TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

NI.

Nel senso un po’ sì, un po’ no.

Questo è stato il mio primo parere vedendo “To The Bone”, durato fino ai titoli di coda: non so se e quanto mi sia piaciuto, l’ho trovato buono in alcuni punti, ma troppo dispersivo e semplicistico in altri -come onestamente mi aspettavo sarebbe andata.

Il problema è che la sofferenza descritta nel film non è pari nemmeno alla metà della metà della metà di quella reale e non riesce a trasmettere nessun tipo di emozione forte a riguardo, nonostante i continui tentativi, specialmente nell’ultima mezzora -in cui la storia scade miseramente nel semplicismo, buonismo e lieto fine alla bell’e meglio. Il potenziale c’era, all’inizio, ma poi le mie aspettative sono state abbastanza deluse.

Cattiva e acida: così si presenta Ellen nei primi quindici minuti di pellicola, proprio come mi sentivo anch’io ai primi tempi della malattia: piena di rabbia, di blocchi, di nervosismo represso, di folli idee portate avanti con sudato e scriteriato raziocinio vano e spietato.

Autolesionista fino all’osso, vaga come uno spettro, vestita di abiti larghi e scuri, assente ed assorta nei pensieri di cosa mangerà dopo e come bruciarne ogni traccia, e poi passa la sera a fare addominali in camera. Tipico. E reale.

L’esercizio fisico per bruciare quel cucchiaino di zucchero o quella manciata di fagioli in più, per punire la tua ingordigia, per punire i tuoi sentimenti, per non sentirli più.

“Ho tutto sotto controllo” ripete più volte, e l’ho detto anch’io, l’ho persino urlato.

Ad esser giusti, la prima mezzora di film è stata più che promettente, con un picco di massima altezza nella scena della prima visita dal dottor —, interpretato da un affascinante e diffidente felino Keanu Reeves (sempre piaciuto). La prima conversazione intima tra lui ed Ellen, mentre il terapista le passa delicatamente le dita sulla spina dorsale, è quanto di più reale sia descritto nella storia: “gli anoressici sono bugiardi cronici”, “tu non sei magra, tu spaventi la gente”, e “qui non si deve parlare di cibo, il cibo non c’entra nulla con il tuo problema”. BOOM.

Dopo queste tre sentenze assolutamente profonde il film potrebbe anche finire, boom.

Sì, gli anoressici sono bugiardi cronici, perché in primis mentono a loro stessi: sul peso, sul loro stato di salute, sul perché lo fanno (“lo faccio perché voglio essere magra: così si vive meglio”, risponde Ellen) e di lì imparano a mentire su tutto. Su tutto e tutti i campi. Finché non esplodono.

Tu non sei magra, tu spaventi la gente, e non è solo il terapista a dirlo, ma anche la sorella della protagonista, —, “i miei amici hanno paura di te”, ed infatti lei non ha amici, non la vediamo mai con nessuno al di fuori dei suoi familiari ed i compagni di recovery. Aggravata da un comportamento fortemente asociale, duro, tagliente e solitario (dettato da una sofferenza troppo grande per essere condivisa), la situazione di Ellen le rende impossibile la vita sociale, la condivisione, il contatto (come avverrà poi quando si trova impaurita di fronte all’amore di —).

Qui non si deve parlare di cibo:  il cibo non c’entra nulla con l’anoressia, e questa è la sentenza più bella uscita da tutto il film. Ed è anche la più difficile a capirsi. Ho letto milioni di tweet che lamentavano queste parole ‘assurde’ (“l’anoressia è un disturbo a-l-i-m-e-n-t-a-r-e!”) e attaccavano lo script ed il messaggio lanciato, invece io lo trovo geniale, vero e ‘finalmente’ incisivo. Fintanto che si continuerà a prendere l’anoressia come una dieta sfuggita di mano, una malattia legata all’aspetto fisico, dettata dalla società e altre baggianate, non la si curerà mai. Come tanti altri disturbi invece, è una forma di autolesionismo (spesso con tendenze suicidarie) derivata da una crisi e depressione, pertanto si tratta di una risposta fisica (come può esserlo tagliarsi, ferirsi o togliersi la vita in qualsiasi modo diverso) ad un dramma interiore troppo doloroso e difficile da sciogliere, quindi chiuso nel profondo dell’anima e lasciato lì, come se potesse sparire, come se togliersi il cibo aiutasse a tappare il buco o a distrarre il pensiero dal chiodo fisso del male. Come se smettere di mangiare -con la scusa di una dieta-, cambiare forma ed atteggiamenti, cambiare di conseguenza amici e carattere, creasse e consolidasse una persona nuova, che non soffre più per le stesse cose. Come se facesse nascere una nuova versione di noi, con nuovi sentimenti. Come se non sentissimo più tutto ciò che ci ha portati a quel punto.

Le sorprese positive continuano, poi, con la prima scena di terapia collettiva, quando la terapista della clinica “non si tratta di essere magri” dice “quello che desiderate è far sparire quelle sensazioni che non volete”.

A consolidare le teorie del dottor — e della terapista sono le regole della casa: è consentito di mangiare cosa, come e quanto si vuole, così da rendere ben chiaro ai ricoverati che il cibo è solo il contorno della vita, solo uno dei tanti particolari di una giornata, solo una minima parte di ciò che esiste e ci turba. Così da togliere importanza a qualcosa a cui invece un anoressico ne dà troppa.

Funziona molto bene così, parlo per esperienza personale.

Ma poi qualcosa inizia a scadere, e il film diventa banale come temevo ma non speravo. Forse l’insorgere della love story, forse i luoghi comuni sulle famiglie disastrate, forse la sceneggiatura da serie TV anni duemila… Da metà in poi, qualcosa smette di funzionare. E mi dispiace.

Quella che è la rappresentazione di una malattia mentale nascosta sotto una corazza di arroganza e snobismo -inizialmente resa al meglio- diventa una banalissima piccola sofferenza interiore, per nulla analizzata, per nulla sviscerata, per nulla compresa, per nulla relatable, ma molto semplificata.

Ridotta all’osso, appunto.

Nonostante alcuni momenti piacevoli e potenzialmente spunto di riflessioni -senza poi alcun approfondimento-, come la storia affettiva (non mi piace etichettare i rapporti) tra Ellen e Luke ed il terrore della ragazza di fronte al contatto fisico (l’anoressia, come la depressione in generale, si sa, ammortizza la libido), non c’è niente di sviluppato, niente di lanciato a spezzarci il cuore, niente di incisivo, di forte, di scuro. Nessuna macchia d’inchiostro sulla carta bianca, ma una serie di delicate impronte di dita. Niente di che, insomma.

Ho apprezzato, come ho scritto sopra, il fatto che la figura del dottore fosse molto più diretta e giovanile di quanto non lo siano i terapisti nella realtà (ma appunto, non è realistico, purtroppo) e che invitasse i suoi pazienti ad un percorso di recovery che puntasse sul lato umano prima che sull’alimentazione (“è vietato parlare di cibo” / “mangiate come e quanto volete, purché stiate a tavola”), ma allora perché non abbiamo visto nulla del percorso interiore dei personaggi? Perché dei traumi, dei problemi familiari o sentimentali (perché è da quello che può scaturire un disturbo alimentare) di Ellen non abbiamo saputo nulla?

Insomma, un film sull’anoressia dovrà pur puntare su una di queste tre cose: cause, guarigione fisica, guarigione psichica… Ma non c’è stato nulla di tutto ciò.

Peccato, ripeto, le premesse sembravano buone.

Passando alle singole vicende, apprezzabili i tentativi di ‘drammatizzare’ la storia con le storie di Pearl e M—: la prima è forse il personaggio più credibile di tutto il film, terrorizzata dalle calorie, distrutta dentro e fuori, alienata dal mondo, tendente al tornare bambina ed attaccata ad un sondino, la seconda, nonostante i tentativi, non riuscirà a tenere il bambino che porta in grembo: è troppo tardi.

Però non basta. Non serve a nulla il contorno se la storia principale è tutto e niente, è piena di spunti ma vuota di risposte.

L’unico sviluppo nella vicenda di Ellen è reperibile nella sua scelta di cambiare nome (ribellione alla famiglia?) e nella storia con Luke, un altro personaggio su cui ci sarebbe onestamente molto da dire.

Lui è avvolto da un alone di mistero -perché sta lì, cosa gli è successo, come mai ha sofferto di anoressia?- ma sappiamo che prima della malattia era un ballerino e che ora, dopo soli sei mesi di recovery, sembra più sano del dottore stesso, tanto arzillo da essere quasi esageratamente istrionico (guarda caso, classica condizione psichica che spesso precede o segue un periodo di disturbi alimentari).

Tuttavia, per qualche strana ragione, l’ostentatissimo amore per il cibo di Luke -che somigliava tanto al mio di qualche anno fa- passa, nel film, come ‘sano’.

Beh, vi do una brutta notizia: non lo è. 

Il ragazzo, per quanto carino, simpatico, dolce e assolutamente delizioso, è affetto da una forma di istrionismo spiccata, accompagnata dalla classica ossessione per il mangiar bene, una delle più classiche conseguenze del recovery: è lui stesso ad ammettere di aver passato così tanto tempo a digiuno che ora si trova ad avere una fame tremenda e una carica di energia nucleare.

Okay, ma non è salute nemmeno la sua.

Sembra che questo film dia speranza ma non la dà -nessuno degli amici di Ellen viene mostrato uscirne veramente, sono tutti impantanati sino al midollo in un diverso disturbo alimentare-, e sembra che approfondisca il dolore ma non lo fa -non sappiamo neanche cosa succeda nella mente di quei ragazzi, né chi siano. Ma soprattutto, quello che vediamo NON è dolore vero.

Mi dispiace, pensavo sarei riuscita a trattenermi e a pensare più ai lati positivi (e, come ho già detto, ce ne sono) che non ai negativi, ma è più forte di me: quello non è dolore.

Il dolore dell’anoressia è ciò che sta dentro un grande cuore in un corpo piccolo piccolo, è ciò che grida per uscire, sono i lividi sulle ossa quando ci si siede, sono i polmoni che sembrano scoppiare in una cassa toracica troppo piccola, è la fame di qualcosa che non abbiamo il coraggio di volere, è la frustrazione, sono le mani che strappano i capelli, i denti che mordono i bordi del cestino della spazzatura, il freddo che lacera lo stomaco, la gola gelida e paralizzata, la mancanza degli amici, il ricordo dell’amore, le memorie più belle del passato, l’infanzia mitizzata, la voglia di morte.

Questa è l’anoressia, che cavolo, non un ‘aspergers per le calorie’, né una cena al lume di candela, inventandosi di essere malati terminali di cancro (quella era di cattivo gusto!) sputando nel fazzoletto.

Non che io non abbia sputato nel fazzoletto -eccome se l’ho fatto- ma non è che un dettaglio infinitesimale e trascurabile di cosa sia un disturbo alimentare davvero.

La vita sociale, i balli, la musica, i rapporti, i sentimenti… Non voglio sembrare cinica o estrema, ma non esistono davvero, quando sei anoressica. E se esistono sono rovinati, silenziati, difficili, affranti.

Non posso vedere una compagnia di persone in recovery più intente a ballare e bere che non a guardarsi dentro, mi dispiace.

Non posso vedere la mia malattia ridotta a queste due ore di barlume.

“Viva l’ironia” avevo detto nel video di commento al trailer, però “fino ad un certo punto” avevo aggiunto. Più che altro ‘viva l’ironia se porta a qualcosa di costruttivo’, se minimizza siamo finiti.

Ci sono state due o tre scelte che mi hanno disturbato e un po’ disgustato: il classico dibattito familiare un po’ troppo intriso di luoghi comuni -con tanto di madre lesbica e compagna hippie che più 2017 di così si muore (ovviamente non perché io sia contraria all’omosessualità! sono solo contraria all’accozzaglia di cose buttate lì a caso) e padre quasi incredibilmente assente-, la voglia di scherzare sul conto delle calorie e infine alcuni momenti veramente patetici tra madre e figlia (la scena del biberon… vogliamo parlarne? Era un tentativo di farlo somigliare ad un film di Malick?).

Ma ci sono stati anche momenti costruttivi, quali il primo colloquio con il dottore, i confronti con le compagne di clinica (seppur in parte copiati dal più valido “Ragazze Interrotte”), e il sogno di Ellen.

Non sono bastati, però: non c’è nulla di relatable né realistico nella guarigione così rapida da un dolore così radicato e lungo, nulla di credibile nel non avere una ragione per cui si soffre e nulla di nuovo o eclatante nelle scelte delle storie di contorno, che sono prive di backstory, superficiali.

Senza backstory, senza basi, come facciamo ad entrare nella vita di un personaggio, a sentire con lui/lei, a soffrire con lui/lei?

“To The Bone” è come un viaggio in aereo rispetto ad un viaggio ‘on the road’. Tutto ha un’inizio e una fine, di tutto vediamo la partenza e la meta, ma non conosciamo nulla del percorso.

Ed è il percorso a raccontare il dolore, la gioia, la fatica, la morte, la speranza.

 

TO THE BONE – Fino all’osso | La mia recensione

donne che la moda dimentica

Sono dal parrucchiere e mi hanno appena chiesto se, mentre aspetto il mio turno, voglio leggere una rivista.
No, non ne ho voglia davvero, vorrei rispondere, perché il patinato che viene proposto alle donne, spacciato per contenuto da sogni -in realtà frustrante ostentazione di “vorrei ma non posso”- non mi interessa minimamente più.
E invece , dico, datemi pure qualcosa da sfogliare per passare il tempo: e rotocalco sia.
Pagina 1: una modella lunga e stretta come uno spaghetto occupa un letto di rose indossando un bellissimo paio di scarpe marcate *****.
Pagina 5: una modella stretta e lunga come una linguina siede su un muretto facendo penzolare le gambe sino al prato sottostante, sfoggiando un meraviglioso abito floreale marcato **** ***.
Pagina 30: una famosa attrice magra e minuta tiene al braccio un paio di borse ***** *******.
Pagina 34: un celebre modello palestrato e lucidato da photoshop, la cui metamorfosi in scorpione cartaceo sembra ormai ultimata, si specchia sull’onde del greco mar tenendo fra le braccia un’altrettanto levigata nota indossatrice. A quanto pare pubblicizzano un profumo di ***** ****.
Pagina 261: due note socialites sono intervistate e prese a modello per invitare noi tutte a utilizzare le stesse creme anti-age per la pelle che usano loro.
Piccolo particolare: hanno 25 anni… in due. Ed usano l’app ‘beauty plus’ per rendere la loro pelle così monumentale su instagram.
Pagina 304: una famosa conduttrice americana dalle lunghe gambe bianche e il prosperoso seno pubblicizza uno shampoo per capelli di marca **.

È chiaro: per poter indossare un abito alla moda, per comprare un buono shampoo, per mettere le scarpe di marca eccetera eccetera, o siamo smilze ed alte come le modelle scelte dal brand, o niente.
Niente perché non siamo rappresentate.
La diversità non è rappresentata.
La moda è solo per un tipo di corpo, non possiamo raccontarci il contrario.
“Eh ma ci sono anche le modelle plus size!” qualcuno può obiettare. Eh sì, certo, ci sono le modelle plus size, ovvero le ragazze levigate che indossano una taglia (italiana) 40 al posto di una 34 e che vengono relegate a pubblicizzare brand nettamente inferiori a quelli destinati alle altre.
Ma se la gran parte delle donne non portasse una taglia 40? Se portassero una 44, una 46, una 42, una 50? Avrebbero comunque il diritto di essere rappresentate? Avrebbero comunque il diritto di indossare la borsa di ***** ******* o i jeans di *****?

Sfoglio le riviste con gli occhi di una ragazza che ha sofferto di anoressia, ma anche con quelli di una donna che di natura porta una 40-42, io in qualche modo sono “salva”.
Ma se le sfogliassi con gli occhi di chi indossa 10 taglie in più? Di chi ha una forma fisica diversa?
Salve o non salve che siamo, veniamo scoraggiate. Scoraggiate ad amarci.
Veniamo scoraggiate a valorizzare il nostro corpo per com’è, scoraggiate ad accettarci, ed incoraggiate invece a odiarlo e volerlo cambiare.
Andiamo in palestra perché lo odiamo, perché lo vogliamo modificare, non perché gli vogliamo bene e vogliamo tenerlo attivo. BALLE.

E poi non siamo rappresentate. Solo una minima parte di noi gode di cotanto onore, solo una minima percentuale si sente rappresentata nella moda, nel cinema, nella televisione.
E il resto? Il resto a cosa può sentirsi vicino? A chi?
Per le ragazze senza thigh gap è previsto per caso un rotocalco diverso, è stata creata una corsia preferenziale in autostrada?
Per chi non ha le gambe lunghe, il seno prosperoso, i denti perfetti e i capelli risciacquati con acqua di photoshop che cosa c’è?

Continuo a sfogliare la rivista e penso ad alcune mie amiche: nessuna di loro si sentirebbe mai rappresentata da alcuna di queste 309 pagine.
Penso alla me di 20 chili fa, che si sentiva al sicuro perché nessuna di queste indossatrici la faceva sentire inadeguata, e poi alla me di ora… che se ne frega bellamente.

E mi chiedo quanto ancora andrà avanti questa manipolazione, quanto ci vorrà prima che un bel runway riot arrivi anche qui, quanto manchi alla rivoluzione.

donne che la moda dimentica

sparatoria in albergo

La verità è che non siamo mai pronti, mai proprio per nulla, a nulla.
Né alla morte, né alla vita.
Tutto scoppia un po’ all’improvviso, tutto esplode senza avvisare, tutto arriva senza lasciare un messaggio di annuncio.
Avete presente quando ci si presenta alla reception di un hotel, si lascia giù il nome e si aspetta di esser accompagnati in camera?
Ecco, l’anoressia non fa mica così.
Mica gliene frega niente a lei di annunciarsi, né aspetta di essere accompagnata in stanza.
Figurarsi.
Lei arriva e si piazza in reception, tira fuori le pistole come un rapinatore e blocca tutti lì, in entrata, a mani in alto.
Non spara a tutti, ma comunque a più persone possibile, così da avere via libera per salire su nella stanza più grande e più bella dell’hotel, piazzarsi sul letto e fare la pipì in giro, come i più infami ladri.
E non gliene frega nulla della stanza in sé, solo che vuole fare un dispetto al proprietario e rovinare le cose migliori che ci sono nel palazzo.
Questo è più o meno quanto ho da dire sull’anoressia, questa è lei.
Io ero il proprietario, l’albergo era il mio corpo e la gente con cui se l’è presa erano le persone che amavo e che la malattia mi ha strappato via; le scale che ha sporcato di sangue e calpestato senza pietà erano i miei sogni e i miei ricordi, mentre la stanza padronale il mio cuore.
Non l’avevo invitata proprio per niente, mi stavo divertendo in quel momento io.
Me la stavo godendo davvero.
E non aspettavo nessun ospite in più.

sparatoria in albergo

il mito inesistente del bikini body

Quante volte ci hanno detto che dovevamo cambiare qualcosa del nostro corpo?
Con tutte le volte che mi sono sentita dire qualcosa dai giornali, a quest’ora dovrei essere un pezzo di plastica ambulante, o sepolta sotto una montagna di stracci coprenti.
E invece sono ancora qui, e mi ostino ancora a mettere il costume, anche se le mie cosce si toccano e il mio sedere è in fuori.
Qualcuno ci ha insegnato che il corpo che abbiamo -così com’è- non merita il costume, non merita di passeggiare sulla spiaggia e non merita i gelati al chiosco, perché noi non possiamo permetterci l’estate.
Da maggio a settembre veniamo letteralmente martellati da quelli che sono gli articoli e gli spot “salvavita”, affinché oltre a tutte le difficoltà già esistenti della nostra vita, ci preoccupiamo anche di uniformarci ad un solo tipo di fisico -quello che qualcuno un giorno si alzò e decise che era l’unico a poter indossare il bikini- per poterci permettere le giornate al mare, altrimenti niente.
Le riviste dedicate al pubblico femminile non fanno che calpestare qualsiasi forma di self confidence potessimo avere prima (se ne avevamo), sbattendoci in faccia una dieta last minute come fosse l’unica condizione a cui mettere il costume; il tutto condito con fotografie di snellissime modelle a loro volta ritoccate.
Se persino chi va in palestra quotidianamente per mestiere, chi mangia come un uccellino, chi è ultramagro di natura viene ritoccato prima di poter essere il volto dell’articolo di turno sul “bikini body” come pensiamo di poter essere mai giusti, stando a quei canoni?
Se pure Gigi Hadid viene photoshoppata, significa che neanche lei di suo avrebbe un “bikini body”, giusto?
Ma tutto questo non vi fa schifo?
Perché mai le donne devono sottoporsi a questo tipo di stress fisico, a quest’idiotissima ansia da prestazione addirittura quando devono andare al mare, dove teoricamente ci si dovrebbe rilassare? E perché le riviste di intrattenimento sembra siano solo atte a svalutare e ad indurci all’autosvalutazione? Perché la stampa ed i media sono sempre così denigratori verso il pubblico femminile? Perché le donne imparano ad odiare il loro corpo e a doverlo cambiare per potersi amare? Perché le donne – e anche gli uomini, comunque- non valgono  per il loro talento e la loro personalità? Perché la bellezza è solo un certo tipo di corpo X che nemmeno esiste? 
Ormai sembra che indossare un bikini sia diventata un’impresa: te lo devi conquistare ‘sto pezzo di stoffa, te lo devi sudare, te lo devi guadagnare con la palestra, con la dieta, con le creme.
Passiamo tutto l’anno a prepararci all’estate, tutto l’anno a fare ginnastica, a non ordinare il dessert, a mangiare 60 grammi di pasta una volta a settimana, a fare jogging nelle ore di pausa, a tenere gli addominali contratti, e poi non ce la possiamo mai permettere questa dannatissima stagione.
Non ci possiamo mai permettere il costume semplicemente perché qualcuno ha deciso chi può e chi non può farlo, perché qualcuno ha deciso chi ci sta bene e chi sembra un sacco di patate.
E comunque Marilyn Monroe stava bene anche con addosso un sacco di patate.

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Alla fine l’estate arriva, e sembra che il costume possa metterselo solo Elle Macpherson, a patto però che sia photoshoppata, oppure Kendall Jenner, ma solo se gira con la pelle lucidata delle immagini pubblicitarie.
Quindi non può metterselo nessuno.
Oppure possiamo mettercelo tutti.

“Il perfetto bikini body”: se ne legge sempre molto in giro, sembra si parli del sacro graal, ma in realtà si tratta semplicemente di una persona con addosso il costume che più le piace, un sorriso in faccia, e la bellezza della pelle che abita, che se fossero tutte uguali non ci sarebbe bellezza.

È davvero tutto qui.

il mito inesistente del bikini body

dieci lettere

“Potrebbero tornarti, come no… Potresti avere danneggiato qualcosa dentro per sempre, potresti non poter avere figli in futuro, o fare comunque molta fatica”. Ricordo bene le parole della ginecologa. Non nascondo che lì per lì pensai quasi “okay, vabbè, nulla di grave”, ma una volta uscita, con un po’ di vento che mi passava tra i capelli, salita in auto, mi si spezzò qualcosa dentro, come un pezzo di anima, un pezzo di vita, quel pezzo di gioventù in cui, quasi come tutte le ragazze, mi immaginavo come sarebbe stato avere dei bambini miei, chissà, magari, un giorno.. Credo mi si siano spezzati dei sogni, dei pensieri, delle idee sciocche su cui avevo preso sonno da ragazzina, “se mai avrò dei bambini miei..”, cose così.

A 17-18 anni c’è chi fa l’amore, c’è chi compra preservativi, c’è chi si preoccupa dei ritardi mestruali, e poi ci sono io: io conto le calorie; non ho le mestruazioni, io sono libera da quella zavorra, io sono come una bambina. Come da bambina le mie gambe, le mie braccia, la mia pancia un po’ gonfia, i miei occhi grandi grandi, le mani minuscole, le ovaie. Mi sembrava di essere tornata alla scuola materna, alla scuola elementare. E sì che ricordo bene il primo giorno che mi è venuto il ciclo, al compleanno di un amico, il primo giugno, verso la fine della seconda media. L’odiavo, come tutte le ragazzine lo odiano, ma ci avevo fatto l’abitudine. E poi vabbè, sappiamo come va quando perdi 20 chili, no? Lui se ne va, non c’è più bisogno di lui, non sei più una ragazza, sei una bambina, puoi tornare a letto con la mamma e a comprare da vestire da “Vietato ai maggiori”, perché no?

Però è un po’ strano, poi, quando sei una donna nel corpo di una bimba; ad un tratto diventa troppo strano, troppo sbagliato. Strana la natura: quando ho recuperato il peso perduto, ormai due anni fa, le mestruazioni erano ancora un’utopia.

Non ci pensi mai, quando ogni mese ti vengono… Anzi, forse pensi che siano una scocciatura, che sarebbe bello non averle, al diavolo prendersi incinte, al diavolo la pillola, al diavolo tutto! Sì, al diavolo.

Ma non averle più è diverso. C’è qualcosa di diverso nel passare tra gli scaffali del supermercato senza dover comprare gli assorbenti, c’è qualcosa di strano nel sentire le tue amiche lamentarsi del tampax quando tu non ricordi neanche quando è stata l’ultima volta che l’hai usato, c’è qualcosa di martellante nelle pubblicità dei lines seta ultra se non ti serviranno forse mai più, c’è qualcosa anche di profondamente triste. Una malinconia di fondo.

Le mestruazioni mi sono tornate il 6 aprile del 2016.

Quel giorno ho pianto di gioia. E non perché voglia una famiglia per forza o perché prima mi sentissi meno donna, ma perché un’altra delle tante cose che la malattia mi aveva tolto era tornata a me. Come in una gara, come in una partita di scacchi, le ho dato un colpo bello forte, l’ho buttata parecchio aldilà della mia zona.

Se ve lo state chiedendo, sì, ora maledico di nuovo quella volta al mese in cui mi viene il ciclo.

____

Non riesco a ricordare come fosse la mia vita da anoressica.

C’era sempre uno yogurt (“magro però, magro!”) che mi aspettava la mattina, ma penso che tra novembre 2012 e marzo 2013 ne avrò mangiato si e no uno e mezzo: gli altri li ho buttati via, rimessi in frigo, versati nel water o nel lavandino, rifiutati esplicitamente in quanto acidi.
A scuola la merenda non esisteva più: leggevo un bel libro (ammetto di averne letti di magnifici quell’anno, comunque) a ricreazione, al posto di di ingoiare qualsiasi cosa; più avanti ho iniziato a succhiare qualche caramella Ricola, più avanti ancora -solo sotto i 46 chili- tutte le caramelle e gomme in generale.
Il pranzo lo ricordo poco: il più delle volte, se trovavo carboidrati sul mio piatto, finivano direttamente per terra o per aria, il resto lo mangiavo (considerando che sono vegetariana e lo ero anche allora, ricordo che i nonni compravano tonnellate di roba di soia, seitan, legumi, verdure, fibre, tutto) più o meno senza problemi: potendo però, prediligevo riempirmi di verdura, gonfiarmi la pancia e piluccare un po’ di formaggio o fagioli.
Per ogni oliva che mangiavo a pranzo, calcolavo mini parti di cena da togliere.
La cena era semplicemente sempre uguale ma tutto sommato saziante e quasi ‘normale’: un sacco di insalata con un etto e mezzo di ricotta di contorno e tre cracker che facevo durare un’eternità.
Ovviamente in base alle olive che mangiavo a pranzo.
Ogni tanto, quando mi sentivo morire, qualche mela verde, giusto per non sentirmi troppo ligia.

Vita da anoressica.

A qualcuno dà fastidio questa parola, come stessi scrivendo assassina, criminale, malvagia, ma in realtà sto solo scrivendo il termine giusto con cui chiamare quella cosa che ti uccide dentro, e che fa sì che il dentro -affamatissimo- si mangi il fuori di te. E per tutta la durata di questo articolo continuerò ad utilizzare queste 10 lettere, perché le ho percepite scritte, bisbigliate, pronunciate chiaramente riferite a me molte volte: non è offensivo, è il nome della malattia. È solo il nome che mi ha preceduto per oltre mille giorni di vita, non potrei mai dimenticarlo, la mia etichetta per così tanto tempo.

Vita da anoressica | deep blue sea:

Ci sono le posate normali, quelle che usiamo tutti, e poi ci sono quelle che uso io, quelle da anoressica, quelle più piccole, per poter fare i bocconi più piccoli e far durare di più il piatto, quelle che di solito usano i bambini: magicamente riuscivo a saziarmi, riuscivo a metterci 40 minuti per finire un piatto di fagioli e zucchine. Ho usato quelle posate per lungo, lungo tempo, anche una volta raggiunto il normopeso: facevo fatica ad utilizzare la stessa forchetta che usavano gli altri.

Ci sono ragazze pelose, ragazze glabre, ragazze che si depilano da sole, altre che vanno dall’estetista: io sono anoressica e non posso depilarmi, perché le ascelle sono così scavate e concave che la lametta non ci entra dentro, quindi non ci posso fare niente. Vabbè che i peli sotto le ascelle mi piacciono, però sì, ecco, non me li potrei togliere, nel caso volessi.

Andava così.

Ci sono ragazzi che amano le feste, ragazzi che amano le cene, ragazzi che amano entrambe le cose, ragazzi che vanno al cinema e sgranocchiano rumorosamente i popcorn, ragazzi che si alzano la notte per fare uno spuntino casuale, con scioltezza, e poi ci sono io, l’anoressica: niente feste -c’è cibo! e poi si balla, non posso ballare, non ne ho le forze, né la voglia, tanto con chi ballo?- niente cene -ci mancherebbe!-, al cinema sì, okay, ma solo dove non si mangia, sennò mi viene quel senso di nervoso, quello scatto d’ira tipico di chi vorrebbe ma non può.. “Però erano buoni i popcorn, me li ricordo… Ma no no, non pensiamoci, l’importante è essere forte, l’importante è diventare inscalfibile dentro e fuori, così non rischio più di soffrire. Mai più.”

Un po’ stoica, la mia vita da anoressica.

Ci sono le gite scolastiche e le ragazze che non vedono l’ora di partire per dividere la camera con le amiche, e poi ci sono io, l’anoressica che non può andare in gita, non può mangiare cose diverse da ciò che ha pianificato, non può permettersi di volerlo e si sente di troppo in camera con chi ha voglia di divertirsi. Vi giuro, mi piacerebbe andare in gita, lo so dentro di me. Perché dovrei perdermi un momento fondamentale della mia vita da liceale, da studentessa? Perché sono anoressica, non sono una ragazzina, sono per me stessa e per gli altri un problema.

E invece no, non ero un problema, avevo un problema. E se lo avessi capito prima sarebbe stato diverso. E no, non è giusto non potersi divertire a 17 anni. Non è giusto neanche a 50, figurarsi a 17: il tempo non torna più indietro, poi.

È che l’anoressica non ha voglia di divertirsi nemmeno un po’, o meglio, ne ha eccome di voglia, ma non sa più come si fa, ha dimenticato come ci si svaga così come ha dimenticato come si mangia. Ci prova, per carità, ci prova a ridere, a confidarsi, ad ascoltare, a uscire.. Ma non sa sognare, quindi non è in grado neppure di essere piacevole per chi le sta intorno: si è dimenticata come si sogna, al momento. È un po’ fuori allenamento, può capitare.

C’è chi ama ballare, chi ama disegnare, chi ama i film, chi ama la musica e poi ci sono io, la ragazza anoressica: mi piaceva fare tutte queste cose prima che succedesse. Avevo interi album con schizzi -non ero bravissima, ma appassionata-, collezioni di DVD, passione sfrenata per gli attori ed un film preferito -“Brokeback Mountain”– e per i Beatles, per esempio. Mmm beh, è un po’ difficile stare al passo con tutto ciò che ami e tenere a mente la tua personalità quando sei così impegnato a contare le calorie e a studiare come bruciarle al meglio entro le 10 di sera. Non c’è tempo per il superfluo, quindi via l’arte, via gli hobby, via anche gli amici, tanto non riescono a capirmi, non riesco a uscire con loro, non riesco a fare nessuna delle cose normali che facevo prima.

Perché infine, sì… Ci sono gli amici, ci sono gli amanti, ci sono le famiglie, ci sono gli incontri, e poi ci sono io, l’anoressica appartata. Non so se sia più per scelta mia o altrui, direi che è una cosa che si fa insieme: io non posso più dare le cose che davo prima, a partire da me stessa, gli altri non possono più frequentarmi, non sanno più come prendermi. E ci sono quei fessacchioni dei ragazzi a cui piaccio: I couldn’t care less. Non mi importa di nessuno di voi: siete buoni, siete belli, siete bravi, ma non siete per me, per niente per me. Decido io cosa e chi eccita la mia curiosità e credetemi non voglio e non posso amarvi a comando, non amo neanche me stessa.  Arrivederci. 

C’è anche chi ama stare sui siti di cucina, imparare ricette, provarle, assaggiare, spermentare: io invece amo passare ore su google immagini o su we heart it, per salvarmi le foto di tutti i dolci più calorici al mondo, di pizze filanti, di lasagne ai funghi, di gelati enormi, di patate ripiene. Passo così tutta la notte, come tante altre ragazze anoressiche. Siamo anoressiche quindi non possiamo toccare tutto ciò, come non si possono toccare le sculture al museo. E come le opere del Bernini, questi piatti si possono guardare adoranti per venti minuti, ma non si possono sfiorare.

Bastava il pensiero, il profumo, il ricordo. A volte mi saziava.

E poi ho sempre un cazzo di freddo: sento il gelo perforarmi le ossa e farmi a brandelli. Mi bruciano gli occhi: lacrimano lacrime violacee. Ho sonno, sono stanca. Ho fame, ma non mi ricordo più come si mangia

È che io sono anoressica, e non sono più una ragazzina innocente e pura come le altre, perché sono sporca di colpa: colpa verso chi amo, colpa verso chi tratto male, colpa verso mia madre e il suo amore per me, colpa per le menzogne che le ho detto sul peso, colpa per non saper spiegare, colpa per non saper sorridere, colpa per non essere gentile, colpa per non essere bella come dovrei essere, intelligente come dovrei essere, colpa per non avere più una dignità, colpa per essere senza paura, colpa per il coraggio di uccidermi, colpa per i pensieri distruttivi verso me stessa, colpa in tutti i sensi, colpa e basta.

Sentivo la colpa verso tutti: chi avevo amato male, chi avevo amato troppo, chi non avevo amato mai, coloro a cui mentivo, coloro ai quali non potevo più raccontarmi, coloro che non mi raccontavano più, verso il pane che non toccavo mai e che morivo dalla voglia di sbranare, verso il mio corpo a cui riservavo il peggior trattamento: ero divorata dalla colpa. Come se fossi a mollo nella colpa. Nelle sabbie mobili della colpa.

Vita da ortoressica | il mio passaggio obbligato dopo il buco nero:

“Alla fine hai scelto la vita” mi han detto, e “no” rispondevo, “è la morte che non ha voluto me”.

Mangiare è casuale: oggi ho voglia di X, domani avrò voglia di Y, un giorno avrò voglia di W, giusto? No, l’anoressica ha voglia di cose prestabilite nei giorni prestabiliti, senza sgarri. Siccome le uova le mangio solo al venerdì, io non posso pensare che qualcuno a casa le voglia fare anche il sabato. Se mi invitate a cena fuori il venerdì sera, io non posso mangiare la frittata, perché ho mangiato le uova oggi a pranzo. Come posso mangiare tre o quattro uova in una giornata? Come posso mangiare tutte queste proteine dello stesso tipo, come stona! No, non posso. Possiamo rimandare la cena? Possiamo mangiare qualcos’altro? Però non troppe proteine perché ho mangiato le uova a pranzo. Oppure sai che faccio? Per mezzogiorno mi faccio una minestra di asparagi, per cena sono libera di mangiare ciò che voglio! Ottimo. Ah no, accidenti, sarò fuori a cena anche domani, no allora no… Non posso, devo decidere dove andare. Ok, calma, calma: ora mi faccio il calendario alimentare mensile.

Non è uno scherzo, durante o appena dopo la malattia le cose sono così: c’è il calendario -non per tutti, per molti però sì, per me c’era- con i giorni, i pasti, le quantità, la varietà. Se stai guarendo concediti il giorno libero! dice una vocina, ma non dimenticare di restringere il giorno prima! dice un’altra vocina ben più forte. Okay, dunque il venerdì esco a cena, il giovedì ceno con solo carote e zucchine… Sono troppo poco forse? Okay, allora tante carote e tante zucchine e poi tisana. Ecco, okay, così ci sta. Ah, ed ovviamente con le posatine piccoline, non si sa mai.

E poi arriva la vita, ma la vita non si può spiegare con la stessa facilità della morte, quindi non serve raccontarla.

Post scriptum: no, questo post non nasce per sete di views, il fatto è che tengo molto a farvi conoscere una malattia di si parla sempre molto ma in modo spesso troppo generico, perdendo il punto, puntando troppo sul ruolo del corpo. Questi post nascono perché chi ne soffre si senta meno solo, e chi è loro vicino possa forse capire di più.

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dieci lettere

specchi, pulsione di morte ed ansia di vita

Adoravo specchiarmi: mi sembrava che finalmente le gambe fossero al posto giusto, della giusta dimensione, della giusta proporzione: che meraviglia, le cosce non hanno un filo di ciccia di troppo, non c’è un frammento di pelle fuori posto, e i polpacci -il mio vecchio incubo!- guarda come sono snelli, lunghi, sottili. Complimenti, Carmen! “Hai gambe perfette”, “sei magrissima, wow!”, “quanto sei bella, potresti fare la modella!”, “caspita, ma mangi? Passami la tua dieta”: quando ti senti dire così dalle amiche e conoscenti, quando anche chi non ti parlava mai finalmente ti nota, ti guarda, ti avvicina, ti scruta con invidia le gambe e la pancia piatta, è difficile rendersi conto del paradosso. Quando l’anoressia ti procura ammirazione, ragazzi che si affannano per il tuo numero, nuove amiche -in poche parole, self confidence- è difficile realizzare quanto tutto questo sia solo l’inganno della malattia: ti irretisce con senso di potere, falsi miti di magrezza, di purezza, di bellezza, ti regala amici e ammiratori, ti fa sentire di desiderare un book fotografico al giorno, vestiti nuovi, ti rende leggera, energica, attiva, iper-attiva, ordinata, ambiziosa, di successo… Dove sta la fregatura allora? La fregatura arriva, arriva sempre pure lei, non aspetta altro che trovarti e prenderti per mano, farti lo sgambetto e lasciarti andare giù. La fregatura è lo specchio -un giorno ti alzi e non ti piaci più, sei troppo grassa, devi dimagrire ancora, oppure sei magra ma non vai comunque bene-, è l’amica/o che non ti invita più fuori -perché tu non sai più divertirti, non mangi, non hai forze, non hai energie, non balli, non brilli, non ridi-, è il ragazzo che amavi tanto -seppure ora tu sembri una fotomodella XXS questo non ha cambiato il fatto che non gli piaci più di quanto gli/non gli piacessi prima, sei tu, sei sempre tu, solo che sei senza quell’autostima e quella personalità che ti rendeva unica-, è l’anoressica più anoressica di te -ebbene sì, qualcuno ti batte… Ti batteranno sempre, neanche in magrezza sei unica-, è l’odore delle brioches dei tuoi vicini -mentre tu piangi la fame, il senso di colpa e il dolore con litri di caffè nero e una mela verde-, sei tu. Sei tu, sei anche tu la tua fregatura: sei magra, sei studiosa e zelante, produttiva e seria, onesta e razionale, ma sei sola. E “sola” è soltanto una delle tante cose che sei: sei anche insoddisfatta, sei stanca, sei triste, sei incompresa, sei affamata. Affamata di cibo, di acqua, d’affetto, d’amore, di vita.

In realtà no: odiavo specchiarmi. Odiavo specchiarmi perché vedevo tutto ciò che credevo di avere ma non avevo più: gli amici, qualcosa per cui emozionarmi, una risata scoppiettante, la vita.
E odiavo i complimenti, odiavo sentirmi dire che avevo un corpo perfetto e che avrei potuto fare la modella: mi infastidiva, mi innervosiva e faceva sì che le mie aspettative su me stessa salissero sempre più, con la paura di prendere peso e deludere così me in primis e tutti coloro che mi riempivano di ammirazione poi.
E di tutti gli ‘amici’ che mi ha procurato (volutamente virgolettati) non m’importa, non m’importava nemmeno allora, era solo un modo per non rimanere sola, a me mancavano quelli di prima. Non dico di non aver voluto del bene alle persone che ho frequentato, ma cerco di esprimere a parole, in questo articolo, che chi non ama sé stesso non sarà mai in grado di amare gli altri, chi non crede in sé stesso non sarà mai né affidabile né fiducioso verso gli altri.
[Sul perché non amassi me stessa preferisco sorvolare in questo momento, giusto per focalizzarmi su altri temi]
Per quanto riguarda i ragazzi che volevano il mio numero e si complimentavano per il mio fisico da runway, mi sono serviti molto a dividere persone con cervello da persone senza, a dividere persone profonde da persone idiote, a dividere persone potenzialmente interessanti da persone superficiali: quale uomo si sente attratto da te nel momento in cui raggiungi il limite dell’anoressia clinica, il punto del ricovero? Che valore intrinseco può avere una persona arrapata dal dolore? Scusate la durezza, ma ho incontrato davvero gente dalla più dubbia profondità di anima, grazie alla malattia.
Ciò non toglie che ci siano stati rapporti costruttivi e positivi con belle persone anche in quel periodo, ma purtroppo o per fortuna tendo inevitabilmente a relegare la mia vita del tempo ad un buco nero e ricordo chi mi è stato vicino un po’ come una lampadina in una stanza buia, qualcosa a cui ti puoi avvicinare per vederci più chiaramente.
Per quel che riguarda le fotografie, e la dose disumana di selfie che mi sparavo quotidianamente, ad ogni selfie corrispondeva un’ora di traballante self confidence, una sensazione di essere bellissima -lo ammetto- condita dal pungiglione dell’insicurezza: se ti senti sola dentro, non importa quanti amici tu abbia, quanto ti stia bene la minigonna, quante foto possa farti risultando flawless in tutte le angolazioni, sei sempre sola, non scappi da te stessa.

Ad oggi, però, quelle sofferenze sono lontane, l’illusione che i problemi personali fossero problemi del corpo è lontana, lo sfogo del dolore sul fisico è lontano.
Solo una cosa è rimasta: i giudizi che possono essere stati dati su di me, le critiche che ho sentito sussurrare nei miei confronti da parte di chi pensava stessi facendo vanitosa di turno, le incomprensioni da parte di chi non ha voluto capire ed ha preferito giudicare mi hanno ferito. E mi feriscono ancora. E mi feriranno sempre.
Perché, oltre alle tante persone che colgono la sofferenza, ce ne sono molte che la confondono per superficialità, che la deridono, che la sottovalutano, che la aborrono; ci sono persone che hanno schifo per il tuo corpo, persone che lo invidiano (si, anche quelle), persone che semplicemente non vogliono capirti. Non ti capiscono e non vogliono capire, né chi sei, né come sei, né perché lo sei.
Ho sofferto il giudizio, l’abbandono, la derisione e la cattiveria da parte di persone a cui ho voluto ed ancora voglio bene, ho sofferto per colpa dell’ignoranza, della chiusura mentale, della pochezza e della scarsa empatia, perché non c’è niente di peggio di non sentirti più amato ed accettato dal tuo stesso ambiente, dall’ambiente che consideri casa (che non è necessariamente la tua famiglia, ma tutto ciò che chiami casa).

Dedico questo post a chi sta vicino ai malati di DCA, piuttosto che ai malati stessi, che non vorranno neanche sentire parlare di amarsi e di worshippare il proprio corpo fino a che non avranno sciolto il nodo dentro di loro.
State vicini a chi soffre, non abbiate paura del loro gridare silenzioso, buttatevi a capofitto in un legame reale, fategli vedere la bellezza dentro loro stessi, siate il loro specchio più dolce, prendeteli per mano anche quando non vogliono -in realtà tutti lo vogliono, anche quando non lo sanno- e non fatevi mai intimorire dalla loro pulsione di morte: è solo ansia di vita.

C.

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specchi, pulsione di morte ed ansia di vita