miti femminili, archetipi maschili ed altre disgrazie

Finché siamo bambini, tutti siamo uguali… Più o meno.

Certo, le bambine che giocano con le macchinine e vestono di azzurro sono al limite chiamate maschiacci, in accezione ovviamente positiva, quasi come dire tipe dure, strong, forti, cool, mentre i bambini che per caso si avvicinano alle barbie o vestono di rosa diventano automaticamente femminucce (in tono dispregiativo), checche, potenziali omossessuali (come volesse dire potenziali omicidi) eccetera eccetera eccetera. Mentre le prime sono apprezzate e spinte a continuare a portare avanti la loro originalità, ai secondi vengono spesso -per così dire- legate le mani (“devo portare mio figlio dallo psicologo infantile, è troppo attratto dai giochi femminili”).

Essere chiamato femminuccia non è certo come essere chiamata maschiaccio: è vergognoso, negativo, umiliante… Quindi ecco giungere per la prima volta un po’ di quella sana misoginia (atta a frustrare i maschi, più che altro, però) che piace tanto alla nostra società.

E se la colpa fosse nostra, della nostra educazione che ci insegna a dividere cose femminili da cose maschili e di conseguenza a scaricare le frustrazioni derivanti dai nostri retaggi culturali su noi stessi e sugli altri? E se la colpa non fosse delle scelte altrui ma dell’esistenza delle opzioni stesse?

Crescendo, con l’arrivo di seno e mestruazioni per le ragazze, veniamo divisi, con i maschi da una parte e le femmine dall’altra, e ci viene insegnato che oltre a non dovere vederci nudi, a non cambiarci insieme, a non usare lo stesso bagno, a non parlare delle stesse cose, a non avere lo stesso comportamento di fronte alle cose della vita: è bene che le ragazzine siano pudiche, a modo, che mangino meno (“poi t’ingrassi!”) e che non parlino dei loro desideri naturali (sesso, in primis), piuttosto che li nascondano sotto un mare di insicurezze o casomai di strati di sentimentalismi, così da rendere il tutto più legittimo ed edulcorato; d’altro canto, i ragazzini maschi invece sono invitati a parlare più apertamente di sesso e delle loro attività (una ragazza con tanti ragazzi non sortisce lo stesso effetto di un ragazzo con tante ragazze: la prima è poco di buono, il secondo è un bel Casanova), a farsi meno problemi per quel che riguarda il loro aspetto o il loro appetito ed a vivere più tranquillamente la propria immagine.

I maschi si masturbano, guardano i porno e vogliono fare sesso… Le femmine no? Oppure lo possono fare solo di nascosto? I maschi mangiano quanto gli va e non sono mai fermati da nessuno (circa, poi ci son casi e casi), le femmine no? Oppure poi si trovano a sviluppare cattivi rapporti con il cibo in maggioranza rispetto agli uomini? Le femmine fanno shopping e sono più leggere, i maschi no? Oppure se lo fanno non te lo dicono? Le femmine si innamorano e piangono per amore, i maschi no? Oppure non ne hanno il diritto quindi se lo fanno se ne vergognano? E dove mettiamo sentimenti e creatività? Perché un ragazzo con inclinazioni artistiche o diverse dal comune è bollato come “effeminato” (come se questa fosse una brutta parola, poi!) e giudicato, additato, oppresso? E perché una ragazza a cui piaccia parlare della propria vita sessuale è una “scostumata”? Ma dove viviamo? Ma chi siamo? Perché siamo i detrattori di noi stessi?

Tuttavia, così come in infanzia la femminuccia è un bambino “sbagliato”, in adolscenza, quello che non prende iniziative, non fa il “maschio” di turno e non si fa dieci ragazze all’anno è lo “sfigato” della situazione… La buona notizia? Non è vero.

Da ragazzi ci facciamo un mare di problemi -maschi e femmine- di non essere abbastanza belli/e, interessanti/e, intraprendenti/e, sicuri/e di noi, eccetera: magari non lo siamo davvero, e quindi? SO WHAT? Alla fine a qualcuno piaceremo sempre, e per quello che siamo, non per quello che non siamo. MAI per quello che non siamo. Non sono mai stata attratta da qualcuno per quello che volevo fosse, ma casomai per quello che era, che quindi era abbastanza. Non ci innamoriamo dell’idea di qualcuno, ci innamoriamo di quello che vediamo in qualcuno, che è automaticamente ciò che quella persona è per noi… Del resto, non siamo tutti relativi? Non siamo tutti diversi a seconda di con chi siamo, di che passato o che presente abbiamo con qualcuno e di quanto ci piaccia o non piaccia una persona? Non siamo tutti diversi a seconda delle situazioni?

E in età adulta le cose continuano sulla falsa riga di prima: sulle donne si cala il solito velo di pudicizia che è stato cucito su di loro senza che sia veramente sentito (e così siamo frustrate: non possiamo esprimere i nostri desideri, liberare i nostri istinti, mangiare come gli uomini, vivere il sesso come loro), seguito dalla classica inclinazione a quel galateo femminile che ci impone educazione smodata, moderazione, rifiuto di tutto ciò che supera una certa soglia (no ai due piatti di pasta, no a più di una taglia 42 o diventiamo grasse e quindi brutte, e molto, molto altro); sugli uomini scende l’onere delle mille aspettative e dei doveri nei confronti della loro fantomatica virilità (che in realtà non basta e a volte non serve a far di loro “uomini”) e delle donne, a cui sentono (perché hanno imparato così!) di dover sempre dimostrare qualcosa, dall’intraprendenza alla forza.

A me non interessa. Non mi interessa un uomo che faccia il classico maschio per essere al pari di quelle che dovrebbero essere le mie aspettative di donna, proprio perché forse io stessa non starei alle aspettative di un uomo. Mi spiego meglio.

Noi ragazze in letteratura e cinema -arte- siamo dipinte solitamente come pudiche e bellissime, sante vergini e peccatrici al tempo stesso, misteriose ma anche semplici, sognatrici ma poi razionali e tante altre cose. Dai media non siamo direttamente rappresentate: se l’arte rirae l’archetipo femminile -inventato sì, ma quasi credibile-, i media e il mondo di photoshop + instagram inventano una donna completamente falsa: magra ma con tette spaziali e lato B a pesca perfetta, in pose svenevoli, sguardi sfuggevoli, eccetera.

Gli uomini, d’altro canto, dovrebbero essere tutti Mr. Darcy, Mr. Rochester ed il resto della ghenga: mi spiace darvi una brutta notizia, ma non è così e non sarà mai così. Vogliamo un uomo forte, deciso, impetuoso, abile, guerriero, coraggioso, senza pensare che non è uno solo, ma sono tanti… E non possiamo averli tutti. Ma neanche li vorrei mai tutti.  Perché dovremmo volere un archetipo? Perché non ci innamoriamo delle persone e non dimentichiamo gli archetipi?

Io non taglio i peli sotto le ascelle per 9/10 dell’anno (a meno che non abbia spettacoli di danza o cose simili) perché mi piacciono, hanno fascino, e non porto il reggiseno spessissimo e volentieri perché mi è scomodo, faccio il bis e dò apertamente opinioni su cose serie o stupide. Non riesco più a nascondermi, autodenigrarmi e reprimermi. Questo non significa che io vada in giro a caccia di uomini a caso o me ne freghi del mio aspetto: non vado a letto con qualcuno se non provo delle cose forti (attrazione sotto più livelli, affetto, fiducia) e amo curarmi e truccarmi e comprarmi da vestire quando è il momento di farlo -non sempre ahah, chissenefrega.

Le donne quindi si fustigano ed auto-flagellano sotto ogni aspetto, mentre gli uomini sono invitati a spingersi oltre i propri limiti ed a mostrare bravery. Ma che cazzate!

Alla fine della fiera, siamo come siamo, e siamo molto cool così come siamo, perché siamo tutti diversi e ci piacciono persone diverse e cose diverse. Alla fine della fiera nessuno controlla gli addominali al ragazzo o la taglia di reggiseno alla raggazza, nessuno ha interesse per le persone con cui sei stato prima e per quanta esperienza hai, se piaci.. piaci. Stop. Ma ci piace riempirci la bocca di cazzate e far sembrare sia così, lasciar trapelare una specie di facciata di un certo tipo e farci belli così, con le idee.. Che non abbiamo.

Perché la verità è che il retaggio culturale / religioso (specialmente occidentale) si fa parecchio sentire, e l’idea standard della donna zitta e l’uomo impetuoso ci possiede apparentemente, ma non veramente. Alla fine non cerchiamo niente negli altri, cerchiamo solo gli altri, e davvero per quello che sono. Ché andiamo tutti benissimo così.

CHE NOIA GLI ARCHETIPI!

Video:

 

Advertisements
miti femminili, archetipi maschili ed altre disgrazie

sparatoria in albergo

La verità è che non siamo mai pronti, mai proprio per nulla, a nulla.
Né alla morte, né alla vita.
Tutto scoppia un po’ all’improvviso, tutto esplode senza avvisare, tutto arriva senza lasciare un messaggio di annuncio.
Avete presente quando ci si presenta alla reception di un hotel, si lascia giù il nome e si aspetta di esser accompagnati in camera?
Ecco, l’anoressia non fa mica così.
Mica gliene frega niente a lei di annunciarsi, né aspetta di essere accompagnata in stanza.
Figurarsi.
Lei arriva e si piazza in reception, tira fuori le pistole come un rapinatore e blocca tutti lì, in entrata, a mani in alto.
Non spara a tutti, ma comunque a più persone possibile, così da avere via libera per salire su nella stanza più grande e più bella dell’hotel, piazzarsi sul letto e fare la pipì in giro, come i più infami ladri.
E non gliene frega nulla della stanza in sé, solo che vuole fare un dispetto al proprietario e rovinare le cose migliori che ci sono nel palazzo.
Questo è più o meno quanto ho da dire sull’anoressia, questa è lei.
Io ero il proprietario, l’albergo era il mio corpo e la gente con cui se l’è presa erano le persone che amavo e che la malattia mi ha strappato via; le scale che ha sporcato di sangue e calpestato senza pietà erano i miei sogni e i miei ricordi, mentre la stanza padronale il mio cuore.
Non l’avevo invitata proprio per niente, mi stavo divertendo in quel momento io.
Me la stavo godendo davvero.
E non aspettavo nessun ospite in più.

sparatoria in albergo

il mito inesistente del bikini body

Quante volte ci hanno detto che dovevamo cambiare qualcosa del nostro corpo?
Con tutte le volte che mi sono sentita dire qualcosa dai giornali, a quest’ora dovrei essere un pezzo di plastica ambulante, o sepolta sotto una montagna di stracci coprenti.
E invece sono ancora qui, e mi ostino ancora a mettere il costume, anche se le mie cosce si toccano e il mio sedere è in fuori.
Qualcuno ci ha insegnato che il corpo che abbiamo -così com’è- non merita il costume, non merita di passeggiare sulla spiaggia e non merita i gelati al chiosco, perché noi non possiamo permetterci l’estate.
Da maggio a settembre veniamo letteralmente martellati da quelli che sono gli articoli e gli spot “salvavita”, affinché oltre a tutte le difficoltà già esistenti della nostra vita, ci preoccupiamo anche di uniformarci ad un solo tipo di fisico -quello che qualcuno un giorno si alzò e decise che era l’unico a poter indossare il bikini- per poterci permettere le giornate al mare, altrimenti niente.
Le riviste dedicate al pubblico femminile non fanno che calpestare qualsiasi forma di self confidence potessimo avere prima (se ne avevamo), sbattendoci in faccia una dieta last minute come fosse l’unica condizione a cui mettere il costume; il tutto condito con fotografie di snellissime modelle a loro volta ritoccate.
Se persino chi va in palestra quotidianamente per mestiere, chi mangia come un uccellino, chi è ultramagro di natura viene ritoccato prima di poter essere il volto dell’articolo di turno sul “bikini body” come pensiamo di poter essere mai giusti, stando a quei canoni?
Se pure Gigi Hadid viene photoshoppata, significa che neanche lei di suo avrebbe un “bikini body”, giusto?
Ma tutto questo non vi fa schifo?
Perché mai le donne devono sottoporsi a questo tipo di stress fisico, a quest’idiotissima ansia da prestazione addirittura quando devono andare al mare, dove teoricamente ci si dovrebbe rilassare? E perché le riviste di intrattenimento sembra siano solo atte a svalutare e ad indurci all’autosvalutazione? Perché la stampa ed i media sono sempre così denigratori verso il pubblico femminile? Perché le donne imparano ad odiare il loro corpo e a doverlo cambiare per potersi amare? Perché le donne – e anche gli uomini, comunque- non valgono  per il loro talento e la loro personalità? Perché la bellezza è solo un certo tipo di corpo X che nemmeno esiste? 
Ormai sembra che indossare un bikini sia diventata un’impresa: te lo devi conquistare ‘sto pezzo di stoffa, te lo devi sudare, te lo devi guadagnare con la palestra, con la dieta, con le creme.
Passiamo tutto l’anno a prepararci all’estate, tutto l’anno a fare ginnastica, a non ordinare il dessert, a mangiare 60 grammi di pasta una volta a settimana, a fare jogging nelle ore di pausa, a tenere gli addominali contratti, e poi non ce la possiamo mai permettere questa dannatissima stagione.
Non ci possiamo mai permettere il costume semplicemente perché qualcuno ha deciso chi può e chi non può farlo, perché qualcuno ha deciso chi ci sta bene e chi sembra un sacco di patate.
E comunque Marilyn Monroe stava bene anche con addosso un sacco di patate.

IMG_3058.JPG

Alla fine l’estate arriva, e sembra che il costume possa metterselo solo Elle Macpherson, a patto però che sia photoshoppata, oppure Kendall Jenner, ma solo se gira con la pelle lucidata delle immagini pubblicitarie.
Quindi non può metterselo nessuno.
Oppure possiamo mettercelo tutti.

“Il perfetto bikini body”: se ne legge sempre molto in giro, sembra si parli del sacro graal, ma in realtà si tratta semplicemente di una persona con addosso il costume che più le piace, un sorriso in faccia, e la bellezza della pelle che abita, che se fossero tutte uguali non ci sarebbe bellezza.

È davvero tutto qui.

il mito inesistente del bikini body

dieci lettere

“Potrebbero tornarti, come no… Potresti avere danneggiato qualcosa dentro per sempre, potresti non poter avere figli in futuro, o fare comunque molta fatica”. Ricordo bene le parole della ginecologa. Non nascondo che lì per lì pensai quasi “okay, vabbè, nulla di grave”, ma una volta uscita, con un po’ di vento che mi passava tra i capelli, salita in auto, mi si spezzò qualcosa dentro, come un pezzo di anima, un pezzo di vita, quel pezzo di gioventù in cui, quasi come tutte le ragazze, mi immaginavo come sarebbe stato avere dei bambini miei, chissà, magari, un giorno.. Credo mi si siano spezzati dei sogni, dei pensieri, delle idee sciocche su cui avevo preso sonno da ragazzina, “se mai avrò dei bambini miei..”, cose così.

A 17-18 anni c’è chi fa l’amore, c’è chi compra preservativi, c’è chi si preoccupa dei ritardi mestruali, e poi ci sono io: io conto le calorie; non ho le mestruazioni, io sono libera da quella zavorra, io sono come una bambina. Come da bambina le mie gambe, le mie braccia, la mia pancia un po’ gonfia, i miei occhi grandi grandi, le mani minuscole, le ovaie. Mi sembrava di essere tornata alla scuola materna, alla scuola elementare. E sì che ricordo bene il primo giorno che mi è venuto il ciclo, al compleanno di un amico, il primo giugno, verso la fine della seconda media. L’odiavo, come tutte le ragazzine lo odiano, ma ci avevo fatto l’abitudine. E poi vabbè, sappiamo come va quando perdi 20 chili, no? Lui se ne va, non c’è più bisogno di lui, non sei più una ragazza, sei una bambina, puoi tornare a letto con la mamma e a comprare da vestire da “Vietato ai maggiori”, perché no?

Però è un po’ strano, poi, quando sei una donna nel corpo di una bimba; ad un tratto diventa troppo strano, troppo sbagliato. Strana la natura: quando ho recuperato il peso perduto, ormai due anni fa, le mestruazioni erano ancora un’utopia.

Non ci pensi mai, quando ogni mese ti vengono… Anzi, forse pensi che siano una scocciatura, che sarebbe bello non averle, al diavolo prendersi incinte, al diavolo la pillola, al diavolo tutto! Sì, al diavolo.

Ma non averle più è diverso. C’è qualcosa di diverso nel passare tra gli scaffali del supermercato senza dover comprare gli assorbenti, c’è qualcosa di strano nel sentire le tue amiche lamentarsi del tampax quando tu non ricordi neanche quando è stata l’ultima volta che l’hai usato, c’è qualcosa di martellante nelle pubblicità dei lines seta ultra se non ti serviranno forse mai più, c’è qualcosa anche di profondamente triste. Una malinconia di fondo.

Le mestruazioni mi sono tornate il 6 aprile del 2016.

Quel giorno ho pianto di gioia. E non perché voglia una famiglia per forza o perché prima mi sentissi meno donna, ma perché un’altra delle tante cose che la malattia mi aveva tolto era tornata a me. Come in una gara, come in una partita di scacchi, le ho dato un colpo bello forte, l’ho buttata parecchio aldilà della mia zona.

Se ve lo state chiedendo, sì, ora maledico di nuovo quella volta al mese in cui mi viene il ciclo.

____

Non riesco a ricordare come fosse la mia vita da anoressica.

C’era sempre uno yogurt (“magro però, magro!”) che mi aspettava la mattina, ma penso che tra novembre 2012 e marzo 2013 ne avrò mangiato si e no uno e mezzo: gli altri li ho buttati via, rimessi in frigo, versati nel water o nel lavandino, rifiutati esplicitamente in quanto acidi.
A scuola la merenda non esisteva più: leggevo un bel libro (ammetto di averne letti di magnifici quell’anno, comunque) a ricreazione, al posto di di ingoiare qualsiasi cosa; più avanti ho iniziato a succhiare qualche caramella Ricola, più avanti ancora -solo sotto i 46 chili- tutte le caramelle e gomme in generale.
Il pranzo lo ricordo poco: il più delle volte, se trovavo carboidrati sul mio piatto, finivano direttamente per terra o per aria, il resto lo mangiavo (considerando che sono vegetariana e lo ero anche allora, ricordo che i nonni compravano tonnellate di roba di soia, seitan, legumi, verdure, fibre, tutto) più o meno senza problemi: potendo però, prediligevo riempirmi di verdura, gonfiarmi la pancia e piluccare un po’ di formaggio o fagioli.
Per ogni oliva che mangiavo a pranzo, calcolavo mini parti di cena da togliere.
La cena era semplicemente sempre uguale ma tutto sommato saziante e quasi ‘normale’: un sacco di insalata con un etto e mezzo di ricotta di contorno e tre cracker che facevo durare un’eternità.
Ovviamente in base alle olive che mangiavo a pranzo.
Ogni tanto, quando mi sentivo morire, qualche mela verde, giusto per non sentirmi troppo ligia.

Vita da anoressica.

A qualcuno dà fastidio questa parola, come stessi scrivendo assassina, criminale, malvagia, ma in realtà sto solo scrivendo il termine giusto con cui chiamare quella cosa che ti uccide dentro, e che fa sì che il dentro -affamatissimo- si mangi il fuori di te. E per tutta la durata di questo articolo continuerò ad utilizzare queste 10 lettere, perché le ho percepite scritte, bisbigliate, pronunciate chiaramente riferite a me molte volte: non è offensivo, è il nome della malattia. È solo il nome che mi ha preceduto per oltre mille giorni di vita, non potrei mai dimenticarlo, la mia etichetta per così tanto tempo.

Vita da anoressica | deep blue sea:

Ci sono le posate normali, quelle che usiamo tutti, e poi ci sono quelle che uso io, quelle da anoressica, quelle più piccole, per poter fare i bocconi più piccoli e far durare di più il piatto, quelle che di solito usano i bambini: magicamente riuscivo a saziarmi, riuscivo a metterci 40 minuti per finire un piatto di fagioli e zucchine. Ho usato quelle posate per lungo, lungo tempo, anche una volta raggiunto il normopeso: facevo fatica ad utilizzare la stessa forchetta che usavano gli altri.

Ci sono ragazze pelose, ragazze glabre, ragazze che si depilano da sole, altre che vanno dall’estetista: io sono anoressica e non posso depilarmi, perché le ascelle sono così scavate e concave che la lametta non ci entra dentro, quindi non ci posso fare niente. Vabbè che i peli sotto le ascelle mi piacciono, però sì, ecco, non me li potrei togliere, nel caso volessi.

Andava così.

Ci sono ragazzi che amano le feste, ragazzi che amano le cene, ragazzi che amano entrambe le cose, ragazzi che vanno al cinema e sgranocchiano rumorosamente i popcorn, ragazzi che si alzano la notte per fare uno spuntino casuale, con scioltezza, e poi ci sono io, l’anoressica: niente feste -c’è cibo! e poi si balla, non posso ballare, non ne ho le forze, né la voglia, tanto con chi ballo?- niente cene -ci mancherebbe!-, al cinema sì, okay, ma solo dove non si mangia, sennò mi viene quel senso di nervoso, quello scatto d’ira tipico di chi vorrebbe ma non può.. “Però erano buoni i popcorn, me li ricordo… Ma no no, non pensiamoci, l’importante è essere forte, l’importante è diventare inscalfibile dentro e fuori, così non rischio più di soffrire. Mai più.”

Un po’ stoica, la mia vita da anoressica.

Ci sono le gite scolastiche e le ragazze che non vedono l’ora di partire per dividere la camera con le amiche, e poi ci sono io, l’anoressica che non può andare in gita, non può mangiare cose diverse da ciò che ha pianificato, non può permettersi di volerlo e si sente di troppo in camera con chi ha voglia di divertirsi. Vi giuro, mi piacerebbe andare in gita, lo so dentro di me. Perché dovrei perdermi un momento fondamentale della mia vita da liceale, da studentessa? Perché sono anoressica, non sono una ragazzina, sono per me stessa e per gli altri un problema.

E invece no, non ero un problema, avevo un problema. E se lo avessi capito prima sarebbe stato diverso. E no, non è giusto non potersi divertire a 17 anni. Non è giusto neanche a 50, figurarsi a 17: il tempo non torna più indietro, poi.

È che l’anoressica non ha voglia di divertirsi nemmeno un po’, o meglio, ne ha eccome di voglia, ma non sa più come si fa, ha dimenticato come ci si svaga così come ha dimenticato come si mangia. Ci prova, per carità, ci prova a ridere, a confidarsi, ad ascoltare, a uscire.. Ma non sa sognare, quindi non è in grado neppure di essere piacevole per chi le sta intorno: si è dimenticata come si sogna, al momento. È un po’ fuori allenamento, può capitare.

C’è chi ama ballare, chi ama disegnare, chi ama i film, chi ama la musica e poi ci sono io, la ragazza anoressica: mi piaceva fare tutte queste cose prima che succedesse. Avevo interi album con schizzi -non ero bravissima, ma appassionata-, collezioni di DVD, passione sfrenata per gli attori ed un film preferito -“Brokeback Mountain”– e per i Beatles, per esempio. Mmm beh, è un po’ difficile stare al passo con tutto ciò che ami e tenere a mente la tua personalità quando sei così impegnato a contare le calorie e a studiare come bruciarle al meglio entro le 10 di sera. Non c’è tempo per il superfluo, quindi via l’arte, via gli hobby, via anche gli amici, tanto non riescono a capirmi, non riesco a uscire con loro, non riesco a fare nessuna delle cose normali che facevo prima.

Perché infine, sì… Ci sono gli amici, ci sono gli amanti, ci sono le famiglie, ci sono gli incontri, e poi ci sono io, l’anoressica appartata. Non so se sia più per scelta mia o altrui, direi che è una cosa che si fa insieme: io non posso più dare le cose che davo prima, a partire da me stessa, gli altri non possono più frequentarmi, non sanno più come prendermi. E ci sono quei fessacchioni dei ragazzi a cui piaccio: I couldn’t care less. Non mi importa di nessuno di voi: siete buoni, siete belli, siete bravi, ma non siete per me, per niente per me. Decido io cosa e chi eccita la mia curiosità e credetemi non voglio e non posso amarvi a comando, non amo neanche me stessa.  Arrivederci. 

C’è anche chi ama stare sui siti di cucina, imparare ricette, provarle, assaggiare, spermentare: io invece amo passare ore su google immagini o su we heart it, per salvarmi le foto di tutti i dolci più calorici al mondo, di pizze filanti, di lasagne ai funghi, di gelati enormi, di patate ripiene. Passo così tutta la notte, come tante altre ragazze anoressiche. Siamo anoressiche quindi non possiamo toccare tutto ciò, come non si possono toccare le sculture al museo. E come le opere del Bernini, questi piatti si possono guardare adoranti per venti minuti, ma non si possono sfiorare.

Bastava il pensiero, il profumo, il ricordo. A volte mi saziava.

E poi ho sempre un cazzo di freddo: sento il gelo perforarmi le ossa e farmi a brandelli. Mi bruciano gli occhi: lacrimano lacrime violacee. Ho sonno, sono stanca. Ho fame, ma non mi ricordo più come si mangia

È che io sono anoressica, e non sono più una ragazzina innocente e pura come le altre, perché sono sporca di colpa: colpa verso chi amo, colpa verso chi tratto male, colpa verso mia madre e il suo amore per me, colpa per le menzogne che le ho detto sul peso, colpa per non saper spiegare, colpa per non saper sorridere, colpa per non essere gentile, colpa per non essere bella come dovrei essere, intelligente come dovrei essere, colpa per non avere più una dignità, colpa per essere senza paura, colpa per il coraggio di uccidermi, colpa per i pensieri distruttivi verso me stessa, colpa in tutti i sensi, colpa e basta.

Sentivo la colpa verso tutti: chi avevo amato male, chi avevo amato troppo, chi non avevo amato mai, coloro a cui mentivo, coloro ai quali non potevo più raccontarmi, coloro che non mi raccontavano più, verso il pane che non toccavo mai e che morivo dalla voglia di sbranare, verso il mio corpo a cui riservavo il peggior trattamento: ero divorata dalla colpa. Come se fossi a mollo nella colpa. Nelle sabbie mobili della colpa.

Vita da ortoressica | il mio passaggio obbligato dopo il buco nero:

“Alla fine hai scelto la vita” mi han detto, e “no” rispondevo, “è la morte che non ha voluto me”.

Mangiare è casuale: oggi ho voglia di X, domani avrò voglia di Y, un giorno avrò voglia di W, giusto? No, l’anoressica ha voglia di cose prestabilite nei giorni prestabiliti, senza sgarri. Siccome le uova le mangio solo al venerdì, io non posso pensare che qualcuno a casa le voglia fare anche il sabato. Se mi invitate a cena fuori il venerdì sera, io non posso mangiare la frittata, perché ho mangiato le uova oggi a pranzo. Come posso mangiare tre o quattro uova in una giornata? Come posso mangiare tutte queste proteine dello stesso tipo, come stona! No, non posso. Possiamo rimandare la cena? Possiamo mangiare qualcos’altro? Però non troppe proteine perché ho mangiato le uova a pranzo. Oppure sai che faccio? Per mezzogiorno mi faccio una minestra di asparagi, per cena sono libera di mangiare ciò che voglio! Ottimo. Ah no, accidenti, sarò fuori a cena anche domani, no allora no… Non posso, devo decidere dove andare. Ok, calma, calma: ora mi faccio il calendario alimentare mensile.

Non è uno scherzo, durante o appena dopo la malattia le cose sono così: c’è il calendario -non per tutti, per molti però sì, per me c’era- con i giorni, i pasti, le quantità, la varietà. Se stai guarendo concediti il giorno libero! dice una vocina, ma non dimenticare di restringere il giorno prima! dice un’altra vocina ben più forte. Okay, dunque il venerdì esco a cena, il giovedì ceno con solo carote e zucchine… Sono troppo poco forse? Okay, allora tante carote e tante zucchine e poi tisana. Ecco, okay, così ci sta. Ah, ed ovviamente con le posatine piccoline, non si sa mai.

E poi arriva la vita, ma la vita non si può spiegare con la stessa facilità della morte, quindi non serve raccontarla.

Post scriptum: no, questo post non nasce per sete di views, il fatto è che tengo molto a farvi conoscere una malattia di si parla sempre molto ma in modo spesso troppo generico, perdendo il punto, puntando troppo sul ruolo del corpo. Questi post nascono perché chi ne soffre si senta meno solo, e chi è loro vicino possa forse capire di più.

seated-woman-with-bent-knee-1917

dieci lettere

specchi, pulsione di morte ed ansia di vita

Adoravo specchiarmi: mi sembrava che finalmente le gambe fossero al posto giusto, della giusta dimensione, della giusta proporzione: che meraviglia, le cosce non hanno un filo di ciccia di troppo, non c’è un frammento di pelle fuori posto, e i polpacci -il mio vecchio incubo!- guarda come sono snelli, lunghi, sottili. Complimenti, Carmen! “Hai gambe perfette”, “sei magrissima, wow!”, “quanto sei bella, potresti fare la modella!”, “caspita, ma mangi? Passami la tua dieta”: quando ti senti dire così dalle amiche e conoscenti, quando anche chi non ti parlava mai finalmente ti nota, ti guarda, ti avvicina, ti scruta con invidia le gambe e la pancia piatta, è difficile rendersi conto del paradosso. Quando l’anoressia ti procura ammirazione, ragazzi che si affannano per il tuo numero, nuove amiche -in poche parole, self confidence- è difficile realizzare quanto tutto questo sia solo l’inganno della malattia: ti irretisce con senso di potere, falsi miti di magrezza, di purezza, di bellezza, ti regala amici e ammiratori, ti fa sentire di desiderare un book fotografico al giorno, vestiti nuovi, ti rende leggera, energica, attiva, iper-attiva, ordinata, ambiziosa, di successo… Dove sta la fregatura allora? La fregatura arriva, arriva sempre pure lei, non aspetta altro che trovarti e prenderti per mano, farti lo sgambetto e lasciarti andare giù. La fregatura è lo specchio -un giorno ti alzi e non ti piaci più, sei troppo grassa, devi dimagrire ancora, oppure sei magra ma non vai comunque bene-, è l’amica/o che non ti invita più fuori -perché tu non sai più divertirti, non mangi, non hai forze, non hai energie, non balli, non brilli, non ridi-, è il ragazzo che amavi tanto -seppure ora tu sembri una fotomodella XXS questo non ha cambiato il fatto che non gli piaci più di quanto gli/non gli piacessi prima, sei tu, sei sempre tu, solo che sei senza quell’autostima e quella personalità che ti rendeva unica-, è l’anoressica più anoressica di te -ebbene sì, qualcuno ti batte… Ti batteranno sempre, neanche in magrezza sei unica-, è l’odore delle brioches dei tuoi vicini -mentre tu piangi la fame, il senso di colpa e il dolore con litri di caffè nero e una mela verde-, sei tu. Sei tu, sei anche tu la tua fregatura: sei magra, sei studiosa e zelante, produttiva e seria, onesta e razionale, ma sei sola. E “sola” è soltanto una delle tante cose che sei: sei anche insoddisfatta, sei stanca, sei triste, sei incompresa, sei affamata. Affamata di cibo, di acqua, d’affetto, d’amore, di vita.

In realtà no: odiavo specchiarmi. Odiavo specchiarmi perché vedevo tutto ciò che credevo di avere ma non avevo più: gli amici, qualcosa per cui emozionarmi, una risata scoppiettante, la vita.
E odiavo i complimenti, odiavo sentirmi dire che avevo un corpo perfetto e che avrei potuto fare la modella: mi infastidiva, mi innervosiva e faceva sì che le mie aspettative su me stessa salissero sempre più, con la paura di prendere peso e deludere così me in primis e tutti coloro che mi riempivano di ammirazione poi.
E di tutti gli ‘amici’ che mi ha procurato (volutamente virgolettati) non m’importa, non m’importava nemmeno allora, era solo un modo per non rimanere sola, a me mancavano quelli di prima. Non dico di non aver voluto del bene alle persone che ho frequentato, ma cerco di esprimere a parole, in questo articolo, che chi non ama sé stesso non sarà mai in grado di amare gli altri, chi non crede in sé stesso non sarà mai né affidabile né fiducioso verso gli altri.
[Sul perché non amassi me stessa preferisco sorvolare in questo momento, giusto per focalizzarmi su altri temi]
Per quanto riguarda i ragazzi che volevano il mio numero e si complimentavano per il mio fisico da runway, mi sono serviti molto a dividere persone con cervello da persone senza, a dividere persone profonde da persone idiote, a dividere persone potenzialmente interessanti da persone superficiali: quale uomo si sente attratto da te nel momento in cui raggiungi il limite dell’anoressia clinica, il punto del ricovero? Che valore intrinseco può avere una persona arrapata dal dolore? Scusate la durezza, ma ho incontrato davvero gente dalla più dubbia profondità di anima, grazie alla malattia.
Ciò non toglie che ci siano stati rapporti costruttivi e positivi con belle persone anche in quel periodo, ma purtroppo o per fortuna tendo inevitabilmente a relegare la mia vita del tempo ad un buco nero e ricordo chi mi è stato vicino un po’ come una lampadina in una stanza buia, qualcosa a cui ti puoi avvicinare per vederci più chiaramente.
Per quel che riguarda le fotografie, e la dose disumana di selfie che mi sparavo quotidianamente, ad ogni selfie corrispondeva un’ora di traballante self confidence, una sensazione di essere bellissima -lo ammetto- condita dal pungiglione dell’insicurezza: se ti senti sola dentro, non importa quanti amici tu abbia, quanto ti stia bene la minigonna, quante foto possa farti risultando flawless in tutte le angolazioni, sei sempre sola, non scappi da te stessa.

Ad oggi, però, quelle sofferenze sono lontane, l’illusione che i problemi personali fossero problemi del corpo è lontana, lo sfogo del dolore sul fisico è lontano.
Solo una cosa è rimasta: i giudizi che possono essere stati dati su di me, le critiche che ho sentito sussurrare nei miei confronti da parte di chi pensava stessi facendo vanitosa di turno, le incomprensioni da parte di chi non ha voluto capire ed ha preferito giudicare mi hanno ferito. E mi feriscono ancora. E mi feriranno sempre.
Perché, oltre alle tante persone che colgono la sofferenza, ce ne sono molte che la confondono per superficialità, che la deridono, che la sottovalutano, che la aborrono; ci sono persone che hanno schifo per il tuo corpo, persone che lo invidiano (si, anche quelle), persone che semplicemente non vogliono capirti. Non ti capiscono e non vogliono capire, né chi sei, né come sei, né perché lo sei.
Ho sofferto il giudizio, l’abbandono, la derisione e la cattiveria da parte di persone a cui ho voluto ed ancora voglio bene, ho sofferto per colpa dell’ignoranza, della chiusura mentale, della pochezza e della scarsa empatia, perché non c’è niente di peggio di non sentirti più amato ed accettato dal tuo stesso ambiente, dall’ambiente che consideri casa (che non è necessariamente la tua famiglia, ma tutto ciò che chiami casa).

Dedico questo post a chi sta vicino ai malati di DCA, piuttosto che ai malati stessi, che non vorranno neanche sentire parlare di amarsi e di worshippare il proprio corpo fino a che non avranno sciolto il nodo dentro di loro.
State vicini a chi soffre, non abbiate paura del loro gridare silenzioso, buttatevi a capofitto in un legame reale, fategli vedere la bellezza dentro loro stessi, siate il loro specchio più dolce, prendeteli per mano anche quando non vogliono -in realtà tutti lo vogliono, anche quando non lo sanno- e non fatevi mai intimorire dalla loro pulsione di morte: è solo ansia di vita.

C.

6521e4c74b70860924290351ef70cd21

specchi, pulsione di morte ed ansia di vita