miti femminili, archetipi maschili ed altre disgrazie

Finché siamo bambini, tutti siamo uguali… Più o meno.

Certo, le bambine che giocano con le macchinine e vestono di azzurro sono al limite chiamate maschiacci, in accezione ovviamente positiva, quasi come dire tipe dure, strong, forti, cool, mentre i bambini che per caso si avvicinano alle barbie o vestono di rosa diventano automaticamente femminucce (in tono dispregiativo), checche, potenziali omossessuali (come volesse dire potenziali omicidi) eccetera eccetera eccetera. Mentre le prime sono apprezzate e spinte a continuare a portare avanti la loro originalità, ai secondi vengono spesso -per così dire- legate le mani (“devo portare mio figlio dallo psicologo infantile, è troppo attratto dai giochi femminili”).

Essere chiamato femminuccia non è certo come essere chiamata maschiaccio: è vergognoso, negativo, umiliante… Quindi ecco giungere per la prima volta un po’ di quella sana misoginia (atta a frustrare i maschi, più che altro, però) che piace tanto alla nostra società.

E se la colpa fosse nostra, della nostra educazione che ci insegna a dividere cose femminili da cose maschili e di conseguenza a scaricare le frustrazioni derivanti dai nostri retaggi culturali su noi stessi e sugli altri? E se la colpa non fosse delle scelte altrui ma dell’esistenza delle opzioni stesse?

Crescendo, con l’arrivo di seno e mestruazioni per le ragazze, veniamo divisi, con i maschi da una parte e le femmine dall’altra, e ci viene insegnato che oltre a non dovere vederci nudi, a non cambiarci insieme, a non usare lo stesso bagno, a non parlare delle stesse cose, a non avere lo stesso comportamento di fronte alle cose della vita: è bene che le ragazzine siano pudiche, a modo, che mangino meno (“poi t’ingrassi!”) e che non parlino dei loro desideri naturali (sesso, in primis), piuttosto che li nascondano sotto un mare di insicurezze o casomai di strati di sentimentalismi, così da rendere il tutto più legittimo ed edulcorato; d’altro canto, i ragazzini maschi invece sono invitati a parlare più apertamente di sesso e delle loro attività (una ragazza con tanti ragazzi non sortisce lo stesso effetto di un ragazzo con tante ragazze: la prima è poco di buono, il secondo è un bel Casanova), a farsi meno problemi per quel che riguarda il loro aspetto o il loro appetito ed a vivere più tranquillamente la propria immagine.

I maschi si masturbano, guardano i porno e vogliono fare sesso… Le femmine no? Oppure lo possono fare solo di nascosto? I maschi mangiano quanto gli va e non sono mai fermati da nessuno (circa, poi ci son casi e casi), le femmine no? Oppure poi si trovano a sviluppare cattivi rapporti con il cibo in maggioranza rispetto agli uomini? Le femmine fanno shopping e sono più leggere, i maschi no? Oppure se lo fanno non te lo dicono? Le femmine si innamorano e piangono per amore, i maschi no? Oppure non ne hanno il diritto quindi se lo fanno se ne vergognano? E dove mettiamo sentimenti e creatività? Perché un ragazzo con inclinazioni artistiche o diverse dal comune è bollato come “effeminato” (come se questa fosse una brutta parola, poi!) e giudicato, additato, oppresso? E perché una ragazza a cui piaccia parlare della propria vita sessuale è una “scostumata”? Ma dove viviamo? Ma chi siamo? Perché siamo i detrattori di noi stessi?

Tuttavia, così come in infanzia la femminuccia è un bambino “sbagliato”, in adolscenza, quello che non prende iniziative, non fa il “maschio” di turno e non si fa dieci ragazze all’anno è lo “sfigato” della situazione… La buona notizia? Non è vero.

Da ragazzi ci facciamo un mare di problemi -maschi e femmine- di non essere abbastanza belli/e, interessanti/e, intraprendenti/e, sicuri/e di noi, eccetera: magari non lo siamo davvero, e quindi? SO WHAT? Alla fine a qualcuno piaceremo sempre, e per quello che siamo, non per quello che non siamo. MAI per quello che non siamo. Non sono mai stata attratta da qualcuno per quello che volevo fosse, ma casomai per quello che era, che quindi era abbastanza. Non ci innamoriamo dell’idea di qualcuno, ci innamoriamo di quello che vediamo in qualcuno, che è automaticamente ciò che quella persona è per noi… Del resto, non siamo tutti relativi? Non siamo tutti diversi a seconda di con chi siamo, di che passato o che presente abbiamo con qualcuno e di quanto ci piaccia o non piaccia una persona? Non siamo tutti diversi a seconda delle situazioni?

E in età adulta le cose continuano sulla falsa riga di prima: sulle donne si cala il solito velo di pudicizia che è stato cucito su di loro senza che sia veramente sentito (e così siamo frustrate: non possiamo esprimere i nostri desideri, liberare i nostri istinti, mangiare come gli uomini, vivere il sesso come loro), seguito dalla classica inclinazione a quel galateo femminile che ci impone educazione smodata, moderazione, rifiuto di tutto ciò che supera una certa soglia (no ai due piatti di pasta, no a più di una taglia 42 o diventiamo grasse e quindi brutte, e molto, molto altro); sugli uomini scende l’onere delle mille aspettative e dei doveri nei confronti della loro fantomatica virilità (che in realtà non basta e a volte non serve a far di loro “uomini”) e delle donne, a cui sentono (perché hanno imparato così!) di dover sempre dimostrare qualcosa, dall’intraprendenza alla forza.

A me non interessa. Non mi interessa un uomo che faccia il classico maschio per essere al pari di quelle che dovrebbero essere le mie aspettative di donna, proprio perché forse io stessa non starei alle aspettative di un uomo. Mi spiego meglio.

Noi ragazze in letteratura e cinema -arte- siamo dipinte solitamente come pudiche e bellissime, sante vergini e peccatrici al tempo stesso, misteriose ma anche semplici, sognatrici ma poi razionali e tante altre cose. Dai media non siamo direttamente rappresentate: se l’arte rirae l’archetipo femminile -inventato sì, ma quasi credibile-, i media e il mondo di photoshop + instagram inventano una donna completamente falsa: magra ma con tette spaziali e lato B a pesca perfetta, in pose svenevoli, sguardi sfuggevoli, eccetera.

Gli uomini, d’altro canto, dovrebbero essere tutti Mr. Darcy, Mr. Rochester ed il resto della ghenga: mi spiace darvi una brutta notizia, ma non è così e non sarà mai così. Vogliamo un uomo forte, deciso, impetuoso, abile, guerriero, coraggioso, senza pensare che non è uno solo, ma sono tanti… E non possiamo averli tutti. Ma neanche li vorrei mai tutti.  Perché dovremmo volere un archetipo? Perché non ci innamoriamo delle persone e non dimentichiamo gli archetipi?

Io non taglio i peli sotto le ascelle per 9/10 dell’anno (a meno che non abbia spettacoli di danza o cose simili) perché mi piacciono, hanno fascino, e non porto il reggiseno spessissimo e volentieri perché mi è scomodo, faccio il bis e dò apertamente opinioni su cose serie o stupide. Non riesco più a nascondermi, autodenigrarmi e reprimermi. Questo non significa che io vada in giro a caccia di uomini a caso o me ne freghi del mio aspetto: non vado a letto con qualcuno se non provo delle cose forti (attrazione sotto più livelli, affetto, fiducia) e amo curarmi e truccarmi e comprarmi da vestire quando è il momento di farlo -non sempre ahah, chissenefrega.

Le donne quindi si fustigano ed auto-flagellano sotto ogni aspetto, mentre gli uomini sono invitati a spingersi oltre i propri limiti ed a mostrare bravery. Ma che cazzate!

Alla fine della fiera, siamo come siamo, e siamo molto cool così come siamo, perché siamo tutti diversi e ci piacciono persone diverse e cose diverse. Alla fine della fiera nessuno controlla gli addominali al ragazzo o la taglia di reggiseno alla raggazza, nessuno ha interesse per le persone con cui sei stato prima e per quanta esperienza hai, se piaci.. piaci. Stop. Ma ci piace riempirci la bocca di cazzate e far sembrare sia così, lasciar trapelare una specie di facciata di un certo tipo e farci belli così, con le idee.. Che non abbiamo.

Perché la verità è che il retaggio culturale / religioso (specialmente occidentale) si fa parecchio sentire, e l’idea standard della donna zitta e l’uomo impetuoso ci possiede apparentemente, ma non veramente. Alla fine non cerchiamo niente negli altri, cerchiamo solo gli altri, e davvero per quello che sono. Ché andiamo tutti benissimo così.

CHE NOIA GLI ARCHETIPI!

Video:

 

miti femminili, archetipi maschili ed altre disgrazie

Lasciamo che i media ci imbottiscano la testa di influenze su come il nostro corpo dovrebbe essere secondo qualcuno al di sopra (chi?, poi…), ci facciamo dire cosa mangiare, come mangiare, quanto mangiare per poterci permettere un costume da bagno, ci facciamo raccontare la storia dell’orso per poter credere di perdere peso con quattro tisane, permettiamo che la dieta tisanoreica sia sdoganata sui social e sui giornali ma ci lamentiamo del fatto che il trailer di “To The Bone” romanticizzi troppo l’anoressia, come fosse qualcosa di interessante ed affascinante.

Partiamo da principio: il sopra citato è il prossimo -ma già famoso- film netflix sull’anoressia, diretto dalla regista Marti Noxon, con protagonisti Lily Collins e Keanu Reeves. Dal primo istante, il trailer mi ha ricordato parecchio l’atmosfera del film “Juno”, di cui ad oggi tutti ricorderemo le canzoni bambinesche, le magliette a righe ed un sacco di scatolette di tic tac. A me quello non è poi più di tanto piaciuto: mi ha toccato in alcuni punti ma non sono riuscita a provare nulla né ad affezionarmi ai personaggi, a mio avviso un po’ troppo freddi e poco interagenti tra loro. Tuttavia, lo spirito del film, giovanile e un po’ easy going, ha permesso al tema del sesso, dell’aborto e della gravidanza giovanile di essere dibattuto più o meno consistentemente. Allo stesso modo, tramite un po’ d’ironia e poi di drama, già soltanto lo spot di “To The Bone” ha sollevato molte polemiche e promette di far parlare molto di sé. Le lamentele più frequenti che sono state scritte sui social sono:

  • ma perché si ironizza sull’anoressia? la mia risposta: nessuno sta ironizzando sull’anoressia, tantopiù che regista ed attrice protagonista vengono entrambe da un passato minato dai disturbi alimentari e, avendo una gran voglia di discutere il tema nel modo più coinvolgente possibile, si sono probabilmente concesse una serie di licenze, così da edulcorare leggermente un tema piuttosto pesante. Come i comici ironizzano in politica (basta poi non ci entrino…) e consentono ad un pubblico più vasto di raggiungere la consapevolezza circa molti temi, così probabilmente, tramite quello scherzoso momento iniziale sul conto delle calorie, anche gli screenwriters di questo film si sono permessi di tentare di addolcire la pillola (thank you, Epicuro) per far sì che entrasse più fortemente nella vita dello spettatore e colpisse in qualche modo di più anche i giovani fruitori di netflix, non certo abituati al cinema di Von Trier.
  • ma perché si romanticizza sempre l’anoressia? la mia risposta: l’anoressia è molto peggio legalizzarla che non romanticizzarla, prima di tutto; viene costantemente normalizzata dal mondo della moda (le sfilate!) e dai media in generale -pensate a quanti followers ha una certa fashion blogger (non la bionda, più famosa e stilosa, un’altra) visibilmente debole di salute ma ancora e sempre goal delle ragazzine di mezza Italia. Inoltre, romanticizzare i problemi ed i sentimenti è ciò che distingue film da realtà: nella vita vera quando ci baciamo non sentiamo Puccini, sentiamo i rumori della strada, e quando ci stiamo per sposare è raro che il nostro amore d’infanzia venga a salvarci da un matrimonio sbagliato. Ma è proprio questo il bello dei film: far sognare, romanzare, più che romanticizzare.
  • ma perché hanno fatto dimagrire Lily Collins, un’ex anoressica, per interpretare il ruolo?  la mia risposta: ragazzi! L’anoressia non è una malattia del fisico, una fissazione recidiva per la magrezza: per quanto un ramo della psichiatria pensi sia una malattia congenita ed altre storie, si tratta appunto di una malattia mentale, non di una dieta sfuggita di mano. Non sfuggirebbe di mano un’altra volta, in condizioni di salute interiori buone. Non ci sono ricadute quando si ha sradicato il problema, e non si è a rischio più di qualcun altro. Se  io domani decidessi di mettermi a dieta perché lo voglio io, non entrerei di nuovo nel circolo vizioso.. Bisogna ci siano sempre delle ragioni per farlo accadere.
  • ma perché si parla di problemi mentali nei film? la mia risposta: che domanda stupida! Ma perché si parla di guerra, di sesso, di viaggi, di storia, di figli, di spionaggio? Per far conoscere, per far sognare, per aiutare, per far ridere, per svagare, perché sono film e sono fantasia ma al contempo imitano la vita. Perché sono mezzi potentissimi di comunicazione (ed il fatto che questo esca su Netflix, che io per altro non ho quasi mai seguito) la dice lunga sul successo e seguito che avrà grazie al pubblico giovane, che potrà così avvicinarsi un po’ ad una tematica mai troppo dibattuta) e di stimolo al dibattito ed alla conoscenza.

Le mie uniche speranze su “To The Bone” riguardano il contenuto: spero sia ben trattato ed approfondito, anche se con leggerezza e semplificazione. E spero sia guardato.

E spero di non dovermi rimangiare tutto… Staremo a vedere.

donne che la moda dimentica

Sono dal parrucchiere e mi hanno appena chiesto se, mentre aspetto il mio turno, voglio leggere una rivista.
No, non ne ho voglia davvero, vorrei rispondere, perché il patinato che viene proposto alle donne, spacciato per contenuto da sogni -in realtà frustrante ostentazione di “vorrei ma non posso”- non mi interessa minimamente più.
E invece , dico, datemi pure qualcosa da sfogliare per passare il tempo: e rotocalco sia.
Pagina 1: una modella lunga e stretta come uno spaghetto occupa un letto di rose indossando un bellissimo paio di scarpe marcate *****.
Pagina 5: una modella stretta e lunga come una linguina siede su un muretto facendo penzolare le gambe sino al prato sottostante, sfoggiando un meraviglioso abito floreale marcato **** ***.
Pagina 30: una famosa attrice magra e minuta tiene al braccio un paio di borse ***** *******.
Pagina 34: un celebre modello palestrato e lucidato da photoshop, la cui metamorfosi in scorpione cartaceo sembra ormai ultimata, si specchia sull’onde del greco mar tenendo fra le braccia un’altrettanto levigata nota indossatrice. A quanto pare pubblicizzano un profumo di ***** ****.
Pagina 261: due note socialites sono intervistate e prese a modello per invitare noi tutte a utilizzare le stesse creme anti-age per la pelle che usano loro.
Piccolo particolare: hanno 25 anni… in due. Ed usano l’app ‘beauty plus’ per rendere la loro pelle così monumentale su instagram.
Pagina 304: una famosa conduttrice americana dalle lunghe gambe bianche e il prosperoso seno pubblicizza uno shampoo per capelli di marca **.

È chiaro: per poter indossare un abito alla moda, per comprare un buono shampoo, per mettere le scarpe di marca eccetera eccetera, o siamo smilze ed alte come le modelle scelte dal brand, o niente.
Niente perché non siamo rappresentate.
La diversità non è rappresentata.
La moda è solo per un tipo di corpo, non possiamo raccontarci il contrario.
“Eh ma ci sono anche le modelle plus size!” qualcuno può obiettare. Eh sì, certo, ci sono le modelle plus size, ovvero le ragazze levigate che indossano una taglia (italiana) 40 al posto di una 34 e che vengono relegate a pubblicizzare brand nettamente inferiori a quelli destinati alle altre.
Ma se la gran parte delle donne non portasse una taglia 40? Se portassero una 44, una 46, una 42, una 50? Avrebbero comunque il diritto di essere rappresentate? Avrebbero comunque il diritto di indossare la borsa di ***** ******* o i jeans di *****?

Sfoglio le riviste con gli occhi di una ragazza che ha sofferto di anoressia, ma anche con quelli di una donna che di natura porta una 40-42, io in qualche modo sono “salva”.
Ma se le sfogliassi con gli occhi di chi indossa 10 taglie in più? Di chi ha una forma fisica diversa?
Salve o non salve che siamo, veniamo scoraggiate. Scoraggiate ad amarci.
Veniamo scoraggiate a valorizzare il nostro corpo per com’è, scoraggiate ad accettarci, ed incoraggiate invece a odiarlo e volerlo cambiare.
Andiamo in palestra perché lo odiamo, perché lo vogliamo modificare, non perché gli vogliamo bene e vogliamo tenerlo attivo. BALLE.

E poi non siamo rappresentate. Solo una minima parte di noi gode di cotanto onore, solo una minima percentuale si sente rappresentata nella moda, nel cinema, nella televisione.
E il resto? Il resto a cosa può sentirsi vicino? A chi?
Per le ragazze senza thigh gap è previsto per caso un rotocalco diverso, è stata creata una corsia preferenziale in autostrada?
Per chi non ha le gambe lunghe, il seno prosperoso, i denti perfetti e i capelli risciacquati con acqua di photoshop che cosa c’è?

Continuo a sfogliare la rivista e penso ad alcune mie amiche: nessuna di loro si sentirebbe mai rappresentata da alcuna di queste 309 pagine.
Penso alla me di 20 chili fa, che si sentiva al sicuro perché nessuna di queste indossatrici la faceva sentire inadeguata, e poi alla me di ora… che se ne frega bellamente.

E mi chiedo quanto ancora andrà avanti questa manipolazione, quanto ci vorrà prima che un bel runway riot arrivi anche qui, quanto manchi alla rivoluzione.

donne che la moda dimentica

sparatoria in albergo

La verità è che non siamo mai pronti, mai proprio per nulla, a nulla.
Né alla morte, né alla vita.
Tutto scoppia un po’ all’improvviso, tutto esplode senza avvisare, tutto arriva senza lasciare un messaggio di annuncio.
Avete presente quando ci si presenta alla reception di un hotel, si lascia giù il nome e si aspetta di esser accompagnati in camera?
Ecco, l’anoressia non fa mica così.
Mica gliene frega niente a lei di annunciarsi, né aspetta di essere accompagnata in stanza.
Figurarsi.
Lei arriva e si piazza in reception, tira fuori le pistole come un rapinatore e blocca tutti lì, in entrata, a mani in alto.
Non spara a tutti, ma comunque a più persone possibile, così da avere via libera per salire su nella stanza più grande e più bella dell’hotel, piazzarsi sul letto e fare la pipì in giro, come i più infami ladri.
E non gliene frega nulla della stanza in sé, solo che vuole fare un dispetto al proprietario e rovinare le cose migliori che ci sono nel palazzo.
Questo è più o meno quanto ho da dire sull’anoressia, questa è lei.
Io ero il proprietario, l’albergo era il mio corpo e la gente con cui se l’è presa erano le persone che amavo e che la malattia mi ha strappato via; le scale che ha sporcato di sangue e calpestato senza pietà erano i miei sogni e i miei ricordi, mentre la stanza padronale il mio cuore.
Non l’avevo invitata proprio per niente, mi stavo divertendo in quel momento io.
Me la stavo godendo davvero.
E non aspettavo nessun ospite in più.

sparatoria in albergo

il mito inesistente del bikini body

Quante volte ci hanno detto che dovevamo cambiare qualcosa del nostro corpo?
Con tutte le volte che mi sono sentita dire qualcosa dai giornali, a quest’ora dovrei essere un pezzo di plastica ambulante, o sepolta sotto una montagna di stracci coprenti.
E invece sono ancora qui, e mi ostino ancora a mettere il costume, anche se le mie cosce si toccano e il mio sedere è in fuori.
Qualcuno ci ha insegnato che il corpo che abbiamo -così com’è- non merita il costume, non merita di passeggiare sulla spiaggia e non merita i gelati al chiosco, perché noi non possiamo permetterci l’estate.
Da maggio a settembre veniamo letteralmente martellati da quelli che sono gli articoli e gli spot “salvavita”, affinché oltre a tutte le difficoltà già esistenti della nostra vita, ci preoccupiamo anche di uniformarci ad un solo tipo di fisico -quello che qualcuno un giorno si alzò e decise che era l’unico a poter indossare il bikini- per poterci permettere le giornate al mare, altrimenti niente.
Le riviste dedicate al pubblico femminile non fanno che calpestare qualsiasi forma di self confidence potessimo avere prima (se ne avevamo), sbattendoci in faccia una dieta last minute come fosse l’unica condizione a cui mettere il costume; il tutto condito con fotografie di snellissime modelle a loro volta ritoccate.
Se persino chi va in palestra quotidianamente per mestiere, chi mangia come un uccellino, chi è ultramagro di natura viene ritoccato prima di poter essere il volto dell’articolo di turno sul “bikini body” come pensiamo di poter essere mai giusti, stando a quei canoni?
Se pure Gigi Hadid viene photoshoppata, significa che neanche lei di suo avrebbe un “bikini body”, giusto?
Ma tutto questo non vi fa schifo?
Perché mai le donne devono sottoporsi a questo tipo di stress fisico, a quest’idiotissima ansia da prestazione addirittura quando devono andare al mare, dove teoricamente ci si dovrebbe rilassare? E perché le riviste di intrattenimento sembra siano solo atte a svalutare e ad indurci all’autosvalutazione? Perché la stampa ed i media sono sempre così denigratori verso il pubblico femminile? Perché le donne imparano ad odiare il loro corpo e a doverlo cambiare per potersi amare? Perché le donne – e anche gli uomini, comunque- non valgono  per il loro talento e la loro personalità? Perché la bellezza è solo un certo tipo di corpo X che nemmeno esiste? 
Ormai sembra che indossare un bikini sia diventata un’impresa: te lo devi conquistare ‘sto pezzo di stoffa, te lo devi sudare, te lo devi guadagnare con la palestra, con la dieta, con le creme.
Passiamo tutto l’anno a prepararci all’estate, tutto l’anno a fare ginnastica, a non ordinare il dessert, a mangiare 60 grammi di pasta una volta a settimana, a fare jogging nelle ore di pausa, a tenere gli addominali contratti, e poi non ce la possiamo mai permettere questa dannatissima stagione.
Non ci possiamo mai permettere il costume semplicemente perché qualcuno ha deciso chi può e chi non può farlo, perché qualcuno ha deciso chi ci sta bene e chi sembra un sacco di patate.
E comunque Marilyn Monroe stava bene anche con addosso un sacco di patate.

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Alla fine l’estate arriva, e sembra che il costume possa metterselo solo Elle Macpherson, a patto però che sia photoshoppata, oppure Kendall Jenner, ma solo se gira con la pelle lucidata delle immagini pubblicitarie.
Quindi non può metterselo nessuno.
Oppure possiamo mettercelo tutti.

“Il perfetto bikini body”: se ne legge sempre molto in giro, sembra si parli del sacro graal, ma in realtà si tratta semplicemente di una persona con addosso il costume che più le piace, un sorriso in faccia, e la bellezza della pelle che abita, che se fossero tutte uguali non ci sarebbe bellezza.

È davvero tutto qui.

il mito inesistente del bikini body

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma

Ci ho messo sei mesi a preparare una recensione adeguata per questo film, non perché non fossi sicura se mi fosse piaciuto o meno, non perché non l’avessi capito, ma perché fa maledettamente male. Fa proprio male, male, male: taglia davvero il cuore a metà, con un solco profondo inguaribile, con frammenti di lama che rimangono impigliati tra le costole e i brandelli.
Perché la storia di Edward e Susan non è solo la loro, è la nostra: è la storia delle ferite, dei non detto, degli errori, del dolore, dell’incapacità di salvarsi, del naufragio.
È la storia più assurda e più reale al tempo stesso, tra quelle che ho visto quest’anno: è la storia della gestazione della fine di un amore, della digestione di un addio.
E soprattutto, della libera(lizza)zione della sofferenza e debolezza maschile, tema-tabù da sempre e per sempre.

Perché dietro quello che sembra il dramma della fine di una precaria storia d’amore si cela il vero protagonista di questa e molte altre vicende, che non è Edward, non è Susan, né la trasposizione metaletteraria del primo, il protagonista del suo romanzo- Tony, ma quella fragilità che negli uomini non viene accettata, non viene compresa, non viene accolta.

Con più riflessione ed apertura verso le diverse realtà sessuali esistenti in natura e un conseguente studio dei caratteri umani, riguardo cosa sia il gender, il disagio dell’omofobia, il significato reale e profondo di femminismo -che ancora, vorrei ricordare, dev’essere separato dalla misandria (vedete questo articolo: http://www.indiatimes.com/news/india/losing-sight-of-feminism-have-social-media-driven-feminists-reduced-the-concept-to-just-male-bashing-321227.html), negli ultimi anni se ne sono visti vari di articoli interessanti incentrati sul mondo maschile, primo tra tutti, direi, questo: http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma .
Tuttavia, secondo una cultura millenaria, l’uomo e la donna sono entità diverse per natura e come tali devono continuare ad esistere: il primo celando le fragilità sotto corazze più o meno resistenti, la seconda non temendo di mostrarle; ad un tratto poi, entrambi si sentiranno dire rispettivamente di lasciarsi andare di più e di essere più forte in presenza dell’altro sesso. A questo punto mi chiedo perché ancora ci ostiniamo a credere ci sia un senso nella generalizzazione delle caratteristiche dei sessi e nella fissità dei ruoli nelle coppie, come fossero composti chimici.
Sia chiaro, onestamente a tutte noi fa piacere ricevere attenzioni, affetto, complimenti, supporto, rispetto… Ma agli uomini no?
Nella mia vita, almeno da quanto posso aver considerato dopo una breve riflessione, non ho mai trattato un individuo di sesso maschile come se fosse solo e soltanto lui a doversi prendere cura di me, ma penso di aver sempre dimostrato più affetto e supporto possibile, di essere stata disponibile all’ascolto, al compromesso, all’alterazione delle convenzioni (che non m’interessano neppure) e di aver rispettato la natura di ciascun carattere.
Questo perché non ci si innamora e non ci si fa amici di una persona per quello che potrebbe essere per noi, ma per quello che è, nulla più.

Il personaggio di Edward (e la sua trasposizione letteraria nel racconto allegorico/autobiografico da lui scritto, Tony) è il protagonista inusuale di “Nocturnal Animals”, il secondo e per ora ultimo film dello stilista e regista Tom Ford. Interpretato da un romantico, solitario, straziante ed intenso Jake Gyllenhaal, che non smette mai di sorprendere, mostrato tramite flashback e salti temporali in un lasco di tempo che va dai suoi vent’anni ai suoi quaranta circa, egli passa dall’essere un’aspirante scrittore innamorato, troppo romantico per vendersi al mercato, troppo insicuro per sopportare i fallimenti, troppo sensibile per reggere l’abbandono.
È indubbiamente affetto, per ragioni che non conosciamo ma possiamo soltanto immaginare, di dipendenza affettiva, una patologia che persino molti psicologi si trovano a sottovalutare erroneamente: senza l’amore di Susan (Amy Adams), ma soprattutto senza le sue conferme, il suo supporto, il suo incoraggiamento e la sua fiducia, arranca nella vita e nel lavoro. Da quando lei lo lascia, in una fredda sera, durante gli anni universitari, adducendo come scusa la  propria infelicità (“ma tu mi ami?” le chiede lui disperato), a quando vent’anni dopo lui le spedisce il proprio romanzo autobiografico -nel quale, tramite una serie di metafore del loro amore dall’inizio alla fine- si racconta la loro tragica storia- non ci è dato di sapere che ne sia di Edward.
Per tutta la durata del film, nei flashback che vedono la coppia in età giovanile, i litigi dei due sono incentrati sulla debolezza che Susan rinfaccia al compagno e sulla somiglianza alla madre che egli attribuisce a lei -la quale vive tutto ciò come una grossa offesa.
“Io non sono debole” ed “Io non sono come mia madre” sono le rispettive difese, entrambe maschere di una realtà molto più ineluttabile che si scaglierà presto su di loro: Edward infatti manca di spirito d’iniziativa, solidità ed ambizione per attrarre ancora la ragazza, mentre Susan si fa sempre più borghese, snob e narcisa, come sua madre le aveva previsto sarebbe divenuta (“Siamo uguali, Susan: lui è debole, con lui non durerà. Non fa per te”).

Veniamo ora a Tony, il protagonista di quel romanzo che Edward spedisce a Susan come vendetta, come per ricordarle della loro storia dopo molti anni, come messaggio d’addio, come testamento del loro amore.
Tony è un padre di famiglia: la moglie (Isla Fisher) ha gli stessi capelli rossi di Susan e la figlia dei due è la stessa adolescente che  lo scrittore immagina sarebbe stata quella avuta con Susan se lei non avesse abortito il loro bambino senza parlargliene.
Durante un viaggio in auto per le desolate lande texane di notte, questi perde moglie e figlia per mano di pazzi criminali della strada (McCarthy di grande ispirazione): saranno proprio questi ad aprigli una finestra interiore, ricordandogli con offese e continue derisioni giullaresche (mimi osceni di sodomia, boccacce e canzoncine in falsetto) che il suo valore di uomo è inesistente, che è senza palle, che è un indegno, che è un perdente.
DEBOLE, DEBOLE, DEBOLE: risuona nelle orecchie, nell’anima e nel cuore di Tony, di Edward, degli uomini che non hanno saputo trattenere ciò che amavano e che sono costretti ad incolparsi eternamente per non poter neanche ammettere che nella vita si perde.
E non per debolezza, ma per caso, perché “vincere significa accettare”, direbbe Vecchioni.

L’unica colpa attribuita ad Edward per tutta la durata del film è la debolezza, la fragilità, la natura fallimentare, la mancanza di ambizione, di sicurezza, di fermezza, di coraggio, in poche parole, di convenzionale mascolinità, che l’avrebbe reso esente dal grande dolore, secondo le proprie turbe interiori.
Ma allo stesso tempo, quella sorta di insicurezza trasformatasi in viltà dallo stesso Edward, funge poi da arma che, vent’anni dopo l’abbandono, scaglia sulla stessa Susan, facendo ribaltare con due sole email la loro situazione, mettendo lei nei panni della prostrata, dell’insicura, della pentita.
Come gli eroi delle tragedie euripidee, che ad un tratto mostrano il lato più umano di sé e le proprie passioni, Edward chiude il cerchio abbandonando Susan, così come Tony si vendica di Ray. Ma all’interno di autore e personaggio, infine, rimane solo il senso di morte, di perdita e di ineluttabilità del caso: neanche gli atti di vendetta e di forza possono cancellare i segni impressi nell’anima.
E Tom Ford -che ha curato curato anche la sceneggiatura del film (basato comunque sul romanzo di Austin Wright, 1993)- lascia sul finale un formidabile messaggio, anzi più:
– non importa quanto siamo evoluti, par sempre troppo presto per comprendere ed abbracciare le debolezze maschili: l’uomo, per essere attraente, seducente, affidabile, amabile, ammirevole e, insomma, perfetto, non può mai mostrare un sentimentalismo fallace.
– la dipendenza affettiva non è una caratteristica appartenente alle sole donne: in questo caso non solo è l’uomo ad avere apparentemente più bisogno dell’amata di quanto non ne abbia lei di lui, ma soprattutto è il maschio a rimetterci, a perdere la ragione, ad entrare in crisi, a mostrare la sua fragilità proprio come uno specchio frantumato (perlomeno sino alla seconda metà inoltrata del film)
– la cosiddetta “debolezza” altro non è che coraggio di essere limpidi, reali, sinceri con sé stessi e con l’altro: è più forte mostrare le fragilità che non nasconderle dietro muri impossibili che prima o poi cadranno comunque con un niente.

Più che sulla bellezza del film, a parer mio il più originale del 2016 (assieme ad alcuni altri tra cui spicca “Captain Fantastic”), dotato di fotografia, montaggio, dialoghi, riprese e musiche oltreumani, mi sono voluta soffermare sull’aspetto umano di esso, sull’analisi sul maschio del nostro secolo, tanto libero eppure ancora tanto chiuso, sottomesso al suo ancestrale dovere di essere “uomo” secondo una certa indicazione.
Continuo a sfogliare riviste “per ragazze” (da Cosmopolitan a Donna Moderna) magari in sala d’attesa dal medico o simili, e continuo a stupirmi della follia generale del contenuto: esistono davvero articoli che invitano le donne ad analizzare gli uomini prima di conoscerli e frequentarli, per capire quanto “maschi” saranno, esistono davvero servizi sull’importanza di avere un partner deciso e forte, esistono davvero editoriali sulla virilità, consigli per “godere anche se lui ce l’ha piccolo”, eccetera eccetera eccetera. Esistono davvero. Come se si godesse per la dimensione di un pene, non per la dimensione dell’attrazione che proviamo per una persona a prescindere. E nessun consiglio per evitare la mutilazione continua e la martellante violenza psicologica inflitta al partner e dettata da surreali aspettative cinematografiche.
Accettiamo ogni (giustissima!) varietà nel campo della sessualità, liberalizziamo ogni cosa ma quasi solo quando si tratta di casi esterni a noi, di vite altrui: dalle persone che abbiamo attorno facciamo fatica ad accettare qualsiasi forma di fragilità, qualsiasi punto debole, fallimento, paura, specie se maschio.
E ci facciamo vicendevolmente del male, ci feriamo e ci distruggiamo per liberarci della paura di crescere insieme a qualcuno o semplicemente di amarlo per quello che è, perché non ci bastano mai per quello che sono, vogliamo sempre siano quello che nella nostra mente abbiamo fatto di loro.
Ma siamo umani e siamo fallibili, abbracciare le debolezze del mondo intorno a noi renderà molto più facile cambiare tutto il resto, quello che sta fuori, e che è sempre più facile.

“Nocturnal Animals” non insegna a vivere, né ad accettare, né a crescere, né ad amare, né a perdonare, anche se tutti questi temi sono molto sottilmente e genialmente inseriti nel tessuto della trama: direi che piuttosto fa riflettere sulla conoscenza di sé stessi.
Susan non conosce sé stessa finché, raggiunta circa la metà della sua vita, somigliante più che mai alla caricatura di sé stessa (magistralmente trasmesso dalle scelte di make-up attuate dallo stesso Ford, geniale) ed a sua madre, insoddisfatta, sposata all’uomo per cui ha lasciato Edward molti anni prima, ma sola, si vede per quello che è tramite le parole del romanzo dell’ex compagno: è così che le si apre il mondo interiore sempre taciuto, è così che tornano a sanguinare quelle ferite mai chiuse, è così che torna a specchiarsi, spostarsi la riga dei capelli proprio come faceva da ragazza, ripulirsi del rossetto vinaccia, per non mancare ad un appuntamento più con sé stessa che non con Edward.
Edward, allo stesso modo, conosce, comprende e (forse?) accetta sé stesso tramite il romanzo, e quel riscatto finale che è la vendetta di Tony su Ray e la sua personale su Susan, mancando a quell’appuntamento e lasciandola a cena con sé stessa: con la donna che è diventata ma che temeva di divenire o con la donna che è sotto la corazza, ma che non faceva più uscire?
Infine, ripercorrere la loro storia, aiuta Edward a conoscere sé stesso e ad esplorarsi -realizzando un romanzo, mettendo in scena cioè quel talento che la sua amata, ai tempi in cui stavano insieme, non credeva lui avesse né che gli avrebbe mai fruttato qualcosa- ed aiuta Susan a fare chiarezza su quale sia la sua vita e quale sia quella che l’è stata cucita addosso dall’ego.

Che i due si re-incontrino mai fisicamente è più che dubbio, che siano per sempre legati dalle loro più profonde verità è fatalmente innegabile.

… Che questo film mi sia piaciuto da morire e che ne abbia trovato qualche parallelismo con “Cime Tempestose” è altrettanto interessante e mi farà scriver un nuovo articolo presto, bla bla bla.

Post Scriptum: gli sguardi vitrei di Amy Adams bastano a renderla più comunicativa che mai, pur senza bisogno di troppe parole o espressioni drammatiche, la sensibilità e profondità umana di Jake Gyllenhaal rendono Edward più Edward che mai, senza fallire mai, né cadere nel melodrammatico. Come sempre uno degli attori più camaleontici, trasportati e profondi della sua generazione, porta del realismo e della naturalezza innata al suo doppio personaggio: un artista coraggioso di abbracciare i propri lati femminili (anche qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul concetto di femminilità) e di farne punti di forza, gli occhi blu più profondi del mondo, l’espressione eternamente malinconica, ma sia speranzosa, sia perduta. Nessuno avrebbe potuto render di più.

C.nocturnalanimals

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma