TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

NI.

Nel senso un po’ sì, un po’ no.

Questo è stato il mio primo parere vedendo “To The Bone”, durato fino ai titoli di coda: non so se e quanto mi sia piaciuto, l’ho trovato buono in alcuni punti, ma troppo dispersivo e semplicistico in altri -come onestamente mi aspettavo sarebbe andata.

Il problema è che la sofferenza descritta nel film non è pari nemmeno alla metà della metà della metà di quella reale e non riesce a trasmettere nessun tipo di emozione forte a riguardo, nonostante i continui tentativi, specialmente nell’ultima mezzora -in cui la storia scade miseramente nel semplicismo, buonismo e lieto fine alla bell’e meglio. Il potenziale c’era, all’inizio, ma poi le mie aspettative sono state abbastanza deluse.

Cattiva e acida: così si presenta Ellen nei primi quindici minuti di pellicola, proprio come mi sentivo anch’io ai primi tempi della malattia: piena di rabbia, di blocchi, di nervosismo represso, di folli idee portate avanti con sudato e scriteriato raziocinio vano e spietato.

Autolesionista fino all’osso, vaga come uno spettro, vestita di abiti larghi e scuri, assente ed assorta nei pensieri di cosa mangerà dopo e come bruciarne ogni traccia, e poi passa la sera a fare addominali in camera. Tipico. E reale.

L’esercizio fisico per bruciare quel cucchiaino di zucchero o quella manciata di fagioli in più, per punire la tua ingordigia, per punire i tuoi sentimenti, per non sentirli più.

“Ho tutto sotto controllo” ripete più volte, e l’ho detto anch’io, l’ho persino urlato.

Ad esser giusti, la prima mezzora di film è stata più che promettente, con un picco di massima altezza nella scena della prima visita dal dottor —, interpretato da un affascinante e diffidente felino Keanu Reeves (sempre piaciuto). La prima conversazione intima tra lui ed Ellen, mentre il terapista le passa delicatamente le dita sulla spina dorsale, è quanto di più reale sia descritto nella storia: “gli anoressici sono bugiardi cronici”, “tu non sei magra, tu spaventi la gente”, e “qui non si deve parlare di cibo, il cibo non c’entra nulla con il tuo problema”. BOOM.

Dopo queste tre sentenze assolutamente profonde il film potrebbe anche finire, boom.

Sì, gli anoressici sono bugiardi cronici, perché in primis mentono a loro stessi: sul peso, sul loro stato di salute, sul perché lo fanno (“lo faccio perché voglio essere magra: così si vive meglio”, risponde Ellen) e di lì imparano a mentire su tutto. Su tutto e tutti i campi. Finché non esplodono.

Tu non sei magra, tu spaventi la gente, e non è solo il terapista a dirlo, ma anche la sorella della protagonista, —, “i miei amici hanno paura di te”, ed infatti lei non ha amici, non la vediamo mai con nessuno al di fuori dei suoi familiari ed i compagni di recovery. Aggravata da un comportamento fortemente asociale, duro, tagliente e solitario (dettato da una sofferenza troppo grande per essere condivisa), la situazione di Ellen le rende impossibile la vita sociale, la condivisione, il contatto (come avverrà poi quando si trova impaurita di fronte all’amore di —).

Qui non si deve parlare di cibo:  il cibo non c’entra nulla con l’anoressia, e questa è la sentenza più bella uscita da tutto il film. Ed è anche la più difficile a capirsi. Ho letto milioni di tweet che lamentavano queste parole ‘assurde’ (“l’anoressia è un disturbo a-l-i-m-e-n-t-a-r-e!”) e attaccavano lo script ed il messaggio lanciato, invece io lo trovo geniale, vero e ‘finalmente’ incisivo. Fintanto che si continuerà a prendere l’anoressia come una dieta sfuggita di mano, una malattia legata all’aspetto fisico, dettata dalla società e altre baggianate, non la si curerà mai. Come tanti altri disturbi invece, è una forma di autolesionismo (spesso con tendenze suicidarie) derivata da una crisi e depressione, pertanto si tratta di una risposta fisica (come può esserlo tagliarsi, ferirsi o togliersi la vita in qualsiasi modo diverso) ad un dramma interiore troppo doloroso e difficile da sciogliere, quindi chiuso nel profondo dell’anima e lasciato lì, come se potesse sparire, come se togliersi il cibo aiutasse a tappare il buco o a distrarre il pensiero dal chiodo fisso del male. Come se smettere di mangiare -con la scusa di una dieta-, cambiare forma ed atteggiamenti, cambiare di conseguenza amici e carattere, creasse e consolidasse una persona nuova, che non soffre più per le stesse cose. Come se facesse nascere una nuova versione di noi, con nuovi sentimenti. Come se non sentissimo più tutto ciò che ci ha portati a quel punto.

Le sorprese positive continuano, poi, con la prima scena di terapia collettiva, quando la terapista della clinica “non si tratta di essere magri” dice “quello che desiderate è far sparire quelle sensazioni che non volete”.

A consolidare le teorie del dottor — e della terapista sono le regole della casa: è consentito di mangiare cosa, come e quanto si vuole, così da rendere ben chiaro ai ricoverati che il cibo è solo il contorno della vita, solo uno dei tanti particolari di una giornata, solo una minima parte di ciò che esiste e ci turba. Così da togliere importanza a qualcosa a cui invece un anoressico ne dà troppa.

Funziona molto bene così, parlo per esperienza personale.

Ma poi qualcosa inizia a scadere, e il film diventa banale come temevo ma non speravo. Forse l’insorgere della love story, forse i luoghi comuni sulle famiglie disastrate, forse la sceneggiatura da serie TV anni duemila… Da metà in poi, qualcosa smette di funzionare. E mi dispiace.

Quella che è la rappresentazione di una malattia mentale nascosta sotto una corazza di arroganza e snobismo -inizialmente resa al meglio- diventa una banalissima piccola sofferenza interiore, per nulla analizzata, per nulla sviscerata, per nulla compresa, per nulla relatable, ma molto semplificata.

Ridotta all’osso, appunto.

Nonostante alcuni momenti piacevoli e potenzialmente spunto di riflessioni -senza poi alcun approfondimento-, come la storia affettiva (non mi piace etichettare i rapporti) tra Ellen e Luke ed il terrore della ragazza di fronte al contatto fisico (l’anoressia, come la depressione in generale, si sa, ammortizza la libido), non c’è niente di sviluppato, niente di lanciato a spezzarci il cuore, niente di incisivo, di forte, di scuro. Nessuna macchia d’inchiostro sulla carta bianca, ma una serie di delicate impronte di dita. Niente di che, insomma.

Ho apprezzato, come ho scritto sopra, il fatto che la figura del dottore fosse molto più diretta e giovanile di quanto non lo siano i terapisti nella realtà (ma appunto, non è realistico, purtroppo) e che invitasse i suoi pazienti ad un percorso di recovery che puntasse sul lato umano prima che sull’alimentazione (“è vietato parlare di cibo” / “mangiate come e quanto volete, purché stiate a tavola”), ma allora perché non abbiamo visto nulla del percorso interiore dei personaggi? Perché dei traumi, dei problemi familiari o sentimentali (perché è da quello che può scaturire un disturbo alimentare) di Ellen non abbiamo saputo nulla?

Insomma, un film sull’anoressia dovrà pur puntare su una di queste tre cose: cause, guarigione fisica, guarigione psichica… Ma non c’è stato nulla di tutto ciò.

Peccato, ripeto, le premesse sembravano buone.

Passando alle singole vicende, apprezzabili i tentativi di ‘drammatizzare’ la storia con le storie di Pearl e M—: la prima è forse il personaggio più credibile di tutto il film, terrorizzata dalle calorie, distrutta dentro e fuori, alienata dal mondo, tendente al tornare bambina ed attaccata ad un sondino, la seconda, nonostante i tentativi, non riuscirà a tenere il bambino che porta in grembo: è troppo tardi.

Però non basta. Non serve a nulla il contorno se la storia principale è tutto e niente, è piena di spunti ma vuota di risposte.

L’unico sviluppo nella vicenda di Ellen è reperibile nella sua scelta di cambiare nome (ribellione alla famiglia?) e nella storia con Luke, un altro personaggio su cui ci sarebbe onestamente molto da dire.

Lui è avvolto da un alone di mistero -perché sta lì, cosa gli è successo, come mai ha sofferto di anoressia?- ma sappiamo che prima della malattia era un ballerino e che ora, dopo soli sei mesi di recovery, sembra più sano del dottore stesso, tanto arzillo da essere quasi esageratamente istrionico (guarda caso, classica condizione psichica che spesso precede o segue un periodo di disturbi alimentari).

Tuttavia, per qualche strana ragione, l’ostentatissimo amore per il cibo di Luke -che somigliava tanto al mio di qualche anno fa- passa, nel film, come ‘sano’.

Beh, vi do una brutta notizia: non lo è. 

Il ragazzo, per quanto carino, simpatico, dolce e assolutamente delizioso, è affetto da una forma di istrionismo spiccata, accompagnata dalla classica ossessione per il mangiar bene, una delle più classiche conseguenze del recovery: è lui stesso ad ammettere di aver passato così tanto tempo a digiuno che ora si trova ad avere una fame tremenda e una carica di energia nucleare.

Okay, ma non è salute nemmeno la sua.

Sembra che questo film dia speranza ma non la dà -nessuno degli amici di Ellen viene mostrato uscirne veramente, sono tutti impantanati sino al midollo in un diverso disturbo alimentare-, e sembra che approfondisca il dolore ma non lo fa -non sappiamo neanche cosa succeda nella mente di quei ragazzi, né chi siano. Ma soprattutto, quello che vediamo NON è dolore vero.

Mi dispiace, pensavo sarei riuscita a trattenermi e a pensare più ai lati positivi (e, come ho già detto, ce ne sono) che non ai negativi, ma è più forte di me: quello non è dolore.

Il dolore dell’anoressia è ciò che sta dentro un grande cuore in un corpo piccolo piccolo, è ciò che grida per uscire, sono i lividi sulle ossa quando ci si siede, sono i polmoni che sembrano scoppiare in una cassa toracica troppo piccola, è la fame di qualcosa che non abbiamo il coraggio di volere, è la frustrazione, sono le mani che strappano i capelli, i denti che mordono i bordi del cestino della spazzatura, il freddo che lacera lo stomaco, la gola gelida e paralizzata, la mancanza degli amici, il ricordo dell’amore, le memorie più belle del passato, l’infanzia mitizzata, la voglia di morte.

Questa è l’anoressia, che cavolo, non un ‘aspergers per le calorie’, né una cena al lume di candela, inventandosi di essere malati terminali di cancro (quella era di cattivo gusto!) sputando nel fazzoletto.

Non che io non abbia sputato nel fazzoletto -eccome se l’ho fatto- ma non è che un dettaglio infinitesimale e trascurabile di cosa sia un disturbo alimentare davvero.

La vita sociale, i balli, la musica, i rapporti, i sentimenti… Non voglio sembrare cinica o estrema, ma non esistono davvero, quando sei anoressica. E se esistono sono rovinati, silenziati, difficili, affranti.

Non posso vedere una compagnia di persone in recovery più intente a ballare e bere che non a guardarsi dentro, mi dispiace.

Non posso vedere la mia malattia ridotta a queste due ore di barlume.

“Viva l’ironia” avevo detto nel video di commento al trailer, però “fino ad un certo punto” avevo aggiunto. Più che altro ‘viva l’ironia se porta a qualcosa di costruttivo’, se minimizza siamo finiti.

Ci sono state due o tre scelte che mi hanno disturbato e un po’ disgustato: il classico dibattito familiare un po’ troppo intriso di luoghi comuni -con tanto di madre lesbica e compagna hippie che più 2017 di così si muore (ovviamente non perché io sia contraria all’omosessualità! sono solo contraria all’accozzaglia di cose buttate lì a caso) e padre quasi incredibilmente assente-, la voglia di scherzare sul conto delle calorie e infine alcuni momenti veramente patetici tra madre e figlia (la scena del biberon… vogliamo parlarne? Era un tentativo di farlo somigliare ad un film di Malick?).

Ma ci sono stati anche momenti costruttivi, quali il primo colloquio con il dottore, i confronti con le compagne di clinica (seppur in parte copiati dal più valido “Ragazze Interrotte”), e il sogno di Ellen.

Non sono bastati, però: non c’è nulla di relatable né realistico nella guarigione così rapida da un dolore così radicato e lungo, nulla di credibile nel non avere una ragione per cui si soffre e nulla di nuovo o eclatante nelle scelte delle storie di contorno, che sono prive di backstory, superficiali.

Senza backstory, senza basi, come facciamo ad entrare nella vita di un personaggio, a sentire con lui/lei, a soffrire con lui/lei?

“To The Bone” è come un viaggio in aereo rispetto ad un viaggio ‘on the road’. Tutto ha un’inizio e una fine, di tutto vediamo la partenza e la meta, ma non conosciamo nulla del percorso.

Ed è il percorso a raccontare il dolore, la gioia, la fatica, la morte, la speranza.

 

TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma

Ci ho messo sei mesi a preparare una recensione adeguata per questo film, non perché non fossi sicura se mi fosse piaciuto o meno, non perché non l’avessi capito, ma perché fa maledettamente male. Fa proprio male, male, male: taglia davvero il cuore a metà, con un solco profondo inguaribile, con frammenti di lama che rimangono impigliati tra le costole e i brandelli.
Perché la storia di Edward e Susan non è solo la loro, è la nostra: è la storia delle ferite, dei non detto, degli errori, del dolore, dell’incapacità di salvarsi, del naufragio.
È la storia più assurda e più reale al tempo stesso, tra quelle che ho visto quest’anno: è la storia della gestazione della fine di un amore, della digestione di un addio.
E soprattutto, della libera(lizza)zione della sofferenza e debolezza maschile, tema-tabù da sempre e per sempre.

Perché dietro quello che sembra il dramma della fine di una precaria storia d’amore si cela il vero protagonista di questa e molte altre vicende, che non è Edward, non è Susan, né la trasposizione metaletteraria del primo, il protagonista del suo romanzo- Tony, ma quella fragilità che negli uomini non viene accettata, non viene compresa, non viene accolta.

Con più riflessione ed apertura verso le diverse realtà sessuali esistenti in natura e un conseguente studio dei caratteri umani, riguardo cosa sia il gender, il disagio dell’omofobia, il significato reale e profondo di femminismo -che ancora, vorrei ricordare, dev’essere separato dalla misandria (vedete questo articolo: http://www.indiatimes.com/news/india/losing-sight-of-feminism-have-social-media-driven-feminists-reduced-the-concept-to-just-male-bashing-321227.html), negli ultimi anni se ne sono visti vari di articoli interessanti incentrati sul mondo maschile, primo tra tutti, direi, questo: http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma .
Tuttavia, secondo una cultura millenaria, l’uomo e la donna sono entità diverse per natura e come tali devono continuare ad esistere: il primo celando le fragilità sotto corazze più o meno resistenti, la seconda non temendo di mostrarle; ad un tratto poi, entrambi si sentiranno dire rispettivamente di lasciarsi andare di più e di essere più forte in presenza dell’altro sesso. A questo punto mi chiedo perché ancora ci ostiniamo a credere ci sia un senso nella generalizzazione delle caratteristiche dei sessi e nella fissità dei ruoli nelle coppie, come fossero composti chimici.
Sia chiaro, onestamente a tutte noi fa piacere ricevere attenzioni, affetto, complimenti, supporto, rispetto… Ma agli uomini no?
Nella mia vita, almeno da quanto posso aver considerato dopo una breve riflessione, non ho mai trattato un individuo di sesso maschile come se fosse solo e soltanto lui a doversi prendere cura di me, ma penso di aver sempre dimostrato più affetto e supporto possibile, di essere stata disponibile all’ascolto, al compromesso, all’alterazione delle convenzioni (che non m’interessano neppure) e di aver rispettato la natura di ciascun carattere.
Questo perché non ci si innamora e non ci si fa amici di una persona per quello che potrebbe essere per noi, ma per quello che è, nulla più.

Il personaggio di Edward (e la sua trasposizione letteraria nel racconto allegorico/autobiografico da lui scritto, Tony) è il protagonista inusuale di “Nocturnal Animals”, il secondo e per ora ultimo film dello stilista e regista Tom Ford. Interpretato da un romantico, solitario, straziante ed intenso Jake Gyllenhaal, che non smette mai di sorprendere, mostrato tramite flashback e salti temporali in un lasco di tempo che va dai suoi vent’anni ai suoi quaranta circa, egli passa dall’essere un’aspirante scrittore innamorato, troppo romantico per vendersi al mercato, troppo insicuro per sopportare i fallimenti, troppo sensibile per reggere l’abbandono.
È indubbiamente affetto, per ragioni che non conosciamo ma possiamo soltanto immaginare, di dipendenza affettiva, una patologia che persino molti psicologi si trovano a sottovalutare erroneamente: senza l’amore di Susan (Amy Adams), ma soprattutto senza le sue conferme, il suo supporto, il suo incoraggiamento e la sua fiducia, arranca nella vita e nel lavoro. Da quando lei lo lascia, in una fredda sera, durante gli anni universitari, adducendo come scusa la  propria infelicità (“ma tu mi ami?” le chiede lui disperato), a quando vent’anni dopo lui le spedisce il proprio romanzo autobiografico -nel quale, tramite una serie di metafore del loro amore dall’inizio alla fine- si racconta la loro tragica storia- non ci è dato di sapere che ne sia di Edward.
Per tutta la durata del film, nei flashback che vedono la coppia in età giovanile, i litigi dei due sono incentrati sulla debolezza che Susan rinfaccia al compagno e sulla somiglianza alla madre che egli attribuisce a lei -la quale vive tutto ciò come una grossa offesa.
“Io non sono debole” ed “Io non sono come mia madre” sono le rispettive difese, entrambe maschere di una realtà molto più ineluttabile che si scaglierà presto su di loro: Edward infatti manca di spirito d’iniziativa, solidità ed ambizione per attrarre ancora la ragazza, mentre Susan si fa sempre più borghese, snob e narcisa, come sua madre le aveva previsto sarebbe divenuta (“Siamo uguali, Susan: lui è debole, con lui non durerà. Non fa per te”).

Veniamo ora a Tony, il protagonista di quel romanzo che Edward spedisce a Susan come vendetta, come per ricordarle della loro storia dopo molti anni, come messaggio d’addio, come testamento del loro amore.
Tony è un padre di famiglia: la moglie (Isla Fisher) ha gli stessi capelli rossi di Susan e la figlia dei due è la stessa adolescente che  lo scrittore immagina sarebbe stata quella avuta con Susan se lei non avesse abortito il loro bambino senza parlargliene.
Durante un viaggio in auto per le desolate lande texane di notte, questi perde moglie e figlia per mano di pazzi criminali della strada (McCarthy di grande ispirazione): saranno proprio questi ad aprigli una finestra interiore, ricordandogli con offese e continue derisioni giullaresche (mimi osceni di sodomia, boccacce e canzoncine in falsetto) che il suo valore di uomo è inesistente, che è senza palle, che è un indegno, che è un perdente.
DEBOLE, DEBOLE, DEBOLE: risuona nelle orecchie, nell’anima e nel cuore di Tony, di Edward, degli uomini che non hanno saputo trattenere ciò che amavano e che sono costretti ad incolparsi eternamente per non poter neanche ammettere che nella vita si perde.
E non per debolezza, ma per caso, perché “vincere significa accettare”, direbbe Vecchioni.

L’unica colpa attribuita ad Edward per tutta la durata del film è la debolezza, la fragilità, la natura fallimentare, la mancanza di ambizione, di sicurezza, di fermezza, di coraggio, in poche parole, di convenzionale mascolinità, che l’avrebbe reso esente dal grande dolore, secondo le proprie turbe interiori.
Ma allo stesso tempo, quella sorta di insicurezza trasformatasi in viltà dallo stesso Edward, funge poi da arma che, vent’anni dopo l’abbandono, scaglia sulla stessa Susan, facendo ribaltare con due sole email la loro situazione, mettendo lei nei panni della prostrata, dell’insicura, della pentita.
Come gli eroi delle tragedie euripidee, che ad un tratto mostrano il lato più umano di sé e le proprie passioni, Edward chiude il cerchio abbandonando Susan, così come Tony si vendica di Ray. Ma all’interno di autore e personaggio, infine, rimane solo il senso di morte, di perdita e di ineluttabilità del caso: neanche gli atti di vendetta e di forza possono cancellare i segni impressi nell’anima.
E Tom Ford -che ha curato curato anche la sceneggiatura del film (basato comunque sul romanzo di Austin Wright, 1993)- lascia sul finale un formidabile messaggio, anzi più:
– non importa quanto siamo evoluti, par sempre troppo presto per comprendere ed abbracciare le debolezze maschili: l’uomo, per essere attraente, seducente, affidabile, amabile, ammirevole e, insomma, perfetto, non può mai mostrare un sentimentalismo fallace.
– la dipendenza affettiva non è una caratteristica appartenente alle sole donne: in questo caso non solo è l’uomo ad avere apparentemente più bisogno dell’amata di quanto non ne abbia lei di lui, ma soprattutto è il maschio a rimetterci, a perdere la ragione, ad entrare in crisi, a mostrare la sua fragilità proprio come uno specchio frantumato (perlomeno sino alla seconda metà inoltrata del film)
– la cosiddetta “debolezza” altro non è che coraggio di essere limpidi, reali, sinceri con sé stessi e con l’altro: è più forte mostrare le fragilità che non nasconderle dietro muri impossibili che prima o poi cadranno comunque con un niente.

Più che sulla bellezza del film, a parer mio il più originale del 2016 (assieme ad alcuni altri tra cui spicca “Captain Fantastic”), dotato di fotografia, montaggio, dialoghi, riprese e musiche oltreumani, mi sono voluta soffermare sull’aspetto umano di esso, sull’analisi sul maschio del nostro secolo, tanto libero eppure ancora tanto chiuso, sottomesso al suo ancestrale dovere di essere “uomo” secondo una certa indicazione.
Continuo a sfogliare riviste “per ragazze” (da Cosmopolitan a Donna Moderna) magari in sala d’attesa dal medico o simili, e continuo a stupirmi della follia generale del contenuto: esistono davvero articoli che invitano le donne ad analizzare gli uomini prima di conoscerli e frequentarli, per capire quanto “maschi” saranno, esistono davvero servizi sull’importanza di avere un partner deciso e forte, esistono davvero editoriali sulla virilità, consigli per “godere anche se lui ce l’ha piccolo”, eccetera eccetera eccetera. Esistono davvero. Come se si godesse per la dimensione di un pene, non per la dimensione dell’attrazione che proviamo per una persona a prescindere. E nessun consiglio per evitare la mutilazione continua e la martellante violenza psicologica inflitta al partner e dettata da surreali aspettative cinematografiche.
Accettiamo ogni (giustissima!) varietà nel campo della sessualità, liberalizziamo ogni cosa ma quasi solo quando si tratta di casi esterni a noi, di vite altrui: dalle persone che abbiamo attorno facciamo fatica ad accettare qualsiasi forma di fragilità, qualsiasi punto debole, fallimento, paura, specie se maschio.
E ci facciamo vicendevolmente del male, ci feriamo e ci distruggiamo per liberarci della paura di crescere insieme a qualcuno o semplicemente di amarlo per quello che è, perché non ci bastano mai per quello che sono, vogliamo sempre siano quello che nella nostra mente abbiamo fatto di loro.
Ma siamo umani e siamo fallibili, abbracciare le debolezze del mondo intorno a noi renderà molto più facile cambiare tutto il resto, quello che sta fuori, e che è sempre più facile.

“Nocturnal Animals” non insegna a vivere, né ad accettare, né a crescere, né ad amare, né a perdonare, anche se tutti questi temi sono molto sottilmente e genialmente inseriti nel tessuto della trama: direi che piuttosto fa riflettere sulla conoscenza di sé stessi.
Susan non conosce sé stessa finché, raggiunta circa la metà della sua vita, somigliante più che mai alla caricatura di sé stessa (magistralmente trasmesso dalle scelte di make-up attuate dallo stesso Ford, geniale) ed a sua madre, insoddisfatta, sposata all’uomo per cui ha lasciato Edward molti anni prima, ma sola, si vede per quello che è tramite le parole del romanzo dell’ex compagno: è così che le si apre il mondo interiore sempre taciuto, è così che tornano a sanguinare quelle ferite mai chiuse, è così che torna a specchiarsi, spostarsi la riga dei capelli proprio come faceva da ragazza, ripulirsi del rossetto vinaccia, per non mancare ad un appuntamento più con sé stessa che non con Edward.
Edward, allo stesso modo, conosce, comprende e (forse?) accetta sé stesso tramite il romanzo, e quel riscatto finale che è la vendetta di Tony su Ray e la sua personale su Susan, mancando a quell’appuntamento e lasciandola a cena con sé stessa: con la donna che è diventata ma che temeva di divenire o con la donna che è sotto la corazza, ma che non faceva più uscire?
Infine, ripercorrere la loro storia, aiuta Edward a conoscere sé stesso e ad esplorarsi -realizzando un romanzo, mettendo in scena cioè quel talento che la sua amata, ai tempi in cui stavano insieme, non credeva lui avesse né che gli avrebbe mai fruttato qualcosa- ed aiuta Susan a fare chiarezza su quale sia la sua vita e quale sia quella che l’è stata cucita addosso dall’ego.

Che i due si re-incontrino mai fisicamente è più che dubbio, che siano per sempre legati dalle loro più profonde verità è fatalmente innegabile.

… Che questo film mi sia piaciuto da morire e che ne abbia trovato qualche parallelismo con “Cime Tempestose” è altrettanto interessante e mi farà scriver un nuovo articolo presto, bla bla bla.

Post Scriptum: gli sguardi vitrei di Amy Adams bastano a renderla più comunicativa che mai, pur senza bisogno di troppe parole o espressioni drammatiche, la sensibilità e profondità umana di Jake Gyllenhaal rendono Edward più Edward che mai, senza fallire mai, né cadere nel melodrammatico. Come sempre uno degli attori più camaleontici, trasportati e profondi della sua generazione, porta del realismo e della naturalezza innata al suo doppio personaggio: un artista coraggioso di abbracciare i propri lati femminili (anche qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul concetto di femminilità) e di farne punti di forza, gli occhi blu più profondi del mondo, l’espressione eternamente malinconica, ma sia speranzosa, sia perduta. Nessuno avrebbe potuto render di più.

C.nocturnalanimals

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma