Lasciamo che i media ci imbottiscano la testa di influenze su come il nostro corpo dovrebbe essere secondo qualcuno al di sopra (chi?, poi…), ci facciamo dire cosa mangiare, come mangiare, quanto mangiare per poterci permettere un costume da bagno, ci facciamo raccontare la storia dell’orso per poter credere di perdere peso con quattro tisane, permettiamo che la dieta tisanoreica sia sdoganata sui social e sui giornali ma ci lamentiamo del fatto che il trailer di “To The Bone” romanticizzi troppo l’anoressia, come fosse qualcosa di interessante ed affascinante.

Partiamo da principio: il sopra citato è il prossimo -ma già famoso- film netflix sull’anoressia, diretto dalla regista Marti Noxon, con protagonisti Lily Collins e Keanu Reeves. Dal primo istante, il trailer mi ha ricordato parecchio l’atmosfera del film “Juno”, di cui ad oggi tutti ricorderemo le canzoni bambinesche, le magliette a righe ed un sacco di scatolette di tic tac. A me quello non è poi più di tanto piaciuto: mi ha toccato in alcuni punti ma non sono riuscita a provare nulla né ad affezionarmi ai personaggi, a mio avviso un po’ troppo freddi e poco interagenti tra loro. Tuttavia, lo spirito del film, giovanile e un po’ easy going, ha permesso al tema del sesso, dell’aborto e della gravidanza giovanile di essere dibattuto più o meno consistentemente. Allo stesso modo, tramite un po’ d’ironia e poi di drama, già soltanto lo spot di “To The Bone” ha sollevato molte polemiche e promette di far parlare molto di sé. Le lamentele più frequenti che sono state scritte sui social sono:

  • ma perché si ironizza sull’anoressia? la mia risposta: nessuno sta ironizzando sull’anoressia, tantopiù che regista ed attrice protagonista vengono entrambe da un passato minato dai disturbi alimentari e, avendo una gran voglia di discutere il tema nel modo più coinvolgente possibile, si sono probabilmente concesse una serie di licenze, così da edulcorare leggermente un tema piuttosto pesante. Come i comici ironizzano in politica (basta poi non ci entrino…) e consentono ad un pubblico più vasto di raggiungere la consapevolezza circa molti temi, così probabilmente, tramite quello scherzoso momento iniziale sul conto delle calorie, anche gli screenwriters di questo film si sono permessi di tentare di addolcire la pillola (thank you, Epicuro) per far sì che entrasse più fortemente nella vita dello spettatore e colpisse in qualche modo di più anche i giovani fruitori di netflix, non certo abituati al cinema di Von Trier.
  • ma perché si romanticizza sempre l’anoressia? la mia risposta: l’anoressia è molto peggio legalizzarla che non romanticizzarla, prima di tutto; viene costantemente normalizzata dal mondo della moda (le sfilate!) e dai media in generale -pensate a quanti followers ha una certa fashion blogger (non la bionda, più famosa e stilosa, un’altra) visibilmente debole di salute ma ancora e sempre goal delle ragazzine di mezza Italia. Inoltre, romanticizzare i problemi ed i sentimenti è ciò che distingue film da realtà: nella vita vera quando ci baciamo non sentiamo Puccini, sentiamo i rumori della strada, e quando ci stiamo per sposare è raro che il nostro amore d’infanzia venga a salvarci da un matrimonio sbagliato. Ma è proprio questo il bello dei film: far sognare, romanzare, più che romanticizzare.
  • ma perché hanno fatto dimagrire Lily Collins, un’ex anoressica, per interpretare il ruolo?  la mia risposta: ragazzi! L’anoressia non è una malattia del fisico, una fissazione recidiva per la magrezza: per quanto un ramo della psichiatria pensi sia una malattia congenita ed altre storie, si tratta appunto di una malattia mentale, non di una dieta sfuggita di mano. Non sfuggirebbe di mano un’altra volta, in condizioni di salute interiori buone. Non ci sono ricadute quando si ha sradicato il problema, e non si è a rischio più di qualcun altro. Se  io domani decidessi di mettermi a dieta perché lo voglio io, non entrerei di nuovo nel circolo vizioso.. Bisogna ci siano sempre delle ragioni per farlo accadere.
  • ma perché si parla di problemi mentali nei film? la mia risposta: che domanda stupida! Ma perché si parla di guerra, di sesso, di viaggi, di storia, di figli, di spionaggio? Per far conoscere, per far sognare, per aiutare, per far ridere, per svagare, perché sono film e sono fantasia ma al contempo imitano la vita. Perché sono mezzi potentissimi di comunicazione (ed il fatto che questo esca su Netflix, che io per altro non ho quasi mai seguito) la dice lunga sul successo e seguito che avrà grazie al pubblico giovane, che potrà così avvicinarsi un po’ ad una tematica mai troppo dibattuta) e di stimolo al dibattito ed alla conoscenza.

Le mie uniche speranze su “To The Bone” riguardano il contenuto: spero sia ben trattato ed approfondito, anche se con leggerezza e semplificazione. E spero sia guardato.

E spero di non dovermi rimangiare tutto… Staremo a vedere.

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Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma

Ci ho messo sei mesi a preparare una recensione adeguata per questo film, non perché non fossi sicura se mi fosse piaciuto o meno, non perché non l’avessi capito, ma perché fa maledettamente male. Fa proprio male, male, male: taglia davvero il cuore a metà, con un solco profondo inguaribile, con frammenti di lama che rimangono impigliati tra le costole e i brandelli.
Perché la storia di Edward e Susan non è solo la loro, è la nostra: è la storia delle ferite, dei non detto, degli errori, del dolore, dell’incapacità di salvarsi, del naufragio.
È la storia più assurda e più reale al tempo stesso, tra quelle che ho visto quest’anno: è la storia della gestazione della fine di un amore, della digestione di un addio.
E soprattutto, della libera(lizza)zione della sofferenza e debolezza maschile, tema-tabù da sempre e per sempre.

Perché dietro quello che sembra il dramma della fine di una precaria storia d’amore si cela il vero protagonista di questa e molte altre vicende, che non è Edward, non è Susan, né la trasposizione metaletteraria del primo, il protagonista del suo romanzo- Tony, ma quella fragilità che negli uomini non viene accettata, non viene compresa, non viene accolta.

Con più riflessione ed apertura verso le diverse realtà sessuali esistenti in natura e un conseguente studio dei caratteri umani, riguardo cosa sia il gender, il disagio dell’omofobia, il significato reale e profondo di femminismo -che ancora, vorrei ricordare, dev’essere separato dalla misandria (vedete questo articolo: http://www.indiatimes.com/news/india/losing-sight-of-feminism-have-social-media-driven-feminists-reduced-the-concept-to-just-male-bashing-321227.html), negli ultimi anni se ne sono visti vari di articoli interessanti incentrati sul mondo maschile, primo tra tutti, direi, questo: http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma .
Tuttavia, secondo una cultura millenaria, l’uomo e la donna sono entità diverse per natura e come tali devono continuare ad esistere: il primo celando le fragilità sotto corazze più o meno resistenti, la seconda non temendo di mostrarle; ad un tratto poi, entrambi si sentiranno dire rispettivamente di lasciarsi andare di più e di essere più forte in presenza dell’altro sesso. A questo punto mi chiedo perché ancora ci ostiniamo a credere ci sia un senso nella generalizzazione delle caratteristiche dei sessi e nella fissità dei ruoli nelle coppie, come fossero composti chimici.
Sia chiaro, onestamente a tutte noi fa piacere ricevere attenzioni, affetto, complimenti, supporto, rispetto… Ma agli uomini no?
Nella mia vita, almeno da quanto posso aver considerato dopo una breve riflessione, non ho mai trattato un individuo di sesso maschile come se fosse solo e soltanto lui a doversi prendere cura di me, ma penso di aver sempre dimostrato più affetto e supporto possibile, di essere stata disponibile all’ascolto, al compromesso, all’alterazione delle convenzioni (che non m’interessano neppure) e di aver rispettato la natura di ciascun carattere.
Questo perché non ci si innamora e non ci si fa amici di una persona per quello che potrebbe essere per noi, ma per quello che è, nulla più.

Il personaggio di Edward (e la sua trasposizione letteraria nel racconto allegorico/autobiografico da lui scritto, Tony) è il protagonista inusuale di “Nocturnal Animals”, il secondo e per ora ultimo film dello stilista e regista Tom Ford. Interpretato da un romantico, solitario, straziante ed intenso Jake Gyllenhaal, che non smette mai di sorprendere, mostrato tramite flashback e salti temporali in un lasco di tempo che va dai suoi vent’anni ai suoi quaranta circa, egli passa dall’essere un’aspirante scrittore innamorato, troppo romantico per vendersi al mercato, troppo insicuro per sopportare i fallimenti, troppo sensibile per reggere l’abbandono.
È indubbiamente affetto, per ragioni che non conosciamo ma possiamo soltanto immaginare, di dipendenza affettiva, una patologia che persino molti psicologi si trovano a sottovalutare erroneamente: senza l’amore di Susan (Amy Adams), ma soprattutto senza le sue conferme, il suo supporto, il suo incoraggiamento e la sua fiducia, arranca nella vita e nel lavoro. Da quando lei lo lascia, in una fredda sera, durante gli anni universitari, adducendo come scusa la  propria infelicità (“ma tu mi ami?” le chiede lui disperato), a quando vent’anni dopo lui le spedisce il proprio romanzo autobiografico -nel quale, tramite una serie di metafore del loro amore dall’inizio alla fine- si racconta la loro tragica storia- non ci è dato di sapere che ne sia di Edward.
Per tutta la durata del film, nei flashback che vedono la coppia in età giovanile, i litigi dei due sono incentrati sulla debolezza che Susan rinfaccia al compagno e sulla somiglianza alla madre che egli attribuisce a lei -la quale vive tutto ciò come una grossa offesa.
“Io non sono debole” ed “Io non sono come mia madre” sono le rispettive difese, entrambe maschere di una realtà molto più ineluttabile che si scaglierà presto su di loro: Edward infatti manca di spirito d’iniziativa, solidità ed ambizione per attrarre ancora la ragazza, mentre Susan si fa sempre più borghese, snob e narcisa, come sua madre le aveva previsto sarebbe divenuta (“Siamo uguali, Susan: lui è debole, con lui non durerà. Non fa per te”).

Veniamo ora a Tony, il protagonista di quel romanzo che Edward spedisce a Susan come vendetta, come per ricordarle della loro storia dopo molti anni, come messaggio d’addio, come testamento del loro amore.
Tony è un padre di famiglia: la moglie (Isla Fisher) ha gli stessi capelli rossi di Susan e la figlia dei due è la stessa adolescente che  lo scrittore immagina sarebbe stata quella avuta con Susan se lei non avesse abortito il loro bambino senza parlargliene.
Durante un viaggio in auto per le desolate lande texane di notte, questi perde moglie e figlia per mano di pazzi criminali della strada (McCarthy di grande ispirazione): saranno proprio questi ad aprigli una finestra interiore, ricordandogli con offese e continue derisioni giullaresche (mimi osceni di sodomia, boccacce e canzoncine in falsetto) che il suo valore di uomo è inesistente, che è senza palle, che è un indegno, che è un perdente.
DEBOLE, DEBOLE, DEBOLE: risuona nelle orecchie, nell’anima e nel cuore di Tony, di Edward, degli uomini che non hanno saputo trattenere ciò che amavano e che sono costretti ad incolparsi eternamente per non poter neanche ammettere che nella vita si perde.
E non per debolezza, ma per caso, perché “vincere significa accettare”, direbbe Vecchioni.

L’unica colpa attribuita ad Edward per tutta la durata del film è la debolezza, la fragilità, la natura fallimentare, la mancanza di ambizione, di sicurezza, di fermezza, di coraggio, in poche parole, di convenzionale mascolinità, che l’avrebbe reso esente dal grande dolore, secondo le proprie turbe interiori.
Ma allo stesso tempo, quella sorta di insicurezza trasformatasi in viltà dallo stesso Edward, funge poi da arma che, vent’anni dopo l’abbandono, scaglia sulla stessa Susan, facendo ribaltare con due sole email la loro situazione, mettendo lei nei panni della prostrata, dell’insicura, della pentita.
Come gli eroi delle tragedie euripidee, che ad un tratto mostrano il lato più umano di sé e le proprie passioni, Edward chiude il cerchio abbandonando Susan, così come Tony si vendica di Ray. Ma all’interno di autore e personaggio, infine, rimane solo il senso di morte, di perdita e di ineluttabilità del caso: neanche gli atti di vendetta e di forza possono cancellare i segni impressi nell’anima.
E Tom Ford -che ha curato curato anche la sceneggiatura del film (basato comunque sul romanzo di Austin Wright, 1993)- lascia sul finale un formidabile messaggio, anzi più:
– non importa quanto siamo evoluti, par sempre troppo presto per comprendere ed abbracciare le debolezze maschili: l’uomo, per essere attraente, seducente, affidabile, amabile, ammirevole e, insomma, perfetto, non può mai mostrare un sentimentalismo fallace.
– la dipendenza affettiva non è una caratteristica appartenente alle sole donne: in questo caso non solo è l’uomo ad avere apparentemente più bisogno dell’amata di quanto non ne abbia lei di lui, ma soprattutto è il maschio a rimetterci, a perdere la ragione, ad entrare in crisi, a mostrare la sua fragilità proprio come uno specchio frantumato (perlomeno sino alla seconda metà inoltrata del film)
– la cosiddetta “debolezza” altro non è che coraggio di essere limpidi, reali, sinceri con sé stessi e con l’altro: è più forte mostrare le fragilità che non nasconderle dietro muri impossibili che prima o poi cadranno comunque con un niente.

Più che sulla bellezza del film, a parer mio il più originale del 2016 (assieme ad alcuni altri tra cui spicca “Captain Fantastic”), dotato di fotografia, montaggio, dialoghi, riprese e musiche oltreumani, mi sono voluta soffermare sull’aspetto umano di esso, sull’analisi sul maschio del nostro secolo, tanto libero eppure ancora tanto chiuso, sottomesso al suo ancestrale dovere di essere “uomo” secondo una certa indicazione.
Continuo a sfogliare riviste “per ragazze” (da Cosmopolitan a Donna Moderna) magari in sala d’attesa dal medico o simili, e continuo a stupirmi della follia generale del contenuto: esistono davvero articoli che invitano le donne ad analizzare gli uomini prima di conoscerli e frequentarli, per capire quanto “maschi” saranno, esistono davvero servizi sull’importanza di avere un partner deciso e forte, esistono davvero editoriali sulla virilità, consigli per “godere anche se lui ce l’ha piccolo”, eccetera eccetera eccetera. Esistono davvero. Come se si godesse per la dimensione di un pene, non per la dimensione dell’attrazione che proviamo per una persona a prescindere. E nessun consiglio per evitare la mutilazione continua e la martellante violenza psicologica inflitta al partner e dettata da surreali aspettative cinematografiche.
Accettiamo ogni (giustissima!) varietà nel campo della sessualità, liberalizziamo ogni cosa ma quasi solo quando si tratta di casi esterni a noi, di vite altrui: dalle persone che abbiamo attorno facciamo fatica ad accettare qualsiasi forma di fragilità, qualsiasi punto debole, fallimento, paura, specie se maschio.
E ci facciamo vicendevolmente del male, ci feriamo e ci distruggiamo per liberarci della paura di crescere insieme a qualcuno o semplicemente di amarlo per quello che è, perché non ci bastano mai per quello che sono, vogliamo sempre siano quello che nella nostra mente abbiamo fatto di loro.
Ma siamo umani e siamo fallibili, abbracciare le debolezze del mondo intorno a noi renderà molto più facile cambiare tutto il resto, quello che sta fuori, e che è sempre più facile.

“Nocturnal Animals” non insegna a vivere, né ad accettare, né a crescere, né ad amare, né a perdonare, anche se tutti questi temi sono molto sottilmente e genialmente inseriti nel tessuto della trama: direi che piuttosto fa riflettere sulla conoscenza di sé stessi.
Susan non conosce sé stessa finché, raggiunta circa la metà della sua vita, somigliante più che mai alla caricatura di sé stessa (magistralmente trasmesso dalle scelte di make-up attuate dallo stesso Ford, geniale) ed a sua madre, insoddisfatta, sposata all’uomo per cui ha lasciato Edward molti anni prima, ma sola, si vede per quello che è tramite le parole del romanzo dell’ex compagno: è così che le si apre il mondo interiore sempre taciuto, è così che tornano a sanguinare quelle ferite mai chiuse, è così che torna a specchiarsi, spostarsi la riga dei capelli proprio come faceva da ragazza, ripulirsi del rossetto vinaccia, per non mancare ad un appuntamento più con sé stessa che non con Edward.
Edward, allo stesso modo, conosce, comprende e (forse?) accetta sé stesso tramite il romanzo, e quel riscatto finale che è la vendetta di Tony su Ray e la sua personale su Susan, mancando a quell’appuntamento e lasciandola a cena con sé stessa: con la donna che è diventata ma che temeva di divenire o con la donna che è sotto la corazza, ma che non faceva più uscire?
Infine, ripercorrere la loro storia, aiuta Edward a conoscere sé stesso e ad esplorarsi -realizzando un romanzo, mettendo in scena cioè quel talento che la sua amata, ai tempi in cui stavano insieme, non credeva lui avesse né che gli avrebbe mai fruttato qualcosa- ed aiuta Susan a fare chiarezza su quale sia la sua vita e quale sia quella che l’è stata cucita addosso dall’ego.

Che i due si re-incontrino mai fisicamente è più che dubbio, che siano per sempre legati dalle loro più profonde verità è fatalmente innegabile.

… Che questo film mi sia piaciuto da morire e che ne abbia trovato qualche parallelismo con “Cime Tempestose” è altrettanto interessante e mi farà scriver un nuovo articolo presto, bla bla bla.

Post Scriptum: gli sguardi vitrei di Amy Adams bastano a renderla più comunicativa che mai, pur senza bisogno di troppe parole o espressioni drammatiche, la sensibilità e profondità umana di Jake Gyllenhaal rendono Edward più Edward che mai, senza fallire mai, né cadere nel melodrammatico. Come sempre uno degli attori più camaleontici, trasportati e profondi della sua generazione, porta del realismo e della naturalezza innata al suo doppio personaggio: un artista coraggioso di abbracciare i propri lati femminili (anche qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul concetto di femminilità) e di farne punti di forza, gli occhi blu più profondi del mondo, l’espressione eternamente malinconica, ma sia speranzosa, sia perduta. Nessuno avrebbe potuto render di più.

C.nocturnalanimals

Nocturnal Animals: quando la fragilità è un’arma