla regista Marti Noxon, con protagonisti Lily Collins e Keanu Reeves. Dal primo istante, il trailer mi ha ricordato parecchio l’atmosfera del film “Juno”, di cui ad oggi tutti ricorderemo le canzoni bambinesche, le magliette a righe ed un sacco di scatolette di tic tac. A me quello non è poi più di tanto piaciuto: mi ha toccato in alcuni punti ma non sono riuscita a provare nulla né ad affezionarmi ai personaggi, a mio avviso un po’ troppo freddi e poco interagenti tra loro. Tuttavia, lo spirito del film, giovanile e un po’ easy going, ha permesso al tema del sesso, dell’aborto e della gravidanza giovanile di essere dibattuto più o meno consistentemente. Allo stesso modo, tramite un po’ d’ironia e poi di drama, già soltanto lo spot di “To The Bone” ha sollevato molte polemiche e promette di far parlare molto di sé. Le lamentele più frequenti che sono state scritte sui social sono:

  • ma perché si ironizza sull’anoressia? la mia risposta: nessuno sta ironizzando sull’anoressia, tantopiù che regista ed attrice protagonista vengono entrambe da un passato minato dai disturbi alimentari e, avendo una gran voglia di discutere il tema nel modo più coinvolgente possibile, si sono probabilmente concesse una serie di licenze, così da edulcorare leggermente un tema piuttosto pesante. Come i comici ironizzano in politica (basta poi non ci entrino…) e consentono ad un pubblico più vasto di raggiungere la consapevolezza circa molti temi, così probabilmente, tramite quello scherzoso momento iniziale sul conto delle calorie, anche gli screenwriters di questo film si sono permessi di tentare di addolcire la pillola (thank you, Epicuro) per far sì che entrasse più fortemente nella vita dello spettatore e colpisse in qualche modo di più anche i giovani fruitori di netflix, non certo abituati al cinema di Von Trier.
  • ma perché si romanticizza sempre l’anoressia? la mia risposta: l’anoressia è molto peggio legalizzarla che non romanticizzarla, prima di tutto; viene costantemente normalizzata dal mondo della moda (le sfilate!) e dai media in generale -pensate a quanti followers ha una certa fashion blogger (non la bionda, più famosa e stilosa, un’altra) visibilmente debole di salute ma ancora e sempre goal delle ragazzine di mezza Italia. Inoltre, romanticizzare i problemi ed i sentimenti è ciò che distingue film da realtà: nella vita vera quando ci baciamo non sentiamo Puccini, sentiamo i rumori della strada, e quando ci stiamo per sposare è raro che il nostro amore d’infanzia venga a salvarci da un matrimonio sbagliato. Ma è proprio questo il bello dei film: far sognare, romanzare, più che romanticizzare.
  • ma perché hanno fatto dimagrire Lily Collins, un’ex anoressica, per interpretare il ruolo?  la mia risposta: ragazzi! L’anoressia non è una malattia del fisico, una fissazione recidiva per la magrezza: per quanto un ramo della psichiatria pensi sia una malattia congenita ed altre storie, si tratta appunto di una malattia mentale, non di una dieta sfuggita di mano. Non sfuggirebbe di mano un’altra volta, in condizioni di salute interiori buone. Non ci sono ricadute quando si ha sradicato il problema, e non si è a rischio più di qualcun altro. Se  io domani decidessi di mettermi a dieta perché lo voglio io, non entrerei di nuovo nel circolo vizioso.. Bisogna ci siano sempre delle ragioni per farlo accadere.
  • ma perché si parla di problemi mentali nei film? la mia risposta: che domanda stupida! Ma perché si parla di guerra, di sesso, di viaggi, di storia, di figli, di spionaggio? Per far conoscere, per far sognare, per aiutare, per far ridere, per svagare, perché sono film e sono fantasia ma al contempo imitano la vita. Perché sono mezzi potentissimi di comunicazione (ed il fatto che questo esca su Netflix, che io per altro non ho quasi mai seguito) la dice lunga sul successo e seguito che avrà grazie al pubblico giovane, che potrà così avvicinarsi un po’ ad una tematica mai troppo dibattuta) e di stimolo al dibattito ed alla conoscenza.

Le mie uniche speranze su “To The Bone” riguardano il contenuto: spero sia ben trattato ed approfondito, anche se con leggerezza e semplificazione. E spero sia guardato.

E spero di non dovermi rimangiare tutto… Staremo a vedere.

donne che la moda dimentica

Sono dal parrucchiere e mi hanno appena chiesto se, mentre aspetto il mio turno, voglio leggere una rivista.
No, non ne ho voglia davvero, vorrei rispondere, perché il patinato che viene proposto alle donne, spacciato per contenuto da sogni -in realtà frustrante ostentazione di “vorrei ma non posso”- non mi interessa minimamente più.
E invece , dico, datemi pure qualcosa da sfogliare per passare il tempo: e rotocalco sia.
Pagina 1: una modella lunga e stretta come uno spaghetto occupa un letto di rose indossando un bellissimo paio di scarpe marcate *****.
Pagina 5: una modella stretta e lunga come una linguina siede su un muretto facendo penzolare le gambe sino al prato sottostante, sfoggiando un meraviglioso abito floreale marcato **** ***.
Pagina 30: una famosa attrice magra e minuta tiene al braccio un paio di borse ***** *******.
Pagina 34: un celebre modello palestrato e lucidato da photoshop, la cui metamorfosi in scorpione cartaceo sembra ormai ultimata, si specchia sull’onde del greco mar tenendo fra le braccia un’altrettanto levigata nota indossatrice. A quanto pare pubblicizzano un profumo di ***** ****.
Pagina 261: due note socialites sono intervistate e prese a modello per invitare noi tutte a utilizzare le stesse creme anti-age per la pelle che usano loro.
Piccolo particolare: hanno 25 anni… in due. Ed usano l’app ‘beauty plus’ per rendere la loro pelle così monumentale su instagram.
Pagina 304: una famosa conduttrice americana dalle lunghe gambe bianche e il prosperoso seno pubblicizza uno shampoo per capelli di marca **.

È chiaro: per poter indossare un abito alla moda, per comprare un buono shampoo, per mettere le scarpe di marca eccetera eccetera, o siamo smilze ed alte come le modelle scelte dal brand, o niente.
Niente perché non siamo rappresentate.
La diversità non è rappresentata.
La moda è solo per un tipo di corpo, non possiamo raccontarci il contrario.
“Eh ma ci sono anche le modelle plus size!” qualcuno può obiettare. Eh sì, certo, ci sono le modelle plus size, ovvero le ragazze levigate che indossano una taglia (italiana) 40 al posto di una 34 e che vengono relegate a pubblicizzare brand nettamente inferiori a quelli destinati alle altre.
Ma se la gran parte delle donne non portasse una taglia 40? Se portassero una 44, una 46, una 42, una 50? Avrebbero comunque il diritto di essere rappresentate? Avrebbero comunque il diritto di indossare la borsa di ***** ******* o i jeans di *****?

Sfoglio le riviste con gli occhi di una ragazza che ha sofferto di anoressia, ma anche con quelli di una donna che di natura porta una 40-42, io in qualche modo sono “salva”.
Ma se le sfogliassi con gli occhi di chi indossa 10 taglie in più? Di chi ha una forma fisica diversa?
Salve o non salve che siamo, veniamo scoraggiate. Scoraggiate ad amarci.
Veniamo scoraggiate a valorizzare il nostro corpo per com’è, scoraggiate ad accettarci, ed incoraggiate invece a odiarlo e volerlo cambiare.
Andiamo in palestra perché lo odiamo, perché lo vogliamo modificare, non perché gli vogliamo bene e vogliamo tenerlo attivo. BALLE.

E poi non siamo rappresentate. Solo una minima parte di noi gode di cotanto onore, solo una minima percentuale si sente rappresentata nella moda, nel cinema, nella televisione.
E il resto? Il resto a cosa può sentirsi vicino? A chi?
Per le ragazze senza thigh gap è previsto per caso un rotocalco diverso, è stata creata una corsia preferenziale in autostrada?
Per chi non ha le gambe lunghe, il seno prosperoso, i denti perfetti e i capelli risciacquati con acqua di photoshop che cosa c’è?

Continuo a sfogliare la rivista e penso ad alcune mie amiche: nessuna di loro si sentirebbe mai rappresentata da alcuna di queste 309 pagine.
Penso alla me di 20 chili fa, che si sentiva al sicuro perché nessuna di queste indossatrici la faceva sentire inadeguata, e poi alla me di ora… che se ne frega bellamente.

E mi chiedo quanto ancora andrà avanti questa manipolazione, quanto ci vorrà prima che un bel runway riot arrivi anche qui, quanto manchi alla rivoluzione.

donne che la moda dimentica

sparatoria in albergo

La verità è che non siamo mai pronti, mai proprio per nulla, a nulla.
Né alla morte, né alla vita.
Tutto scoppia un po’ all’improvviso, tutto esplode senza avvisare, tutto arriva senza lasciare un messaggio di annuncio.
Avete presente quando ci si presenta alla reception di un hotel, si lascia giù il nome e si aspetta di esser accompagnati in camera?
Ecco, l’anoressia non fa mica così.
Mica gliene frega niente a lei di annunciarsi, né aspetta di essere accompagnata in stanza.
Figurarsi.
Lei arriva e si piazza in reception, tira fuori le pistole come un rapinatore e blocca tutti lì, in entrata, a mani in alto.
Non spara a tutti, ma comunque a più persone possibile, così da avere via libera per salire su nella stanza più grande e più bella dell’hotel, piazzarsi sul letto e fare la pipì in giro, come i più infami ladri.
E non gliene frega nulla della stanza in sé, solo che vuole fare un dispetto al proprietario e rovinare le cose migliori che ci sono nel palazzo.
Questo è più o meno quanto ho da dire sull’anoressia, questa è lei.
Io ero il proprietario, l’albergo era il mio corpo e la gente con cui se l’è presa erano le persone che amavo e che la malattia mi ha strappato via; le scale che ha sporcato di sangue e calpestato senza pietà erano i miei sogni e i miei ricordi, mentre la stanza padronale il mio cuore.
Non l’avevo invitata proprio per niente, mi stavo divertendo in quel momento io.
Me la stavo godendo davvero.
E non aspettavo nessun ospite in più.

sparatoria in albergo

il mito inesistente del bikini body

Quante volte ci hanno detto che dovevamo cambiare qualcosa del nostro corpo?
Con tutte le volte che mi sono sentita dire qualcosa dai giornali, a quest’ora dovrei essere un pezzo di plastica ambulante, o sepolta sotto una montagna di stracci coprenti.
E invece sono ancora qui, e mi ostino ancora a mettere il costume, anche se le mie cosce si toccano e il mio sedere è in fuori.
Qualcuno ci ha insegnato che il corpo che abbiamo -così com’è- non merita il costume, non merita di passeggiare sulla spiaggia e non merita i gelati al chiosco, perché noi non possiamo permetterci l’estate.
Da maggio a settembre veniamo letteralmente martellati da quelli che sono gli articoli e gli spot “salvavita”, affinché oltre a tutte le difficoltà già esistenti della nostra vita, ci preoccupiamo anche di uniformarci ad un solo tipo di fisico -quello che qualcuno un giorno si alzò e decise che era l’unico a poter indossare il bikini- per poterci permettere le giornate al mare, altrimenti niente.
Le riviste dedicate al pubblico femminile non fanno che calpestare qualsiasi forma di self confidence potessimo avere prima (se ne avevamo), sbattendoci in faccia una dieta last minute come fosse l’unica condizione a cui mettere il costume; il tutto condito con fotografie di snellissime modelle a loro volta ritoccate.
Se persino chi va in palestra quotidianamente per mestiere, chi mangia come un uccellino, chi è ultramagro di natura viene ritoccato prima di poter essere il volto dell’articolo di turno sul “bikini body” come pensiamo di poter essere mai giusti, stando a quei canoni?
Se pure Gigi Hadid viene photoshoppata, significa che neanche lei di suo avrebbe un “bikini body”, giusto?
Ma tutto questo non vi fa schifo?
Perché mai le donne devono sottoporsi a questo tipo di stress fisico, a quest’idiotissima ansia da prestazione addirittura quando devono andare al mare, dove teoricamente ci si dovrebbe rilassare? E perché le riviste di intrattenimento sembra siano solo atte a svalutare e ad indurci all’autosvalutazione? Perché la stampa ed i media sono sempre così denigratori verso il pubblico femminile? Perché le donne imparano ad odiare il loro corpo e a doverlo cambiare per potersi amare? Perché le donne – e anche gli uomini, comunque- non valgono  per il loro talento e la loro personalità? Perché la bellezza è solo un certo tipo di corpo X che nemmeno esiste? 
Ormai sembra che indossare un bikini sia diventata un’impresa: te lo devi conquistare ‘sto pezzo di stoffa, te lo devi sudare, te lo devi guadagnare con la palestra, con la dieta, con le creme.
Passiamo tutto l’anno a prepararci all’estate, tutto l’anno a fare ginnastica, a non ordinare il dessert, a mangiare 60 grammi di pasta una volta a settimana, a fare jogging nelle ore di pausa, a tenere gli addominali contratti, e poi non ce la possiamo mai permettere questa dannatissima stagione.
Non ci possiamo mai permettere il costume semplicemente perché qualcuno ha deciso chi può e chi non può farlo, perché qualcuno ha deciso chi ci sta bene e chi sembra un sacco di patate.
E comunque Marilyn Monroe stava bene anche con addosso un sacco di patate.

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Alla fine l’estate arriva, e sembra che il costume possa metterselo solo Elle Macpherson, a patto però che sia photoshoppata, oppure Kendall Jenner, ma solo se gira con la pelle lucidata delle immagini pubblicitarie.
Quindi non può metterselo nessuno.
Oppure possiamo mettercelo tutti.

“Il perfetto bikini body”: se ne legge sempre molto in giro, sembra si parli del sacro graal, ma in realtà si tratta semplicemente di una persona con addosso il costume che più le piace, un sorriso in faccia, e la bellezza della pelle che abita, che se fossero tutte uguali non ci sarebbe bellezza.

È davvero tutto qui.

il mito inesistente del bikini body